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Premio Neri Pozza 2019

Ilaria Rossetti vince la IV edizione del Premio Neri Pozza e la sezione giovani
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La ragazza con l'orecchino di perla compie 20 anni

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Novità

Il ghetto interiore

Santiago H. Amigorena

Vicente Rosenberg arriva in Argentina nel mese di aprile del 1928 con pochissimi soldi in tasca e una lettera di raccomandazione di suo zio per la Banca di Polonia a Buenos Aires. Ma ben presto, anziché diventare impiegato di banca, diventa un giovanotto argentino non ricco ma fascinoso, capace di arrangiarsi con affarucci piú o meno equivoci. Impara a ballare il tango, comincia a frequentare le milonga, conosce Rosita, la sua futura moglie.
La Polonia è lontana, cosí come lontano è il quartiere della sua infanzia, Chelm, dove tutti parlavano yiddish. Remoti anche i giorni trascorsi nell’esercito polacco come giovanissimo ufficiale, un’esperienza utile soltanto ad armarsi di quel senso di superiorità che gli permette di atteggiarsi a dandy con la massima disinvoltura.
Del resto, che cosa conta essere ebrei, polacchi o persino argentini dinanzi all’assoluta libertà di vivere senza essere definiti in base a un’identità, un’etnia, una religione?
Agli inizi del 1940 Vicente è ancora giovane e bello, ama ancora Rosita, è diventato padre di famiglia, ha aperto un negozio dove vendere i mobili del suocero, e nessuno piú lo chiama Wincenty, tutti lo chiamano Vicente.
Un giorno, però, riceve da Varsavia una lettera della madre che comincia con “Caro Wincenty”. Racconta che gli occupanti tedeschi hanno appena costruito un muro per segregare tutti gli ebrei che abitano nei vari quartieri della città. La loro casa è compresa ormai in un ghetto di tre chilometri quadrati nel quale vivono, accatastati gli uni sopra gli altri, quattrocentomila persone in pochi isolati. Alla lettera seguono altre lettere, sempre piú drammatiche. Dicono dell’impossibilità di sopravvivere in quelle condizioni e si concludono sempre con una struggente richiesta di aiuto.
Da quel momento l’esistenza di Vincente muta radicalmente. Diventa quella che non è mai stata, la nuda vita di Wincenty, non piú il bambino, adulto, polacco, soldato, ufficiale, studente, marito, padre, argentino, venditore di mobili, ma l’ebreo, soltanto l’ebreo Wincenty che assiste impotente al dolore delle persone che ama nel silenzio, nel ghetto interiore dei suoi pensieri assediati dall’inesprimibile.
Accolto al suo apparire in Francia da un entusiastico e unanime favore della critica, Il ghetto interiore illumina uno dei piú terribili crimini dell’antisemitismo e di ogni tirannia: confinare gli esseri umani in un’identità tale da privarli della possibilità di poter essere altro, in cui consiste propriamente la libertà.

La casa dalle finestre sempre accese

Anna Folli

A Torino, tra corso San Maurizio e il Lungo Po Cadorna, c’è un edificio color sabbia con le finestre che guardano il fiume e la collina: in questo palazzo sobrio, in un appartamento al secondo piano, vivono, «con il passo dell’illusione e con la generosità della speranza», Giacomo e Renata Debenedetti.
Si sono incontrati una sera d’inverno del 1919, al Teatro Regio di Torino. Renata Orengo ha solo dodici anni quando il suo sguardo incrocia quello di Giacomo Debenedetti, di cui si innamora sin dal primo istante. Lei è una ragazza di buona famiglia, lui uno studente del politecnico dalla vivace intelligenza, le cui intime amicizie comprendono personaggi come Piero Gobetti, Mario Soldati, Umberto Saba e Eugenio Montale.
Intellettuale ebreo perso nei suoi sogni, fondatore della rivista Primo Tempo, che in pochi mesi annovera tra i suoi collaboratori i futuri grandi nomi della letteratura italiana, per molto tempo Giacomo non si vede nei panni del critico letterario: vuole diventare uno scrittore, ma sarà solo dopo aver letto La Recherche di Proust che andrà incontro al suo destino.
Il matrimonio con Renata si tiene il 4 dicembre 1930, in casa dei marchesi Orengo. Da quel giorno, nell’appartamento affacciato sul Lungo Po, nasce un mondo nuovo, popolato da artisti e da scrittori, da giovani intellettuali e grandi poeti. Prima a Torino e poi a Roma, in casa Debenedetti non è difficile incontrare Alberto Moravia, Elsa Morante, Alberto Savinio, Bobi Bazlen, Sibilla Aleramo, Maria Bellonci, Aldo Palazzeschi…
Ma se l’inizio sembra felicemente trascorrere all’insegna dell’arte e della letteratura, la vita del più grande critico italiano del Novecento e della sua bella moglie, è destinata a un repentino mutamento. In breve tempo la loro esistenza viene sconvolta dalle leggi razziali, conoscono la desolazione della guerra, la fuga a Cortona, l’entusiasmo della ricostruzione, le disillusioni di una carriera professionale disseminata di grandi riconoscimenti e atroci delusioni.
Già autrice di MoranteMoravia, Anna Folli racconta la vita di Giacomo Debenedetti, l’intellettuale ammalato di troppa intelligenza, e di sua moglie Renata, che non ha mai rinunciato a seguire quel marito inquieto e inafferrabile, trasformando in un romanzo la vita di una famiglia colta, difficile, unica, che per molti anni ha intrecciato la propria esistenza con quella degli artisti e dei letterati che hanno fatto la storia del Novecento.

La signora Bauhaus

Jana Revedin

Germania, maggio 1923. La ventiseienne Ise Frank siede tra i banchi dell’Università tecnica di Hannover, sebbene non sia un architetto, né tantomeno una studentessa di quell’ateneo. Ise, che lavora come libraia, giornalista e critica letteraria a Monaco, si trova lí su insistenza di un’amica, Lise, per assistere all’insolita conferenza in programma quel giorno.
Sul palco c’è un uomo con un vestito di lana pettinata grigio scuro, un papillon di seta bordeaux e un portamento da capitano di cavalleria. Si chiama Walter Gropius ed è il fondatore del Bauhaus, una scuola di arte e architettura il cui obiettivo principale è quello di operare una conciliazione tra arti ed artigianato in un nuovo linguaggio legato alla produzione industriale, impostando nuovi canoni estetici per l’architettura e il design moderni.
Colpita dall’audacia con cui Gropius espone il suo innovativo progetto e affascinata dall’idea che l’architettura possa essere una missione creativa e al tempo stesso sociale e persino politica, Ise si ritrova, nei giorni successivi, a ripensare spesso a quell’uomo dal piglio ribelle e dagli occhi da volpe.
Grande è, perciò, il suo stupore, quando due mesi dopo Walter Gropius si reca a Monaco per incontrarla e invitarla all’inaugurazione della prima mostra del Bauhaus, prevista per il 15 agosto a Weimar.
Da quel momento la vita di Ise è destinata a cambiare per sempre. Sposando Gropius, nell’ottobre dello stesso anno, Ise sposa anche il progetto del Bauhaus, divenendone la principale sostenitrice e lavorando instancabilmente per la sua promozione, al punto da meritare l’appellativo di «Signora Bauhaus».
Nonostante le preoccupazioni economiche, gli intrighi accademici e la caduta della democrazia nella nascente Germania nazista, il sodalizio tra Ise e Walter resterà saldo, permettendo al Bauhaus di continuare la sua attività oltreoceano.
Con una prosa ricca ed evocativa Jana Revedin riporta brillantemente in vita l’atmosfera degli anni Venti, raccontando, attraverso la straordinaria vita di Ise Frank, un emozionante capitolo della storia contemporanea.

Canti popolari del Piemonte

Costantino Nigra

Apparsi per la prima volta nel 1888, e poi oggetto di numerose edizioni, i Canti popolari del Piemonte segnarono una svolta profonda negli studi sul folklore e sulle tradizioni popolari in Italia. I folkloristi del tempo avevano infatti concentrato la loro attenzione sulla tradizione lirica della cultura popolare italiana, in primo luogo le canzuna siciliane e i rispetti toscani, trascurando o sottovalutando il canto narrativo. L’opera di Costantino Nigra, figura fondamentale del Risorgimento, diplomatico e principale collaboratore di Cavour, mostrò che la ballata, la canzone narrativa di diffusione europea, fiorita soprattutto in Piemonte e nelle province del settentrione d’Italia, non era soltanto un importante aspetto della tradizione popolare, ma apriva una vera e propria nuova provincia del sapere a folkloristi e dialettologi. Non stupisce, dunque, che dal 1888 i Canti popolari del Piemonte siano stati ripetutamente rieditati, diventando il testo di riferimento, il banco di prova dei maggiori folkloristi italiani. Le edizioni, tuttavia, che precedono questo volume (ad eccezione di quella einaudiana del 2009, opera degli stessi curatori della presente), benché tutte filologicamente accurate, mancano di un’antologia sonora, indispensabile a mostrare, nell’intreccio di parola e canto, la complessità del patrimonio custodito nell’opera di Costantino Nigra. Grazie al paziente lavoro di ricerca di Franco Castelli, Emilio Jona e Alberto Lovatto, i due cd che compendiano questa edizione fanno emergere, attraverso 155 esempi canori tratti da varie centinaia di registrazioni raccolte dal 1954 al 1988, il filo rosso, musicale e testuale, tra il tempo dell’opera di Nigra e il nostro tempo. Oltre il testo, documentano la melodia delle singole ballate, restituendo alla memoria il vissuto di un’oralità che, pur non essendo  esattamente quella del tempo di Nigra, è ad esso vicina e indissolubilmente legata. Il volume è inoltre corredato da un apparato fotografico che per la prima volta, insieme alle voci, mostra i volti dei testimoni (gli “alberi del canto”) e dei ricercatori (da Lomax a Carpitella, da Leydi a Coggiola, da Jona e Liberovici a Vigliermo, da Adriano a Castelli e Beccaria) che con loro hanno operato. Tutto ciò arricchisce la grande opera di Costantino Nigra, restituendole nuova vita e nuovi spunti di interesse. Studiando infine il sistema della ballata, il dinamismo dei canti, gli stili esecutivi e i modelli melodici, i curatori forniscono anche la prova inconfutabile sia della straordinaria tenuta nel tempo, sia del radicarsi nei luoghi e nelle comunità di questo grande patrimonio di canto narrativo.

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