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Adam Fergusson

Adam Fergusson, nato nel 1932 e laureato in Storia a Cambridge, è un giornalista e politico inglese. Come giornalista, negli anni Sessanta ha diretto lo Statist ed è diventato successivamente autorevole collaboratore del Times. Come politico, legato al partito conservatore e molto impegnato sul fronte dell'Europa unita, è stato membro del Parlamento europeo dal 1979 al 1982, poi Special Advisor for European Affairs presso il ministero degli Esteri e del Commonwealth dal 1985 al 1989, e successivamente consulente di politica internazionale europea. Quando la moneta muore, la sua opera principale, fu pubblicata per la prima volta nel 1975.

I LIBRI

Quando la moneta muore

Adam Fergusson

«Quando una nazione non può più fare alcun affidamento sulla propria moneta e l'inflazione ha coinvolto un popolo intero, è logico e naturale guardare alla storia di quei popoli che hanno già attraversato questa tragica e sconvolgente esperienza, per trarne informazioni e lumi».
Si apre con questa premessa il magistrale saggio di Adam Fergusson dedicato alle vicende economiche della Repubblica di Weimar e alle loro conseguenze sociali e politiche, più drammatica fra tutte l'ascesa al potere di Adolf Hitler.
Nel 1923, con una moneta praticamente priva di valore (il tasso di cambio nel dicembre di quell'anno fu di 1 dollaro per 4.200.000.000 di marchi), la Germania si trovò ridotta a un'economia basata sul baratto. Sigari pregiati, opere d'arte e gioielli venivano quotidianamente scambiati con alimenti di base quali il pane; un biglietto per il cinema poteva essere comprato in cambio di un pezzo di carbone, e una bottiglia di paraffina per una camicia di seta. Con un‘immagine iperbolica, all'ambasciata britannica di Berlino si notò che per il cambio di una sterlina occorrevano tanti marchi quanti sono i metri fra la terra e il sole.
Citando opinioni e ricordi di persone comuni e documenti provenienti dall'ambasciata britannica a Berlino, l'analisi dello storico inglese affronta soprattutto il lato umano dell'inflazione, la quale «coinvolge la moneta non meno della gente». In mezzo a gravi responsabilità o all'ineluttabilità di un destino, la vittima fu il popolo tedesco che, come ebbe a dire un sopravvissuto, rimase inebetito e traumatizzato, non riuscendo a capire che cosa stesse accadendo e chi fosse il nemico da combattere. E mentre parole come «disastro», «rovina» e «catastrofe» perdevano da un mese all'altro la loro portata, nemmeno il linguaggio riusciva più a trovare i termini per evocare la gravità degli eventi.
Oggi, in un'epoca di acuta crisi finanziaria, la lettura di quest'opera ormai classica lancia un allarme di grave pericolo e un ammonimento contro i rischi dei finanziamenti illimitati quale scorciatoia per ripianare i deficit di bilancio e scappatoia per i governi di fronte alla stagnazione e alla disoccupazione.
«Le similitudini tra l'agonia del marco e quella del dollaro balzano agli occhi... La genesi dell'agonia monetaria tedesca inizia con la decisione del Kaiser di finanziare la prima guerra mondiale indebitandosi... Il deficit americano nasce dalla volontà di Washington di lanciare una guerra contro il terrorismo globale, che permetta agli Stati Uniti di riconquistare la loro posizione egemonica nel mondo... La dipendenza degli Stati Uniti e di molti paesi europei dall'indebitamento, e la politica di salvataggio delle banche e dell'economia attraverso il quantitative easing – stampando cartamoneta – ricordano le tappe principali della scomparsa della moneta tedesca nel periodo tra le due guerre»  (dall'Introduzione di Loretta Napoleoni).

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