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Amitav Ghosh

Amitav Ghosh è nato a Calcutta nel 1956, ha studiato a Oxford e attualmente vive tra la sua città natale e New York. Considerato «uno dei più grandi scrittori indiani» (la Repubblica), per Neri Pozza ha pubblicato: Il paese delle maree (2005), Circostanze incendiarie (2006), Il Palazzo degli specchi (2007), Mare di papaveri (2008), Il cromosoma Calcutta (2008), Lo schiavo del manoscritto (2009), Le linee d'ombra (2010), Il fiume dell'oppio (2011), Diluvio di fuoco (2015) e La grande cecità (2017).

I LIBRI

Il paese delle maree

Amitav Ghosh

Piya è appena arrivata a Canning, l'ultima fermata per i Sundarban, l'immenso arcipelago che si stende fra il mare e le pianure del Bengala e che, secondo la leggenda, è sorto il giorno in cui la treccia del dio Shiva si è disfatta e i suoi capelli bagnati si sono sciolti in un immenso e intricato groviglio. E, in effetti, a chi da Canning giunga fino a Lusibari, il più lontano dei lembi di terra abitati dei Sundarban, le isole sembrano davvero migliaia di ciocche arruffate, o fili smarriti del tessuto dell'India, frange sbrindellate del suo sari.
Piya, giovane biologa marina nata nel Bengala ma cresciuta negli Stati Uniti, è arrivata in questo dedalo di fiumi e foreste per scandagliare le profondità marine, alla ricerca di delfini o di qualche altra specie rara di mammifero marino. Sui corsi d'acqua di mezzo mondo, sull'Irrawaddy, sul Mekong o sul Mahakam, Piya si è sempre sentita protetta dalla sua inequivocabile estraneità, dai suoi capelli neri corti, dalla sua pelle scura, dal suo viso lungo e sottile, dai suoi lineamenti delicati di giovane donna indiana. Qui, in un posto in cui si sente più straniera che altrove, Piya sa che il suo aspetto la priva di ogni protezione.
Per Kanai Dutt, invece, l'interprete diretto a Lusibari per decifrare un misterioso diario lasciato da suo zio, l'arcipelago è soltanto un paesaggio dove poter sfoggiare l'agilità e la prontezza del viaggiatore capace di cogliere istintivamente l'attimo.
Soltanto per Fokir, il pescatore, i Sundarban sono il mondo. A bordo della sua barca, fatta di canne, foglie di bambù e fragili assi di legno malconce, Fokir conosce ogni angolo di quest'universo sorto dal disfarsi della treccia di Shiva, e sa che qui non non esistono confini tra acqua dolce e salata, fiume e mare, poiché quotidianamente le maree ricoprono la terra e foreste intere scompaiono.
Attorno a questi tre straordinari personaggi – la giovane studiosa attratta dalla potenza della natura, l'interprete che incarna la razionalità dell'Occidente, il pescatore che attinge alla millenaria sapienza dell'Oriente – si snoda un grande romanzo d'avventura in cui Ghosh dà voce all'eterno conflitto tra uomo e natura, libertà e destino, mito e ragione.

Diluvio di fuoco

Amitav Ghosh
È il 1840 a Canton e l’opera del commissario Lin, inviato dall’Imperatore a porre fine al contrabbando dell’oppio per salvare le terre del Celeste Impero, ha già mutato il volto della città. Dell’antica Fanqui-town, l’enclave straniera, è rimasto poco o nulla. La factory britannica, un tempo l’edificio più affaccendato e grandioso dell’enclave, è chiusa e sbarrata, le verande deserte, le lancette dell’orologio del campanile ferme. I mercanti inglesi sono stati espulsi; non prima, però, d’aver consegnato l’intero carico celato nelle stive delle loro navi.
Le confische imperiali cinesi, tuttavia, non passano affatto sotto silenzio a Londra. Troppo importante l’oppio per le casse della regina, e troppo grandi e innumerevoli le opportunità di profitto in quella zona del mondo, per non scatenare una guerra sotto l’insegna della libertà di commercio.
Gli uomini della Ibis – ciurma, passeggeri e coolies – si ritrovano nel cuore del conflitto sotto bandiere diverse, a rappresentare le opposte culture, tradizioni, costumi in gioco in quel confronto globale.
Convinto che una spedizione britannica, favorita dal denaro dei mercanti, possa non soltanto generare enormi profitti, ma inaugurare anche un nuovo tipo di guerra in cui gli uomini d’affari siano protagonisti a pieno titolo, il proprietario della Ibis, Mr Burnham, spedisce la goletta, carica d’oppio, nelle acque del Mar Cinese Meridionale. E nomina commissario di bordo l’americano Zachary Reid, risoluto nel suo nuovo compito al servizio degli inglesi, ma sempre ossessionato dal ricordo dell’enigmatica Paulette Lambert.
Neel, l’ex raja di Raskhali caduto in rovina e artefice di una rocambolesca fuga dalla Ibis in compagnia di un gruppo di detenuti, i famigerati coolies, sceglie, invece, la sponda opposta, e a Canton figura tra gli informatori di rilievo del commissario Lin, e del suo tentativo di dotare la marina del Celeste Impero di imbarcazioni adeguate al confronto con la potente flotta britannica.
Perso ogni contatto col padre, Raju, il figlio di Neel, parte alla volta di Canton deciso a ritrovarlo e finisce arruolato come pifferaio nella Bengal Native Infantry, il corpo dei sepoy nelle cui fila milita, orgoglioso e impettito nella sua impeccabile divisa, l’havildar Kesri Singh, fratello di Deeti, la vedova ribelle. Il giovane lascaro Jodu, infine, convertitosi agli insegnamenti del Profeta, decide di combattere dalla parte degli infedeli che adorano idoli e animali piuttosto che di quelli che adorano macchine e bandiere.
Capitolo finale dell’epica trilogia della Ibis, con la sua imponente ricostruzione storica e il suo ritmo da avvincente romanzo d’avventura, Diluvio di fuoco mostra come la grande narrativa sia in grado di illuminare il senso più profondo degli eventi della Storia attraverso le vite e il destino di personaggi indimenticabili.

Il fiume dell'oppio

Amitav Ghosh

È il settembre del 1838 quando una terribile burrasca si abbatte sulla Ibis, la goletta a due alberi in viaggio verso Mauritius con il suo carico di «coolie», di «delinquenti». Nel fracasso della tempesta cinque fuggitivi si allontanano lentamente su una scialuppa: due lascari, i leggendari marinai che parlano una lingua tutta loro, e tre coolie: Kalua l'ex lottatore strappato ai campi di papaveri indiani, Ah Fatt, il figlio di un ricco mercante di Bombay, Neel, il raja di Raskhali che ha sperperato la sua ricchezza, indebitandosi con i mercanti inglesi e finendo galeotto tra le stive della nave inglese.
Qualche giorno dopo attracca a Mauritius un brigantino ridotto anch'esso male in arnese: il Redruth di Fitcher Penrose, il cacciatore di piante. A Port Louis, però, Fitcher ha di che rallegrarsi. Nel porto di Mauritius fa, infatti, bella mostra di sé uno dei più venerati orti botanici del mondo in cui hanno prestato la loro opera  lo scopritore della buganvillea e quello del pepe nero.
Chi, invece, non ha da essere lieto per nulla è Bahram Modi, il mercante Parsi partito da Bombay alla volta di Canton con la sua Anahita, un agile ed elegante vascello a tre alberi con la stiva di prua completamente piena di oppio. Durante la navigazione, il fortunale ha sorpreso la nave e l'intero carico di oppio si è sganciato.
Secondo romanzo della «trilogia della Ibis» dopo Mare di papaveri, Il fiume dell'oppio conduce il lettore nelle acque agitate dell'Oceano indiano allo scoppio del primo conflitto dell'oppio. Tra mercanti, soldati della Compagnia delle Indie orientali, coolie, marinai di tutte le razze e lingue e raja in rovina, Amitav Ghosh ricostruisce mirabilmente lo straordinario incrocio di culture, guerre e naufragi da cui è sorta l'India moderna.

Circostanze incendiarie

Amitav Ghosh

La schiera dei grandi narratori e scrittori che hanno fatto del reportage un’arte abbraccia, com’è noto, secoli di letteratura e ha prodotto non pochi spunti di eccellente teoria. Anton Cechov ci ha lasciato, ad esempio, un manuale del buon reporter che andrebbe oggi infilato con forza nel bagaglio dei nostri distratti inviati di guerra.
Tra i narratori e gli scrittori contemporanei in grado di padroneggiare quest’arte, Amitav Ghosh spicca certamente per originalità e stile. Nei suoi reportages si affaccia, come è stato scritto, «un meraviglioso ibrido di narrativa di viaggio, analisi storica e memoir» che è raro trovare altrove.
Inviato nei teatri di guerra e sulla scena dei maggiori conflitti politici, etnici e religiosi per oltre vent’anni, Ghosh ha scritto dei principali avvenimenti della nostra storia recente, cercando di volta in volta di illuminarne le differenti ragioni. Nell’istante in cui ha deciso di raccogliere insieme questi scritti, e di unirli a saggi più propriamente letterari, Ghosh si è, tuttavia, reso conto che, tra la sostanziale continuità di temi, interessi e timori che essi avevano in comune, uno spiccava più di tutti: le «circostanze incendiarie», i focolai di violenza che incendiano il nostro mondo, non costituiscono più un’eccezione ma la norma.
Fino a qualche tempo fa si poteva credere, infatti, che in tali circostanze vi fosse qualcosa di insolito, che esse fossero semplicemente un aspetto di quelli che V.S. Naipaul ha chiamato «mondi fatti-a-metà», mondi non ancora compiuti, non ancora sviluppati. Ma dopo la tragedia dell’11 settembre 2001, è chiaro che il mondo fatto-a-metà è diventato il nostro «mondo pienamente formato».
Dal disastro naturale che ha spazzato via le isole Andaman e Nicobar al conflitto che infiamma il confine tra India e Pakistan, al fuoco che divampa nelle grandi capitali occidentali, che consuma l’Afghanistan e cova sotto la cenere in Egitto, nessun angolo del mondo appare oggi immune dall’irrompere di una violenza inaudita.
Analizzare e descrivere questa violenza «senza che il proprio lavoro ne diventi complice», è il tema proprio di questo libro. Con la sua «prosa luminosa», Ghosh getta «uno sguardo accurato sul caos del mondo», mostrando come poche idee siano così pericolose quanto la convinzione che ogni mezzo sia consentito per un fine auspicabile.

Le linee d'ombra

Amitav Ghosh

A intervalli regolari di qualche mese, Tridib compare alla porta di casa dei suoi zii e cugini. Le gambe incrociate strette, la fronte coperta di sudore, dopo i necessari convenevoli imposti dall'etichetta, si precipita direttamente nella stanza da bagno, spinto dai capricci del suo apparato digerente, rovinato dai fiumi di tè nero ingollati nei chioschi ai margini delle strade di Calcutta.
Quando ne riemerge, mostra il consueto piglio disinvolto del figlio di un funzionario del Foreign Office abituato agli agi di una spaziosa casa avita. Sprofondato nel divano buono, inizia a dissertare sui più svariati argomenti: le stele mesopotamiche, il jazz dell'Est europeo, i costumi delle scimmie arboricole, il teatro di Garcia Lorca e, soprattutto, l'Inghilterra, abitata da compite fanciulle come la signorina Price.
Incantato, il cugino più piccolo di nove anni non perde una parola delle sue storie fantastiche, delle sue mirabolanti descrizioni di un'Inghilterra leggendaria e lontana. Assorbe a tal punto l'arte di narrare di quel parente bizzarro dal volto magro e stizzoso, dai capelli arruffati e dagli occhi neri che scintillano dietro le lenti cerchiate d'oro, da essere capace lui stesso, crescendo, di dare voce ai ricordi della sua infanzia, alle vicende della sua famiglia e a quelle più grandi dell'India moderna.
Nella sua narrazione, il paesaggio indiano o inglese, i luoghi reali o frutto dell'immaginazione, diventano esemplari e simbolici, come i fantasmi femminili che popolano la sua mente: la nonna amata, che somministra agli ospiti un'omelette dura come il cuoio, l'affascinante cugina Ila, l'amica inglese May. E i confini fittizi dello spazio e del tempo, le linee immaginarie e violente che gli uomini inventano per mettere ordine nella vita, ripetutamente si spostano e si ricompongono in nuove costellazioni.
Storia di un'adolescenza che cerca di ricatturare il senso, e il segreto, di una saga familiare, dominata da luoghi remoti e prossimi come Londra, Dacca, Calcutta, Le linee d'ombra è una delle opere fondamentali di Amitav Ghosh, uno di quei romanzi che hanno fatto dello scrittore una delle voci più importanti della letteratura indiana di lingua inglese.

Il Palazzo degli specchi

Amitav Ghosh

Nel novembre del 1885, quando giunge a Mandalay, Rajkumar ha undici anni e lavora come aiutante e garzone su un sampan. Dopo aver risalito l’Irrawaddy dal golfo del Bengala, la sua barca si è dovuta fermare per riparazioni e il ragazzino indiano si è spinto per un paio di miglia nell’entroterra ed è arrivato nella capitale del regno di Birmania.
Vi è arrivato nei giorni della fine del regno.
La casa reale ha chiamato i sudditi a combattere contro gli eretici e i barbari kalaa inglesi, per difendere l’onore nazionale e «avviarsi sul cammino che conduce alle regioni celesti e al Nirvana».
Ma gli inglesi hanno la più grande flotta che abbia mai navigato un fiume, cannoni che possono abbattere le mura di pietra di un forte, fucili a retrocarica, mitragliatrici a ripetizione, e tre battaglioni di sepoy temprati da mille battaglie.
Il 14 novembre del 1885 hanno varcato il confine e due giorni più tardi si sono impadroniti degli avamposti di Nyaungbinmaw e Singbaungwe e hanno distrutto a cannonate il forte di Myingan con una precisione impeccabile, senza perdere neppure un soldato.
L’esercito birmano si è disintegrato, i soldati sono fuggiti sulle montagne con le armi, due ministri hanno fatto a gara nel tenere sotto sorveglianza la famiglia reale, e il popolo di Mandalay si è riversato nel palazzo reale saccheggiando e mettendo a soqquadro ogni cosa.
Rajkumar si aggira ora nel vastro atrio al centro della cittadella, in quello che tutti chiamano il Palazzo degli specchi, con le sue pareti di cristallo lucente e i soffitti rivestiti di specchi, e guarda stupito la gente staccare decorazioni, rompere preziose cassette delle offerte, estrarre pietre dure dal pavimento di marmo, portarsi via intarsi d’avorio dalle cassapanche di legno.
In questi giorni, però, in cui finisce il regno birmano e decade lo splendore dell’orgogliosa famiglia reale, si innalza anche la fortuna di Rajkumar. Nell’arco di sessant’anni, Rajkumar diventerà ricco grazie al commercio di legname, perderà tutto durante la guerra e, rifugiato a Calcutta nei giorni della sua vecchiaia, rimpiangerà il «paese d’oro» della sua giovinezza.
Romanzo epico, indimenticabile affresco di un secolo di storia nelle ex colonie britanniche, Il Palazzo degli specchi è una di rare opere in cui si schiude «l’incanto di mondi lontani» (The Times).

Il cromosoma Calcutta

Amitav Ghosh
A New York, in un futuro non molto lontano, Antar, un egiziano addetto alle ricerche telematiche per conto dell’IWC, un’organizzazione internazionale che si occupa dell’esaurimento delle risorse idriche del pianeta, si imbatte in una vecchia tessera di riconoscimento, un ID di una compagnia presso cui era impiegato nei primi anni Novanta del Ventesimo secolo.
Antar è stufo dell’IWC, non ne può più nemmeno dell’appartamento ammuffito in cui vive e lavora, vorrebbe lasciare New York e tornarsene al più presto in Egitto, ma la curiosità di sapere a chi possa essere appartenuto quell’ID consunto è talmente grande da spingerlo immediatamente a interrogare Ava, il suo computer di ultima generazione. Lo schermo di Ava si sbianca per un lungo istante, poi sputa la sentenza. La tessera era di proprietà di un indiano dal viso pieno, a forma di luna, le gote gonfie come quelle di un trombettista, il mento aggressivo e prominente: L. Murugan, un «soggetto disperso dal 21 agosto 1995» e «visto l’ultima volta a Calcutta», dove si era recato per vedere il monumento, eretto all’interno del Presidency General Hospital, al maggiore medico Ronald Ross dell’Indian Medical Service. Quel Ronald Ross che, come indica un’iscrizione presente nell’ospedale, «nel 1898 scoprì in che modo la malaria viene trasmessa dalle zanzare».
Così comincia questo straordinario romanzo in cui Ghosh attinge a generi diversi – la fantascienza, la narrativa filosofica, il thriller – per costruire un profondo apologo sulla vulnerabilità del genere umano.
Tutto ha inizio nel lontano 1898, con la scoperta, appunto, del cromosoma Calcutta, una conquista scientifica apparentemente inspiegabile in base agli strumenti e alle conoscenze del tempo.
In realtà, la scoperta contiene una «verità» che viene da lontano e si è tramandata attraverso le generazioni in maniera nascosta. Coloro che hanno provato a svelarla, o che si sono avvicinati senza permesso ai suoi segreti, sono morti o improvvisamente scomparsi. I personaggi eccentrici ancora in vita, che in qualche modo ne sono stati toccati, sembrano celare mille identità e segreti.
Ma cosa nasconde il cromosoma Calcutta? È davvero la chiave di volta dell’intero DNA umano? La soluzione che libererebbe di colpo gli uomini dalle più terribili malattie? E che potrebbe renderli immortali come gli dèi?

Lo schiavo del manoscritto

Amitav Ghosh
Nell’estate del 1140 d.C. Khalaf ibn Is.h. aq, mercante in Palestina, scrive una lettera all’amico ebreo Abraham Ben Yijū, che viveva allora in una città di nome Mangalore, un porto sulla costa sudoccidentale dell’India.
Era una stagione movimentata quella, in Palestina. In aprile era arrivata un’armata tedesca al comando dell’anziano re Corrado III di Hohenstaufen, noto agli arabi come Alamān. Al seguito del re c’era il nipote, il giovane e carismatico Federico di Svevia. Subito dopo era giunto a Gerusalemme Luigi VII di Francia con il suo esercito, la moglie, l’affascinante Eleonora d’Aquitania, destinata a essere successivamente regina di Francia e d’Inghilterra, e un corteo di nobili.
Il 24 giugno del 1148 d.C. la più massiccia armata di crociati di tutti i tempi si era accampata nei frutteti intorno a Damasco.
Scrivendo a Ben Yijū, tuttavia, Khalaf non si dilunga affatto su questi avvenimenti. Parla di alcune merci inviategli da Ben Yijū, un carico di noci d’areca, due serrature prodotte in India, due coppe d’ottone, e annuncia all’amico che insieme con la lettera gli manderà alcuni doni: due vasi di zucchero, un vaso di mandorle e due di uvetta.
Alla fine della missiva, Khalaf ibn Ishaq nomina quasi di sfuggita uno schiavo indiano di Ben Yijū al quale raccomanda di porgere «moltissimi ringraziamenti».
La lettera è catalogata come manoscritto H.6 alla Biblioteca Nazionale e Universitaria di Gerusalemme.
Attraversando i sottili confini che separano il presente dal passato, con in mano soltanto il frammento di questa lettera, Amitav Ghosh si mette alla ricerca dello schiavo indiano che vi è nominato, una figura che gli appare come una chiave per intendere e raccontare una Storia fatta di tante storie, diaspore e guerre, tradizioni e incontri, rotture e sparizioni. Centro della vicenda sono due villaggi egiziani, luoghi di uno straordinario apprendistato linguistico e umano, e punti di partenza per una lunga indagine: per piú di dieci anni Ghosh insegue lo sconosciuto, costruendo un meraviglioso romanzo in cui tutto è rigorosamente vero.
Ombra consapevole dell’antico schiavo, il moderno ricercatore percorre un duplice itinerario: quello nell’universo medievale, lungo le rotte mercantili che dal Maghreb attraverso l’Egitto portano in India; e quello nell’universo contemporaneo, lungo le rotte aeree che da oriente portano a occidente – e da una religione all’altra, da una lingua all’altra.

Il fiume dell'oppio

Amitav Ghosh

È il settembre del 1838 quando una terribile burrasca si abbatte sulla Ibis, la goletta a due alberi in viaggio verso Mauritius con il suo carico di «coolie», di «delinquenti». Come un uccello mitologico in balia del vento, con il bompresso come un grande becco e le vele come due enormi ali spiegate, la Ibis resiste miracolosamente alla furia dell'uragano.
Nel fracasso della tempesta, tuttavia, tra lampi, tuoni e marosi, una scialuppa si allontana lestamente dalla goletta. È una barca di fuggitivi e a bordo reca due lascari, i leggendari marinai che parlano una lingua tutta loro, e tre coolie che dovrebbero scontare la loro pena a Mauritius: Kalua l'ex lottatore strappato ai campi di papaveri indiani, Ah Fatt, il figlio di un ricco mercante di Bombay e di una donna cinese, Neel, il raja di Raskhali che ha sperperato la sua ricchezza, indebitandosi con i mercanti inglesi e finendo galeotto tra le stive della nave inglese.
Qualche giorno dopo attracca a Mauritius un brigantino anch'esso male in arnese dopo una traversata segnata da disgrazie e trage­dia: il Redruth di Fitcher Penrose, il cacciatore di piante. A Port Louis, però, Fitcher ha di che rallegrarsi. Nel porto di Mauritius fa, infatti, bella mostra di sé uno dei più venerati orti botanici del mondo in cui hanno prestato la loro opera  lo scopritore della buganvillea e quello del pepe nero.
Chi, invece, non ha da essere lieto per nulla è Bahram Modi, il mercante parsi partito da Bombay alla volta di Canton con la sua Anahita, un agile ed elegante vascello a tre alberi con la stiva di prua completamente piena di oppio.
A meno di cento miglia a ovest della Grande Nicobar, il fortunale ha sorpreso la nave e l'intero carico di oppio si è sganciato. Bahram contava di arrivare presto a Fanqui-town, come allora veniva chiamata l'enclave straniera di Canton, dove tutti lo conoscono come Barry Moddie, un uomo sicuro di sé e di enor­me successo appartenente alla ristretta schiera dei daaih-baan, i mercanti stranieri in buoni rapporti coi mandarini. Ora buona parte del prezioso carico è andata perduta e i venti di guerra già soffiano nell'ampia foce del Fiume delle Perle, punteggiata di isole che, come denti che sorgono dal mare, accolgono gigantesche navi provenienti dall'India, dall'Europa e dalle Americhe e branche-granchio locali che, spinte da trenta remi, trasportano clandestinamente l'oppio nel cuore della Cina...
Secondo romanzo della «trilogia della Ibis», Il fiume dell'oppio conduce il lettore nelle acque agitate dell'Oceano indiano allo scoppio della prima guerra dell'oppio. Tra mercanti, soldati della Compagnia delle Indie orientali, coolie, marinai di ogni provenienza e lingua e raja in rovina, Amitav Ghosh ricostruisce e documenta sapientemente l'incrocio di culture, guerre e naufragi da cui, ben prima di quanto si pensi, è nato il nostro mondo globalizzato, con conflitti, tattiche e ipocrisie non molto diversi da quelli del mondo odierno.

La grande cecità. Il cambiamento climatico e l'impensabile

Amitav Ghosh
Nei primi anni del XXI secolo Amitav Ghosh lavorava alla stesura de Il paese delle maree, il romanzo che si svolge nelle Sundarban, l’immenso arcipelago di isole che si stende fra il mare e le pianure del Bengala. Occupandosi della grande foresta di mangrovie che le ricopre, Ghosh scoprì che i mutamenti geologici che ciclicamente vi avvenivano – un argine poteva sparire nell’arco di una notte, trascinando con sé case e persone – stavano diventando qualcos’altro: un cambiamento irreversibile, il segno di un inarrestabile ritrarsi delle linee costiere e di una continua infiltrazione di acque saline su terre coltivate.
Che un’intera area sotto il livello del mare come le Sundarban possa essere letteralmente cancellata dalla faccia della terra non è cosa da poco. Mostra che l’impatto accelerato del surriscaldamento globale è giunto ormai a minacciare l’esistenza stessa di numerose zone costiere della terra.
La domanda, per Ghosh, nacque perciò spontanea. Come reagisce la cultura e, in modo particolare, la letteratura dinanzi a questo stato di cose? La risposta è contenuta in questo libro in cui l’autore della trilogia della «Ibis» ritorna con efficacia alla scrittura saggistica.
La cultura è, per Ghosh, strettamente connessa con il mondo della produzione di merci. Ne induce i desideri, producendo l’immaginario che l’accompagna.
Una veloce decappottabile – un prodotto per eccellenza dell’economia basata sui combustibili fossili – non ci attrae perché ne conosciamo minuziosamente la tecnologia, ma perché evoca l’immagine di una strada che guizza in un paesaggio incontaminato; pensiamo alla libertà e al vento nei capelli; a James Dean e Peter Fonda che sfrecciano verso l’orizzonte; a Jack Kerouac e a Vladimir Nabokov. Questa cultura, così intimamente legata alla storia del capitalismo, è stata capace di raccontare guerre e numerose crisi, ma rivela una singolare, irriducibile resistenza ad affrontare il cambiamento climatico.
Quando il tema del cambiamento climatico appare, infatti, in una qualche pubblicazione, si tratta quasi sempre di saggistica.
La rara e fugace comparsa di questo argomento in narrativa è sufficiente a relegare un romanzo o un racconto nel campo della fantascienza.
Che cosa è in gioco in questa resistenza? Un fallimento immaginativo e culturale che sta al cuore della crisi climatica?
Un occultamento della realtà nell’arte e nella letteratura contemporanee tale che «questa nostra epoca, così fiera della propria consapevolezza, verrà definita l’epoca della Grande Cecità»?
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