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Bapsi Sidhwa

Bapsi Sidhwa è nata a Karachi, in Pakistan, ed è cresciuta a Lahore. Sposata, ha tre figli e vive attualmente negli Stati Uniti. I suoi romanzi sono stati tradotti in numerosi Paesi e hanno ottenuto ovunque prestigiosi riconoscimenti. In Italia, le sue opere sono apparse tutte presso Neri Pozza: Il talento dei Parsi (2000), La sposa pakistana (2002), La spartizione del cuore (2003) e Acqua (2007).

I LIBRI

Lingua d'amore

Bapsi Sidhwa
Zareen è orgogliosa d’essere una parsi e di abitare in una fiorente metropoli con otto milioni di abitanti, qual è Lahore, in Pakistan. Certo, è arduo vivere in un paese in perenne conflitto con un altro. Durante la famigerata guerra dei Diciassette Giorni tra Pakistan e India – era il 1965 e il pomo della discordia era come sempre il Kashmir – mentre le granate esplodevano a soli diciotto chilometri di distanza, Zareen fu costretta a prendere le sue bambine e a raggiungere Rawalpindi. Duecentottanta chilometri percorsi in otto ore. Grazie alle preghiere rivolte a Sarosh Ejud, l’Angelo del successo zoroastriano che protegge l’umanità, lei, Feroza, la figlia maggiore, e Parizad, la minore, giunsero a Pindi sane e salve.
Ora, però, più di bombe, granate e colpi di cannone, qualcosa di inaspettato, crudele, insensato sta per sconvolgere l’esistenza di Zareen: sua figlia Feroza, che soggiorna da un paio d’anni a Denver, negli Stati Uniti, sta per sposare un non-parsi, un americano figlio di genitori ebrei, un ragazzo con gli occhi azzurri, i capelli lunghi e dei frivoli colpi di sole. Vi può essere disgrazia maggiore di una figlia che non avrà più accesso al Tempio del Fuoco? E che sarà espulsa dalla comunità, come succede a ogni ragazza parsi che sceglie un marito di altra nazionalità?
Ruth vive anche lei in Pakistan, in anni in cui la pretesa dei sikh di creare in India un Khalistan – uno stato indipendente nel Punjab orientale – fa del Pakistan la perfetta pista di atterraggio dei voli dell’Air India dirottati dagli indipendentisti. Americana, sposata a un manager di una multinazionale di fertilizzanti chimici, Ruth si ritiene estranea ai tumulti e ai fervori religiosi che infiammano il paese. Grazie all’isolamento cui sono destinate le donne in una società musulmana, ha scoperto un legame diverso con lepersone del suo stesso sesso, e frequenta l’International Women’s Club di Lahore, che suscita le attenzioni dell’ISI, l’intelligence pachistana.
Tuttavia, la donna non può fare a meno di avere un’esperienza mistica nel tunnel di un tempio sikh, esperienza che fa dire ai presenti che abbia addirittura visto il quinto guru, Arjan Singh, immerso in un flusso di luce divina.
L’inaspettato, l’irrompere di qualcosa che turba gli equilibri consolidati del proprio mondo e delle proprie più radicate convinzioni, costituisce l’oggetto di questa meravigliosa raccolta di storie con la quale l’autrice de La spartizione del cuore e di Acqua si ripropone ai suoi fedeli lettori. Muovendosi tra Pakistan e Stati Uniti, Bapsi Sidhwa ci mostra che, in simili circostanze, serve a poco la diffidenza. Molto più efficace è una lingua d’amore, l’universale linguaggio del cuore.
 

Acqua

Bapsi Sidhwa

Chuyia aveva sei anni il mattino in cui sua madre Bhagya ricevette in cucina la visita inaspettata di Somnath, suo marito. Seduta a gambe incrociate sul pavimento, Bhagya stava pestando il riso nel mortaio, quando Somnath era entrato e, dandosi una sistematina alla dhoti, al telo da notte tutto stropicciato, aveva sussurrato che la madre di Hira Lal, l’amico di famiglia rimasto vedovo a quarantaquattro anni, desiderava che Chuyia sposasse suo figlio. Bhagya aveva sollevato l’orlo della sari e abbassato la testa per celare l’improvviso tumulto che si era impadronito del suo cuore, poi non aveva avuto nemmeno il tempo di protestare. Somnath aveva elencato tutti i vantaggi di quelle nozze: gli oroscopi di Chuyia e Hira Lal in perfetta sintonia, il fatto che la madre di Hira Lal non voleva la dote e avrebbe pagato lei tutte le spese della cerimonia, la possibilità di tener fede alla piú pura tradizione braminica, per la quale una donna è riconosciuta come tale soltanto quando è unita al proprio marito e diventa una sumangali, una donna di lieto auspicio.
È trascorso qualche anno da quel mattino, e la piccola Chuyia si è sposata con Hira Lal. Poi un giorno Hira Lal è stato condotto sulle rive del Gange e lì ha liberato la sua anima.
Da quel giorno Chuyia non può piú indossare vestiti colorati e cuciti, ma soltanto una sari bianca, ha il cranio rasato ed è costretta a vivere lontano dai suoi, poiché è una vedova, una donna, cioè, che nella cultura braminica non è piú tale, visto che non può fare figli né servire il marito.
Eccola allora nell’ashram delle vedove, in compagnia di donne dalle teste rasate e i volti duri e allungati, della flaccida Madhumati, della bella Kalayani, dal viso ovale e luminoso incorniciato da splendidi capelli neri, di Gulabi, l’eunuco dai fianchi ondeggianti e dalle braccia sinuose, di Shakuntala, la sua liberatrice che ha abbracciato le idee di bapu Ghandhi, l’uomo che il governo inglese definisce un piantagrane.
Nato dalla stretta collaborazione con Deepa Mehta, che nel 1998 diresse il film Earth (basato su uno dei romanzi piú noti di Bapsi Sidhwa, La spartizione del cuore), tratto dalla sceneggiatura del film Water, Acqua ci offre un ritratto incomparabile dell’India coloniale e di un ashram delle vedove in cui forza e debolezza, corruzione e onestà, vittime e carnefici si danno la mano. Ritraendo magistralmente eunuchi elegantemente vestiti che maltrattano con ironia le idee del Mahatma Gandhi («Se gli intoccabili sono “figli di Dio”, allora gli eunuchi sono i Suoi figliastri!» dice a un certo punto Gulabi), e donne che si spogliano con pudicizia e malizia lungo i ghat, le gradinate lungo i fiumi sacri, Bapsi Sidhwa ci dona una prova impeccabile del suo stile, fatto di «humour e compassione» (Houston Chronicle).

La sposa pakistana

Bapsi Sidhwa

Nel villaggio del Kohistan, dove Quasim ha condotto Zaitoon, la sua piccola figlia adottiva cresciuta con lui a Lahore, le montagne si ergono scure e minacciose all'infinito, e nevi eterne si affacciano su terre brulle e mute. Tra urli selvaggi, la cui eco si diffonde in tutta la conca, e festose scariche di armi da fuoco che rimbombano contro i fianchi delle montagne, in una delle case di fango e pietra del villaggio, Zaitoon si appresta a consumare la sua prima notte di nozze.
Sakhi, il suo sposo, la osserva con eccitazione a stento trattenuta. Profilo affilato, aquilino, pantaloni sbuffanti, capelli seminascosti dall'ampio turbante bianco, occhi a mandorla, Sakhi contempla con orgoglio di padrone la sua piccola sposa dalle ciglia fitte, i grandi occhi neri e la pelle ambrata dei popoli di pianura.
Sul vassoio di terracotta ai piedi del letto vi sono ancora riso e avanzi di agnello del pranzo nuziale, il vestito della ragazza è abbandonato sul pavimento e Zaitoon, timida e tremante, ha uno sguardo smarrito e implorante. Nel centro ribollente della sua eccitazione, Sakhi sa però che il suo desiderio sarà presto appagato.
Romanzo pieno di forza e sensualità, La sposa pakistana ci conduce nel cuore della civiltà islamica, là dove grazia e brutalità, amore e tirannide, passione e gelosia, onore e desiderio sono indissolubilmente legati.
Dopo l'ardente notte di nozze, il giovane sposo comincerà infatti a imporre la sua autorità alla ragazza venuta dalla città con una violenza pari alla passione e alla gelosia che lo tormentano, finché un abisso non si spalancherà tra i due.

Il talento dei Parsi

Bapsi Sidhwa

Verso la fine del diciannovesimo secolo, Faredoon Junglewalla, detto Freddy, si mette in viaggio. A ventitré anni, forte e pronto all'avventura, non vede un avvenire nel villaggio paterno, sepolto nelle foreste dell'India Centrale, e decide quindi di andare a cercare fortuna nei sacri pascoli del Punjab.
Caricati su un carro trainato da buoi tutti i suoi beni – una suocera vedova, che ha undici anni più di lui, una moglie incinta che ne ha sei di meno, e la piccola Hutoxi appena nata – Freddy raggiunge Lahore, allora capitale delle Province Orientali.
In una città abitata dalle più svariate etnie e caste, governata da britannici perennemente infastiditi dal caldo e dalla ressa, animata dai commerci più strani, e perciò anche da singolari trafficanti e avventurieri, che cosa può fare Freddy Junglewalla se non appellarsi all'antica virtù del popolo a cui appartiene, al talento dei Parsi?
Freddy sa che, senza questo talento, i Parsi non sarebbero che "briciole di una presa di tabacco eruttata dalle narici multirazziali dell'India". Ne custodisce perciò i principi sommi ("non aprire mai le porte all'orgoglio e all'arroganza", "ondeggiare con la brezza, piegarsi col vento", capire che "la cosa più dolce del mondo è il bisogno") e li traduce in una massima adatta alle circostanze sue e della Storia: diventare "dopo i viceré, i ragià e i signorotti… i più grandiosi leccapiedi dell'Impero Britannico!"
Lo vediamo dunque, ancora giovincello imberbe, lisciare e incensare il Colonnello William e, in capo a un anno, avere nelle sue mani tutto il traffico delle merci tra Peshawar e l'Afganistan. Lo sentiamo parlare una lingua disseminata di colte citazioni inglesi pronunciate con un buffo accento ricercato e, nel giro di pochi anni ancora, pontificare come un agiato signore, in grado di risolvere con spirito bonario ogni contrasto pubblico…
Romanzo di una comicità irresistibile, Il talento dei Parsi ci restituisce, attraverso la forza incomparabile dell'humour, l'epopea di un popolo che ha tratto dai "dolci imperativi del bisogno" la capacità di esistere, vivere e prosperare in pace in una regione del mondo segnata dall'odio e dal conflitto.

Acqua

Bapsi Sidhwa

Chuyia aveva sei anni il mattino in cui sua madre Bhagya ricevette in cucina la visita inaspettata di Somnath, suo marito. Seduta a gambe incrociate sul pavimento, Bhagya stava pestando il riso nel mortaio, quando Somnath era entrato e, dandosi una sistematina alla dhoti, al telo da notte tutto stropicciato, aveva sussurrato che la madre di Hira Lal, l’amico di famiglia rimasto vedovo a quarantaquattro anni, desiderava che Chuyia sposasse suo figlio. Bhagya aveva sollevato l’orlo della sari e abbassato la testa per celare l’improvviso tumulto che si era impadronito del suo cuore, poi non aveva avuto nemmeno il tempo di protestare. Somnath aveva elencato tutti i vantaggi di quelle nozze: gli oroscopi di Chuyia e Hira Lal in perfetta sintonia, il fatto che la madre di Hira Lal non voleva la dote e avrebbe pagato lei tutte le spese della cerimonia, la possibilità di tener fede alla piú pura tradizione braminica, per la quale una donna è riconosciuta come tale soltanto quando è unita al proprio marito e diventa una sumangali, una donna di lieto auspicio.
È trascorso qualche anno da quel mattino, e la piccola Chuyia si è sposata con Hira Lal. Poi un giorno Hira Lal è stato condotto sulle rive del Gange e lì ha liberato la sua anima.
Da quel giorno Chuyia non può piú indossare vestiti colorati e cuciti, ma soltanto una sari bianca, ha il cranio rasato ed è costretta a vivere lontano dai suoi, poiché è una vedova, una donna, cioè, che nella cultura braminica non è piú tale, visto che non può fare figli né servire il marito.
Eccola allora nell’ashram delle vedove, in compagnia di donne dalle teste rasate e i volti duri e allungati, della flaccida Madhumati, della bella Kalayani, dal viso ovale e luminoso incorniciato da splendidi capelli neri, di Gulabi, l’eunuco dai fianchi ondeggianti e dalle braccia sinuose, di Shakuntala, la sua liberatrice che ha abbracciato le idee di bapu Ghandhi, l’uomo che il governo inglese definisce un piantagrane.
Nato dalla stretta collaborazione con Deepa Mehta, che nel 1998 diresse il film Earth (basato su uno dei romanzi piú noti di Bapsi Sidhwa, La spartizione del cuore), tratto dalla sceneggiatura del film Water, Acqua ci offre un ritratto incomparabile dell’India coloniale e di un ashram delle vedove in cui forza e debolezza, corruzione e onestà, vittime e carnefici si danno la mano. Ritraendo magistralmente eunuchi elegantemente vestiti che maltrattano con ironia le idee del Mahatma Gandhi («Se gli intoccabili sono “figli di Dio”, allora gli eunuchi sono i Suoi figliastri!» dice a un certo punto Gulabi), e donne che si spogliano con pudicizia e malizia lungo i ghat, le gradinate lungo i fiumi sacri, Bapsi Sidhwa ci dona una prova impeccabile del suo stile, fatto di «humour e compassione» (Houston Chronicle).

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