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Christopher Lasch

Christopher Lasch (1932-1994) è stato uno dei maggiori storici delle idee del Novecento. Tra le sue numerose opere ricordiamo: La cultura del narcisismo (Bompiani, 1981), Il paradiso in terra. Il progresso e la sua critica (Neri Pozza, 2016), La rivolta delle élite (Neri Pozza, 2017) e L’io minimo (Neri Pozza, 2018).

I LIBRI

Il paradiso in terra. Il progresso e la sua critica

Christopher Lasch
«Come può accadere che delle persone serie continuino a credere nel progresso, malgrado le importanti confutazioni che parevano aver liquidato una volta per tutte la validità di questa idea?»
Muovendo da questo interrogativo, Christopher Lasch dà avvio in questo libro – vera e propria pietra miliare di ogni pensiero critico della modernità – a un’affascinante ricostruzione storica, filosofica, sociologica dell’idea di progresso, ultima fede, autentica religione secolarizzata dell’occidente. Il libro parte dall’interpretazione largamente accettata secondo la quale l’idea di progresso rappresenterebbe la versione secolarizzata della fede cristiana nella provvidenza. Opponendosi, infatti, al mondo antico e alla sua visione ciclica della storia, e rivendicando all’opposto una direzione di quest’ultima – dalla caduta dell’uomo alla sua definitiva redenzione –, la cristianità avrebbe permesso all’occidente di concepire la storia come un «processo generalmente in moto verso l’alto».
Per Lasch, tuttavia, nel ventesimo secolo quest’idea del progresso basata sul pensiero di una «finalità» della storia, sulla speranza in un qualche stato finale di perfezione terrena, diventa «la più morta delle idee morte», spazzata via dal fallimento dei totalitarismi e di ogni considerazione utopistica del futuro. Nel secolo scorso si mostra, infatti, in ambito soprattutto anglosassone, l’estrema secolarizzazione della fede nel progresso. La sua idea viene separata dalla città celeste e riportata sulla terra, e la fede nel progresso diventa fede nel «progresso tecnologico» e nell’estensione del benessere materiale, dell’abbondanza e del consumo. È allora anche che ogni critica del progresso viene bollata come una faccenda di oscurantisti, chiacchiera di tutti coloro che «si rifugiano nella devozione, nell’estetica e nel mito».
Il risultato è che questa cieca fede nel progresso appartiene oggi in egual misura tanto alla destra che propone di mantenere il nostro standard di vita smodato a spese del resto del mondo e delle nostre stesse minoranze, quanto alla sinistra che pensa, invece, di estendere gli standard di vita occidentali al resto del mondo. Un programma suicida, per Lasch, perché nel primo caso approfondirà il solco che separa le nazioni povere da quelle ricche e genererà moti di ribellione e terrorismo sempre più violenti contro l’occidente; e, nel secondo, porterà ancora più rapidamente all’esaurimento di risorse non rinnovabili, all’inquinamento irreversibile dell’atmosfera terrestre e alla distruzione del sistema ecologico da cui dipende la vita dell’uomo.
Tutto ciò rende urgente, per Lasch, la costruzione di un punto di vista radicalmente nuovo che tagli corto sia con la convinzione che il nostro standard di vita sia destinato a un costante miglioramento, sia con l’altra faccia dell’ideologia del progresso: quella struggente nostalgia che essa produce per la semplicità passata, per le comunità del «mondo che abbiamo perduto».

La rivolta delle élite. Il tradimento della democrazia

Christopher Lasch
Pubblicato per la prima volta nel 1995, un anno dopo la morte del suo autore, La rivolta delle élite apparve subito come un libro fondamentale, capace di cogliere, più di qualsiasi testo di politologia, le ragioni profonde della crisi delle moderne democrazie liberali. «Anziché attenersi ai sondaggi», scrisse il Washington Post, «gli analisti politici farebbero meglio a impiegare il loro tempo leggendo l’ultimo libro di Christopher Lasch». Oggi, a oltre vent’anni di distanza, il volume si svela non soltanto come un libro fondamentale, ma come una vera e propria opera profetica, in grado di prefigurare la nascita dei populismi odierni, di quella secessio plebis che si comprende appunto soltanto come una naturale conseguenza della rottura del legame sociale operata tempo fa dalle élite.
Il libro ritrae per la prima volta, nei suoi tratti essenziali a noi oggi così familiari, quell’élite liberale e cosmopolita di tecnocrati, manager e agenti della comunicazione che determinano le sorti delle società contemporanee: uomini che si sentono a casa propria soltanto quando si muovono, quando «sono en route verso una conferenza ad alto livello, l’inaugurazione di una nuova attività esclusiva, un festival cinematografico internazionale». Uomini che, in possesso di «una visione essenzialmente turistica del mondo», lasciano volentieri l’idea di una residenza stabile a una middle class ritenuta «tecnologicamente arretrata, politicamente reazionaria, repressiva nella morale sessuale, retriva nei gusti culturali».
Uno smart people che, a Hong Kong come a Bruxelles o a New York, si sente «creativo», ma la cui creatività è rivolta soltanto a «una serie di attività mentali astratte svolte in un ufficio, preferibilmente con l’aiuto di un computer, e non alla produzione di cibo, case o altri generi di prima necessità».
Il solo rapporto che, nel liberalismo moderno, l’élite ha con il lavoro produttivo è, per Christopher Lasch, il consumo. Per il resto essa vive in una «iperrealtà», un mondo simulato di modelli computerizzati, dove non ne è più nulla del mondo comune e dove l’ossessione fondamentale è il controllo, la «costruzione della realtà» (diremmo, con il termine oggi in voga, la governance).
Lasch non si sottrae alla questione di cosa opporre alla rottura del legame sociale prodotta dalla rivolta delle élite. Nel sindacalismo agrario e operaio americano dell’Ottocento, confluito poi nel People’s Party e nel Partito Democratico, vi è, secondo lui, la possibile risposta: l’esperienza di comunità fondate su valori come l’eguaglianza delle opportunità, la competenza, la mutua collaborazione, e per questo «capaci di autogoverno».
La rivolta delle élite fu pubblicata per la prima volta in Italia nel 1995 dall’editore Feltrinelli con il titolo La ribellione delle élite. La sua riproposta oggi, con un titolo più fedele a quello originale, nasce da una profonda convinzione: che l’opera sveli oggi più di ieri la sua indiscussa attualità.

L'io minimo. Sopravvivenza psichica in tempi difficili

Christopher Lasch

«La moderna deificazione della mera sopravvivenza… è senz’altro la tappa intellettuale più strana mai proposta da un uomo a un altro uomo».
Nulla più di questa frase di William James, che compare in esergo alle pagine che seguono, spiega il contenuto proprio di quest’opera di Christopher Lasch: un’analisi dell’io nell’epoca della «mera sopravvivenza».
Pubblicato cinque anni dopo La cultura del narcisismo, l’opera in cui l’«edonismo» contemporaneo, la ricerca di sé, l’egoismo, l’indifferenza verso il bene dell’umanità apparivano come i tratti salienti dello sradicamento prodotto dalla moderna società industriale, L’Io minimo segna una svolta nel pensiero di Lasch. L’io sovrano di ieri cede il posto all’io minimo, poiché l’epoca annuncia una nuova condizione della società industriale caratterizzata, in primo luogo, dalla necessità di poteri globali, dalla crescita di una «mente globale» nel fronteggiare la prospettiva di un prolungato declino economico e, in secondo luogo, dalla fine della «speranza in un’azione politica capace di rendere via via più umana la società industriale».
L’epoca in cui il mondo è popolato da immagini sfarfallanti che rendono sempre più difficile distinguere tra realtà e fantasia svela così la sua zona d’ombra: quella della mera sopravvivenza e della mentalità della sopravvivenza. Nel tempo dei «poteri globali» e della «mente globale» l’identità personale è infatti un lusso, poiché «l’identità implica radici, una storia personale, amici, una famiglia, il senso d’appartenenza a un luogo». Con l’accentuarsi della percezione dello sradicamento l’io si contrae, si riduce a un nucleo difensivo armato contro le avversità. Diventa «un’individualità che non è né “sovrana” né “narcisistica”, bensì assediata». Una risposta difensiva che, naturalmente, non è altro che un prodotto della stessa radicale trasformazione della società industriale.
Per una prospettiva «postindustriale» infatti né l’illusione tecnologica dell’autosufficienza né la negazione radicale dell’individualità costituiscono vie d’uscita. Non saranno, per Lasch, «né Narciso né Prometeo a guidarci fuori dalla condizione in cui ci troviamo».

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