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Cino Boccazzi

Cino Boccazzi è nato ad Aosta nel 1916 ed è scomparso a Treviso nel 2009. Autore di ventidue traversate nel Sahara, dodici viaggi nello Yemen, Arabia Saudita, Siria e Giordania, biografo di Lawrence d'Arabia, ha scritto romanzi e libri di viaggio. Presso Neri Pozza ha pubblicato La via dell'incenso, La bicicletta di mio padre (Premio Selezione Campiello 1999), Sahara, Le donne blu.

I LIBRI

Il diavolo custode

Cino Boccazzi

Nella stanza dell’antico palazzo in cui il narratore di questa storia dorme, studia e sogna, accadono cose davvero straordinarie. Di notte, tra le pareti tremolanti, si apre spesso un lungo corridoio svanito nella nebbia, e di là entrano persone sconosciute e improbabili: sultani fuggiaschi, papi inseguiti da Martin Lutero, antichi e gloriosi sovrani vestiti da straccioni. Non chiedono permesso, si siedono impertinenti sul letto del nostro autore e a volte lo coprono persino, come fosse una laida coperta, con una folta e pidocchiosa barba.
L’avventura narrata in queste pagine è cominciata la notte in cui dalla nebbia è sbucato l’essere più strano che sia dato vedere: una creatura coperta di stracci e paglie, con sulla testa un amplissimo cappello dalla tesa tutta bucata per vedere le stelle e orientarsi sulle piste himalaiane da cui ha affermato di provenire. Aveva, in effetti, una faccia da vecchio cinese, guizzante di rughe, e occhi sottili e sfuggenti. Ha detto di appartenere all’antichissimo popolo dei Lila Orrendi confinati da millenni all’ombra della Grande Muraglia, dopo essere stati scacciati dal Paradiso perché si erano schierati all’opposizione con Lucifero. Mentre parlava, è arrivato il suo bagaglio someggiato su un cammello battriano, quello vero a due gobbe, due bisacce di paglia rattoppate e puzzolenti. Svanendo, ha confessato di essere un angelo custode, un angelo ribelle inviato sulla terra per colpa della vita disordinata del nostro autore.
In compagnia di quest’angelo o diavolo custode, veniamo condotti in queste pagine lungo secoli ed epoche trascorse e future. Un viaggio gotico su strade in cui passeggiano vecchi zii perennemente ubriachi, antichi amori, branchi di pantegane, cani che abbaiano felici, uomini di potere che sono come angeli spennati, demoni che propongono divine infamie.

Le donne blu e altre storie

Cino Boccazzi

I tuareg vivono da sempre nel grande deserto, dispersi nei tanti stati che costituiscono l’Africa mediterranea, saheliana e sudanese. Legati da unità linguistica e culturale, hanno un patrimonio di usanze e costumi antichissimi fra i quali, singolare e importante, il matriarcato. 
Prima del matrimonio, le donne tuareg, le bellissime «donne blu», godono di una grande libertà sessuale che trova il suo momento iniziatico nell’agal, la corte d’amore, la festa medievale in cui i giovani si incontrano per cantare i tindé, le canzoni d’amore, e scegliersi. Sul petto le donne portano amuleti d’argento, il colore della luna, piccoli triangoli che ricordano l’occhio di Horus e appese al collo le stupende croci di Agadéz, reminiscenza dell’egizio hank, lo scettro crociforme segno di immortalità che il farone tiene in mano. Spesso suonano l’inzad, il violino monocorde, e a chi beve con loro il tè di menta, nei piccoli bicchieri, non mancano quasi mai di regalare il grigri, uno straordinario portafortuna da non abbandonare mai. 
Tutto questo straordinario mondo poetico, fatto di bellezza ma anche di rivolta (memorabile quella condotta da Kaossen ag Mohamed van Tegidda, il Lawrence nero, il principe dei guerrieri tuareg, contro francesi, italiani e inglesi per quindici, lunghi anni) e crudeltà (le teste mozze sono tra i trofei prediletti dai tuareg), è mirabilmente racchiuso nelle pagine di questo libro. Con la sua «particolare capacità evocativa» (Stefano Malatesta), Cino Boccazzi ci restituisce il paesaggio e gli odori dell’avventura che abbiamo sempre sognato: i grandi mari di sabbia, i profondi crepacci tortuosi, le spiagge tormentate dai venti monsonici, e poi il profumo intenso, resinoso e pesante delle città carovaniere, l’acuto odore di cavalli e di cammelli, l’aroma del cinnamomo, del nardo e della mirra e quello del vento del deserto, che non sa più di nulla e, come dicono i nomadi, «è l’odore dell’eternità».

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