Neri Pozza Editore | Emilio Jona
 
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Emilio Jona

Emilio Jona, poeta, narratore, commediografo, saggista. Tra i suoi libri: di cultura popolare, Cantacronache. Un'avventura politico-musicale degli anni cinquanta (Scriptorium-Paravia, 1995, con M.L. Straniero), di cui fu anche uno dei protagonisti; di poesia, La cattura dello splendore (Scheiwiller, 1998, finalista al premio Viareggio, vincitore del premio Catanzaro 1999); tra i testi teatrali, Il 29 luglio del 1900. Vita e morte dell'anarchico Gaetano Bresci (Sipario n. 321, 1973, con S. Liberovici, premio Riccione 1972); tra i romanzi, Il celeste scolaro (Neri Pozza, 2016), finalista al premio Bottari Lattes 2016.

I LIBRI

Il fregio della vita

Emilio Jona

La storia narrata in queste pagine si svolge tra Vienna e le montagne del Grossglockner, nel periodo che intercorre tra il 1934 e il 1938; anni fatidici del secolo passato, segnati dall’assassinio di Dollfuss e dall’Anschluss, l’annessione dell’Austria al Terzo Reich.
Il racconto, tuttavia, come sovente accade nella letteratura mitteleuropea, nel cui solco si muove palesemente, non narra dei grandi eventi storici che annunciano con clamore il tramonto di un’epoca e l’avvento di una nuova barbarie.
Il senso della fine traspare in queste pagine dai fantasmi e dalle ossessioni di una vicenda d’amore che ruota attorno a tre personaggi: un marito, una moglie e un nano. Inizia con la dolente elaborazione letteraria delle proprie vicende matrimoniali narrate da uno dei protagonisti, ormai ottantenne, a un passante, occasionalmente incontrato su di una panchina del lungolago di Bregenz: un nano, caustico e curioso personaggio, che diventerà il possessore e il dispensatore delle storie segrete dei due coniugi; lui, un uomo tormentato e innamorato della sua gelosissima sposa, lei, un’ebrea inquieta e insoddisfatta, alla scoperta della sua dirompente sessualità.
Sarà il nano a compiere un viaggio dentro la loro vita, dominata da demoni e cieca su quanto si prepara nell’Austria che sta covando il nazismo. E il passato riemergerà, come un fiume carsico limaccioso e pieno di detriti, debordando e invadendo il presente; un passato che non sarà più solo loro, ma anche una dimensione del presente di ognuno di noi, perché senza tempo sono le storie d’amore, di gelosia, di tradimento, e di morte che ci abitano.

Al rombo del cannon. Grande guerra e canto popolare

Emilio Jona, Franco Castelli, Alberto Lovatto

La prima guerra mondiale, conclusasi un secolo fa, fu un bagno di sangue senza precedenti, che all’Italia costò seicentomila morti e oltre un milione di feriti. Eppure, nonostante l’orrenda carneficina, la Grande Guerra fu anche una straordinaria fucina di canti popolari. Durante il conflitto si cantò molto, come non era mai avvenuto in passato e come non avverrà più nel futuro, ma mentre i canzonieri ufficiali risuonarono di inni patriottici colmi di retorica, la guerra realmente cantata dalle classi popolari ci raccontò il dolore della partenza, l’orrore della trincea, la morte negli assalti alla baionetta, lo strazio delle famiglie, il lutto infinito di un’intera popolazione che vedeva decimata la sua gioventù.
Anche se del canto nella Grande Guerra si è scritto con abbondanza, è mancato a tutt’oggi uno studio di ampio respiro storico, antropologico, sociologico e folklorico che ne tentasse una lettura e una sistematizzazione a tutto campo. Al rombo del cannon compendia gli esiti di un’ampia ricerca effettuata, nel corso di molti anni, dagli autori del libro e dai maggiori ricercatori italiani di cultura orale tra i soldati reduci da quel conflitto e tra le persone che ne hanno conservato memoria.
Corredato da illustrazioni d’epoca e accompagnato da due cd con 161 registrazioni originali, il libro restituisce le ansie, gli affetti, le sofferenze, le invettive, in una parola le passioni di chi partecipò a quell’immane conflitto, che fu un’immersione terribile e cruenta nella modernità e nei suoi nuovi terrificanti strumenti di morte: cannoni a lunga gittata, aeroplani, carri armati, gas asfissianti. Con sei milioni di soldati mobilitati, fu anche una guerra che ruppe i limitati confini linguistici e culturali, fece incontrare e dialogare popolazioni lontanissime l’una dalle altre e realizzò una prima reale unificazione nazionale dando vita a un italiano popolare comune. Al rombo del cannon indaga tutti questi versanti della «guerra cantata» analizzandone le forme musicali e letterarie. Per il suo ampio respiro e l’accuratezza dell’indagine, è un’opera che rappresenterà a lungo un riferimento essenziale per chiunque voglia accostarsi al canto popolare della Grande Guerra.

Il celeste scolaro

Emilio Jona

Il 9 aprile 1953, in un’aula della corte d’assise di Milano, Emanuele Almansi, libraio-antiquario, compare davanti ai suoi giudici con l’imputazione di aver tentato di uccidere il proprio figlio Federico. È un processo che ha un’eco enorme sui giornali cittadini e attira una gran folla nel palazzo di giustizia milanese. Con la sua figura dimessa e antica nel suo abito scuro e lo sguardo distaccato e del tutto privo di vergogna, in quella fredda aula di tribunale Almansi non solo ammette ogni addebito, ma riconosce persino la premeditazione del suo tentato omicidio.
Lo fa ricordando innanzi tutto la fatalità che sovrastava da tempo immemorabile la sua famiglia: il male che aveva offuscato l’esistenza di suo nonno e di suo padre, morto in manicomio; aveva ammantato periodicamente la sua vita di malinconia e depressione e si era, infine, crudelmente manifestato in Federico, il figlio adorato, il precoce poeta quindicenne, amico di uno dei più grandi poeti italiani, Umberto Saba, diventato totalmente inabile al lavoro dopo i primi segni di schizofrenia.
Il pensiero di Federico destinato a vivere in povertà, e a consumare i suoi giorni come il nonno in un manicomio, era diventato così disperante e ossessivo per il libraio-antiquario che la decisione di uccidere se stesso e il figlio gli era apparsa come la sola, unica possibilità.
Una possibilità restata tale, visto che l’omicidio  non era stato portato a compimento, ma che, nell’aula della corte d’assise di Milano, si fece strada nella mente di ognuno nell’istante in cui fece la sua apparizione tra i testimoni Federico Almansi in persona.
Del giovane dalla  bellezza misteriosa e apollinea, dai lunghi capelli e dai luminosi occhi azzurri, che Saba aveva chiamato «occhi di cielo», non era più nulla. L’alta figura incurvata, i capelli rasati, il corpo appesantito e la luce irrimediabilmente spenta negli occhi, Federico si era tramutato in uno di quei fantasmi che popolano l’istituzione manicomiale.
L’immagine di quell’uomo demente, avvolto in un vestito di  stoffa ruvida e spessa, e di un padre che lo fissava, impietrito, al di là delle sbarre, è rimasta probabilmente a lungo in qualche angolo riposto della memoria di chi era presente in quel giorno d’aprile del 1953 nel tribunale milanese. Di Federico Almansi, però, si è perduto ogni ricordo; la sua voce non è mai stata raccolta, né sono stati fermati dall’obiettivo di una macchina fotografica il suo viso d’angelo adolescente, né poi, da adulto, il volto gonfio e decaduto. Rimane in pochi scritti, dimenticati o sconosciuti, e nelle tracce lasciate nelle poesie e nelle lettere di uno dei grandi poeti del nostro Novecento.
Attingendo a lettere, manoscritti, poesie, diari, trascrizioni di testimonianze, estratti di giornale, atti processuali, questo libro ricostruisce il romanzo della vita di Federico. Dal sodalizio spirituale e sentimentale con Umberto Saba alle battaglie della Resistenza da giovane partigiano ebreo, fino ai tristi giorni della malattia nell’immediato dopoguerra, si dipana in queste pagine il filo di una luminosa, breve esistenza tradita dai capricci della mente.
 

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