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Gerald Durrell

Gerald Durrell nacque nel 1925 a Jamshedpur, in India. Alla morte del padre, un ingegnere britannico, la sua famiglia si trasferì dapprima in Inghilterra e poi a Corfù, dove Gerald trascorse la sua infanzia. Nel 1959 fondò nell'isola di Jersey un centro di raccolta e cura delle specie a rischio d'estinzione di cui fu responsabile fino alla morte, avvenuta nel 1995. Scrisse circa 37 libri, tra i quali La mia famiglia e altri animali (Adelphi, 1975). Con Neri Pozza ha pubblicato L'isola degli animali (2011), L'uccello beffardo (2011), Un albero pieno di orsi (2014) e Il giardino degli dei (2016).

I LIBRI

Il giardino degli dèi

Gerald Durrell
C’è un momento che ha cambiato per sempre la vita del celebre zoologo e scrittore Gerald Durrell. È il giorno in cui, nel 1935, sua madre comunica a lui, ai fratelli Lawrence e Leslie e alla sorella Margo che si trasferiranno sull’isola greca di Corfù.
All’epoca Gerald ha solo dieci anni. Ma appena capisce che potrà sguazzare tra acque turchesi e rigogliose di pesci, correre dietro a farfalle dai mille colori e affondare i denti in «pannocchie di granturco lunghe un braccio» e «cocomeri dalla polpa croccante e fresca come neve rosata », pensa di essere arrivato in paradiso. Finalmente può dare libero sfogo al suo precocissimo spirito d’osservazione e alla sua immensa passione per il mondo naturale. Al piccolo Gerry, infatti, non interessa soltanto divertirsi scorrazzando tra verdi vallate o scalando a mani nude le montagne più brulle. Lui vuole vedere, toccare e studiare quanti più animali possibili.
Ogni mattina, perciò, carica retini, trappole e gazzose sul dorso del suo fidato asino Sally e parte all’avventura. Dopo pochi mesi dal suo arrivo sull’isola, ha già collezionato una taccola disappetente, un topolino di nome Esmeralda (come la protagonista di Notre-Dame de Paris di cui è innamorato) e un assortimento di uccelli da preda che farebbe invidia al museo di storia naturale più fornito. Certo non si può dire che sua madre sia entusiasta di vedere l’abitazione di famiglia trasformata in un ricovero per bestie di ogni tipo e stazza; soprattutto quando scopre che un’intera colonia di cinghiali ha preso possesso del suo giardino o che il frigorifero è diventato la tana dei cuccioli di Esmeralda.
C’è qualcosa di magico e di stupefacente nel seguire il piccolo Durrell mentre passeggia tra la sabbia fine della spiaggia di Sidari, attraversa i campi di rarissime orchidee selvatiche (che sull’isola crescono in trentasei specie diverse), o si arrampica sui pioppi per osservare «i cervi che passano a nuoto il canale settentrionale», come raccontava già il poeta Elianos nel 200 d.C.
Unendo letteratura di viaggio e divulgazione scientifica, Gerald Durrell scrive, con Il giardino degli dèi, il ritratto definitivo, ironico e poetico, di Corfù: un’isola che diventa la metafora di «un’infanzia felice e illuminata dal sole». Nella raffinata, prima traduzione italiana ad opera di Laura Prandino, il libro appare nitidamente come un’avventura spassosa ed emozionante «che sembra fatta della stessa materia dei sogni» (The Sunday Telegraph).

L'isola degli animali

Gerald Durrell
Sono gli anni che precedono la seconda guerra mondiale e l’eccentrica famiglia inglese dei Durrell vive oziosamente sull’isola greca di Corfù. Gerald, il più piccolo, è un bambino di dieci anni con uno spirito di osservazione acuto e ricco di arguzia. Ha un’immensa passione per il mondo naturale e soprattutto per ogni genere di animali, e dal suo punto di vista la fertile Grecia assomiglia a un paradiso terrestre. Ogni giorno ci sono nuovi insetti da collezionare, nuovi pesci da studiare, nuove esplorazioni da compiere in groppa alla paziente asinella Sally e accompagnato da quel brontolone del cane Roger.
La natura entusiasma Gerry molto più di quanto facciano mamma e fratelli, l’altra singolare fauna che il ragazzo non manca di osservare con disincanto e ironia. Margo, la sorella, è in perenne lotta con il suo aspetto fisico e cerca strampalate vie per curare sovrappeso e acne. Il fratello Leslie è un patito delle armi da caccia e, sdraiato all’ombra, passa il suo tempo a leggere trattati di balistica, senza grandi velleità di concretizzare alcunché. Larry, il fratello maggiore e futuro scrittore di successo, trascorre le sue giornate a deridere i famigliari con caustiche battute, salvo poi invitare a casa gli amici più stravaganti e improbabili. E mamma è una svampita vedova che adora i suoi figli e governa con levità e tolleranza in quella grande villa piena di stanze. 
Attorno ai Durrell c’è il mondo dei greci, quel mondo fatto di dura fatica tra gli ulivi, le viti e il mare sotto il cocente sole mediterraneo, e la piccola comunità degli espatriati per i quali il rombo dei cannoni che si stanno preparando nel cuore dell’Europa è lontano anni luce. 
In mezzo a questa umanità di cui racconta esilaranti aneddoti di vita quotidiana, Gerald trova il suo mentore nel dottor Stephanides, un medico e scienziato che lo prende a cuore e lo guida a un apprendimento più sistematico della zoologia. A dargli le maggiori soddisfazioni è però sempre l’incanto della natura: un’emozionante pesca al polipo a mezzanotte, un bianco barbagianni o una famiglia di porcospini da accudire come animali domestici, la magia dell’accoppiamento delle lumache, gli svolazzi del gufo Ulisse che tutte le sere torna a casa per cena riempiono le giornate del piccolo naturalista con un entusiasmo e una curiosità che, pagina dopo pagina, contagiano il lettore. 

L'uccello beffardo

Gerald Durrell
Zenkali è un paradiso tropicale: un'unica specie vegetale, l'albero Amela, regge l'intera economia dell'isola e dà lavoro a tutti i suoi abitanti, che non conoscono tasse né catastrofi naturali e scorrazzano su ecologici risciò.
I difetti di una centrale elettrica che funziona a singhiozzo non turbano la tranquillità degli isolani, né ci riescono i frequenti errori tipografici del quotidiano locale, che anzi suscitano l'ilarità del sovrano e del suo seguito. L'isola, sperduta nell'oceano, immersa in un magnifico clima tropicale, abitata da due tribù indigene pacifiche e divertenti con curiose abitudini, un tranquillo stile di vita e un re, alto quasi due metri per centoquindici chili e educato a Eton, continua a vivere la sua gioiosa vita. La flora e la fauna si sviluppano rigogliose, così come avevano fatto in passato quando avevano dato origine ad alcune rarissime specie autoctone, in particolare un uccello, denominato Uccello Beffardo, apparentemente estinto.
In questo piccola terra della felicità, lontane potenze occidentali decidono di impiantare una base militare. Un giovane e intraprendente funzionario inglese, Peter Foxglove, mandato sull'isola per sovrintendere ad alcuni lavori preparatori, fa invece una scoperta straordinaria: l'Uccello Beffardo esiste ancora e vive in una zona selvaggia destinata, nei progetti, a essere sommersa dalle acque di una diga. Da questo ritrovamento nasce, ovviamente, una disputa tra ecologisti e sostenitori del progetto di «modernizzazione». E solo l'Uccello Beffardo potrà salvare l'isola dalla rovina.

Un albero pieno di orsi

Gerald Durrell
Nel 1962 la BBC decide di produrre un documentario sulla fauna selvatica in Nuova Zelanda, Australia e Malesia: un reportage che si collochi a metà tra «la guida turistica e la rappresentazione della realtà come la vediamo». Quando il progetto arriva tra le mani del celebre biologo naturalista Gerald Durrell, e di sua moglie Jackie, è chiaro a tutti che quel viaggio si trasformerà in un evento di tutt’altra natura.
Cresciuto correndo tra i boschi dell'isola di Corfù e, perciò, dotato del grado di follia necessario a calarsi giù da un dirupo per osservare un «beccostorto», Durrell è uno spirito libero. Libero di sentirsi tremare la terra sotto i piedi e scappare a gambe levate mentre «il Grande Bertha»  ̶  il geyser più antico della Nuova Zelanda  ̶  scoppia in un «getto di vapore bollente del diametro di un albero». Libero di fermarsi sulle sponde di un lago e venire attorniato da una famiglia di weka che, come «scrupolosi, malinconici ispettori doganali», frugano con il becco tra borse e portafogli; o di riposarsi sotto eucalipti «dai rami brillanti come corallo bianco», per godersi lo spettacolo del tramonto australiano, prima di riprendere l'inseguimento agli opossum di Leadbeater.
Come ogni lavoro del grande naturalista, anche questo è una scintillante moneta a due facce. Da un lato, la poesia con cui Durrell descrive gli animali (quasi fossero specchi in cui l’uomo può riconoscere se stesso) e il senso dell’umorismo con cui racconta di acquazzoni improvvisi, cameraman distrutti dal mal di mare o contrattempi con le jeep. Dall’altro, il suo proposito di scrivere un libro «ecologico» che mostri ai lettori quante specie siano a rischio estinzione, dacché si è diffusa, in Occidente, la dissennata abitudine di spingersi nelle zone più selvagge del pianeta per spazzare via la fauna con una caccia brutale e dissennata, o per introdurre nell’habitat locale specie che alterano profondamente l’equilibrio ambientale.
Opera che unisce mirabilmente letteratura di viaggio e divulgazione scientifica, Un albero pieno di orsi non soltanto dimostra di essere ancora attuale a più di cinquant’anni dalla sua prima edizione, ma colpisce dritto al cuore, narrando di quella «grande maggioranza senza voto e senza voce» che «può sopravvivere soltanto grazie al nostro aiuto»: gli animali.

I segugi di Bafut

Gerald Durrell
Il Cross River sgorga circospetto dalle montagne del Camerun per gettarsi a precipizio, ampio e corrusco, nella grande conca forestale di Mamfe. È lì, sul fiume liscio e marrone ai margini del bosco che lo zoologo e biologo naturalista Gerald  Durrell e il suo assistente Smith allestiscono il tendone del campo base dove si occuperanno di raccogliere le più svariate specie di animali dell’Africa. Dopo aver costruito le gabbie, scavato le pozze d’acqua e stoccato le provviste di cibo, decidono di dividersi i compiti: Smith rimane a Mamfe per badare al campo e occuparsi delle creature che abitano la fauna boschiva con l’aiuto degli abitanti del luogo, mentre Durrell si avventura all’interno, fra le montagne, dove la foresta lascia il posto alle grandi praterie. La sua meta è Bafut, dove il Fon del villaggio, un vecchio briccone il cui cuore è conquistato da chi dimostra di reggere bene l’alcool, gli assicura l’aiuto di un esperto gruppo di cacciatori indigeni.
Tuttavia, per dare la caccia ai diversi esemplari di fauna presenti a Bafut, Durrell decide di non servirsi solo degli uomini forniti dal Fon, ma anche di una muta di sei sparuti e goffi bastardi che, a dire dei loro padroni, sono i migliori cani da caccia dell’Africa occidentale. È così che i «segugi di Bafut», una sgangherata accozzaglia di uomini e cani, si mette sulle tracce delle più improbabili creature: una coppia di rospi afflitti da un grave complesso di inferiorità; uno scoiattolo di formidabile astuzia capace di eludere qualsiasi trappola; una mangusta color zenzero con il coraggio di un  leone e un gruppo di scimpanzé ipocriti.

Storie di animali e altre persone di famiglia

Gerald Durrell

«Queste storie sono vere, o, per essere rigorosamente esatti, alcune sono vere, mentre altre hanno un nocciolo di verità e un contorno di fantasia»: così Durrell in apertura a questo libro che, caratterizzato dall’inconfondibile e frequente ricorso all’ironia che pervade tutta la sua opera, narra delle sue più bizzarre avventure.
Come quando, vagabondando nei boschi della regione francese del Périgord, si imbatte in Esmeralda, una singolare scrofa «pura come una vergine» che non emana, come si potrebbe supporre, l’odore caratteristico dei maiali, ma un profumo delicato e fragrante capace di evocare campi primaverili fiammeggianti di fiori. O quando, costretto dalla vanesia fidanzata Ursula, si ritrova a dividere una camera nel lussuoso albergo Claridge con l’insopportabile pappagallo Mosè, un pennuto che parla perfettamente, anche se è più sboccato di un marinaio.
Bizzarre avventure, che non riguardano soltanto gli animali prediletti. Ecco, infatti, una giovane suora, al centro di una cause célèbre, che «per grazia divina» sparge il terrore tra i croupier del Casinò di Montecarlo, vincendo una mano dietro l’altra grazie alla sua fortuna prodigiosa; ecco un ex boia che, dopo aver trovato rifugio in Paraguay, ogni sera intrattiene conversazioni immaginarie con le sue vittime, riunite attorno a un tavolo per farsi beffe di lui; e, ancora, un capitano di nave scandinavo che, con impeccabile garbo, conduce undici anziane signore australiane nel loro primissimo viaggio verso l’Europa, salvo poi lasciarci le penne.
Unendo mirabilmente letteratura di viaggio e divulgazione scientifica, Storie di animali e altre persone di famiglia è un ulteriore, imperdibile capitolo della straordinaria capacità di Gerald Durrell di «scovare le eccentricità di uomini e animali» (Sunday Telegraph).

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