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Giuseppe Tucci

Giuseppe Tucci (1894-1984) fondò nel 1933 l’Istituto italiano per il Medio ed Estremo Oriente (Is.M.E.O.). Tra il 1925 e il 1930 insegnò nelle università indiane di Calcutta e Shantiniketan, dove conobbe Tagore e Gandhi. Tra il 1929 e il 1950, organizzò lunghe spedizioni in Tibet, Nepal, Pakistan e Afghanistan che ottennero importanti risultati scientifici. Tra i suoi numerosi scritti, oltre ai libri di viaggio, si segnalano i sette volumi di Indotibetica (Accademia d’Italia, 1932-1942), i due di Tibetan Painted Scrolls (Libreria dello Stato,1949), la Storia della filosofia indiana (1957) e Le religioni del Tibet (Edizioni Mediterranee, 1976). Neri Pozza ha pubblicato due suoi libri di viaggio: Il paese delle donne dai molti mariti (2005) e Dei, demoni e oracoli (2006).

I LIBRI

Il paese delle donne dai molti mariti

Giuseppe Tucci

Negli anni in cui insegnava in India, dal 1926 al 1930, avendo come collega di studi Mircea Eliade, appena il caldo delle pianure indiane si faceva insopportabile, Giuseppe Tucci emigrava verso il più fresco nord, come il resto della colonia europea. E qui, tra le montagne tra Simla e il Kashmir, incontrava quasi tutti i viaggiatori e gli esploratori più famosi dell’epoca, da Sven Hedin a Aurel Stein a Paul Pelliot. Uomini abituati alla rudezza dell’Asia centrale e alle fatiche e ai pericoli dei viaggi e poco portati a sognare a occhi aperti. Eppure Tucci era solito dire che questi traversatori di spaventosi deserti e scalatori di montagne considerate inaccessibili nascondevano tutti come un desiderio infantile: un giorno, al mattino, quando la nebbia si dirada e i panorami tornano sconfinati, avrebbero trovato Shangri-là, quel paese dell’eterna giovinezza immerso nella luce e abitato da saggi vestiti di bianco e un sorriso ebete sulle labbra, come nel film di Hollywood tratto da un celebre romanzo.
Quello che Tucci taceva era che anche lui faceva parte del gruppo «bella Shangri-là» ed era in attesa dell’apparizione come i suoi amici.
Colui che è stato, infatti, il più grande studioso del Tibet, un poliglotta che parlava tutte le maggiori lingue e i dialetti asiatici, un sapiente venuto da ovest che conosceva i segreti delle culture indiane e tibetane e si muoveva tra queste con la stessa disinvoltura dei santoni che oggi richiamano folle deliranti al Kumbamela, non ci ha lasciato soltanto una vasta ed erudita opera oggetto di studi nelle università di tutto il mondo, ma anche racconti di viaggio che narrano di vicende avvincenti e articoli corposi, accompagnati da fotografie stupende, apparsi su riviste come «Asiatica», «Le Vie d’Italia e del Mondo», il «Bollettino della R. Società Geografica Italiana». Scritti che mostrano un intreccio unico di dottrina, passione ed empito visionario e hanno il ritmo delle carovane così amate da Tucci: un lento, meraviglioso e quasi incantato avvicinamento a una Shangri-là dell’anima, a un mondo agli antipodi di quello occidentale, svelato vallata dopo vallata fino a quando la carovana non ha raggiunto il passo da dove lo sguardo spazia e le domande più difficili diventavano per la prima volta alla portata degli umani.
Il primo libro della serie di racconti di viaggio che presentiamo, Il Paese delle donne dai molti mariti, raccoglie alcuni di questi articoli e note ed è quasi un diario segreto di questo imprevedibile e smagato viaggiatore che con cinquanta muli, una tenda e i Canti di Leopardi in tasca si avventurava nei luoghi più sperduti dell’Asia centrale.

Dei, demoni e oracoli

Giuseppe Tucci

Tra i preziosi reperti dei numerosi viaggi di Tucci in Tibet, incantati ora in scaffali puliti e teche di cristallo, ve ne sono molti trafugati, imballati e inchiodati durante la leggendaria spedizione del 1933 nello Shang Shung e a Tsaparang, la regione della cultura Bon e delle pratiche occulte dello Dzog Chen. Si tratta di reperti insostituibili per la ricostruzione della storia mistica, religiosa, artistica, letteraria e archeologica del Paese delle Nevi, ma che, nelle loro forme mortuarie e claustrofobiche, ci dicono poco o niente di quella bizzarra estate del 1933 in cui la carovana di Tucci si addentrò nelle terre degli Orchi, delle Divinità Pacifiche e Feroci nei lackang desolati e in rovina di Tspaparang e di Tholing.
Per fortuna, Tucci ci ha lasciato questo straordinario diario, in cui la narrazione, caratterizzata da un entusiasmo e una sincerità introvabili in altri suoi scritti, ci restituisce tutto lo spirito di quell’avventurosa spedizione e illumina l’altro scopo dei suoi viaggi: quello che oltrepassa l’aspetto scientifico e la ricostruzione storica della civiltà di un paese, e trova la sua motivazione più profonda nella ricerca delle verità contenute nelle pratiche e nei saperi occulti.
La spedizione del 1933, la più affascinante, la più pericolosa, la più nascosta tra le otto compiute in vent’anni, è, al di là del suo indiscusso valore scientifico, un volo sciamanico, profondo e perfetto. E l’incontro con le Divinità Pacifiche e Feroci dello Shang Shung appare, alla luce di queste pagine, come la più importante iniziazione, tra le molte che Tucci ha ricevuto dai maestri tibetani e di cui assai raramente ha parlato.
Se leggiamo, infatti, questo diario con lentezza e attenzione, seguendo la carovana lungo le rive gelate dello Tsangpo, vedremo che le persone incontrate tappa dopo tappa non sono mai esseri comuni e neppure lo sono gli asini selvatici, i lupi, le capre, gli yak o Chankù il molosso tibetano che seguiva Tucci in tutte le spedizioni. Tantomeno lo sono le montagne, le tempeste, le nubi, il caldo, le frane, i fiumi, i tramonti, il freddo. In ognuno di questi frammenti, anche nel più insignificante, si cela il cuore del viaggio, lo sguardo di Vairocana, di Vajrasattva, di Shin jè, di Mahakala, il volo delle Dakini e degli Oracoli. Soprattutto, se saremo silenziosi e avremo la mente sgombra, ascolteremo la vera voce di Tucci che ci dirà il suo culto per lo sgretolamento, la dissoluzione, lo svanire e insieme l’inseguire con ogni mezzo e instancabilmente ciò che si nasconde o appartiene al mondo dell’invisibile per riportarlo a vivere.

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