• Condividi :

Irvin D. Yalom

Irvin D. Yalom insegna psichiatria alla Stanford University e vive e svolge il suo lavoro di psichiatra a Palo Alto, in California. Neri Pozza ha pubblicato molti dei suoi bestseller: La cura di Schopenauer (2005), Le lacrime di Nietzsche (2006), Il problema Spinoza (2012), Il dono della terapia (2014), Sul lettino di Freud (2015), Creature di un giorno (2015), Il senso della vita (2016) e Fissando il sole (2017).

I LIBRI

Creature di un giorno

Irvin D. Yalom
Mai come in questo libro la scrittura di Yalom rivela la sua componente più nascosta, quella terapeutica, e permette al lettore di guardare negli occhi le due questioni fondamentali dell’esistenza: come vivere una vita piena e come conciliarsi con l’inevitabile prospettiva di abbandonarla.
L’autore di Le lacrime di Nietzsche, e di altre importanti opere di narrativa che hanno conquistato il favore di pubblico e critica nei numerosi paesi in cui sono apparse, presenta in queste pagine la grande esperienza accumulata in più di cinquant’anni di pratica psicanalitica, e con onestà intellettuale ci pone dinanzi a una serie di casi in cui, assieme ai suoi pazienti, ha affrontato il problema della perdita, dell’invecchiamento, della malattia e della solitudine.
In pagine pervase da una grande umanità,con garbo e tuttavia con la precisione propria dell’analista, Yalom delinea una schiera di personaggi diversi tra loro per età, estrazione sociale, prospettive di vita, tra i quali uno scrittore vittima di un blocco creativo che, dopo aver letto Le lacrime di Nietzsche, chiede di essere preso in cura; una ex prima ballerina della Scala che fa il suo ingresso teatrale nello studio con in mano una fotografia che la ritrae giovane, splendida étoile della danza; un uomo d’affari con tutte le cose giuste attorno a lui, ma nessuna giusta dentro; e una redattrice in punto di morte, con l’aspetto esteriore di una malinconica figlia dei fiori degli anni Sessanta e dei grandi occhi castani che brillano intensi.
Rivolgendosi al normale lettore e a quello «iniziato » – in quanto terapeuta di professione o persona in terapia – con un linguaggio semplice e diretto, senza tecnicismi, Yalom tratteggia soluzioni inaspettate che, d’un colpo, risolvono il trauma, leniscono la ferita inferta dalla vita, aprono prospettive di speranza anche nelle situazioni più tetre.
«Siamo tutti creature di un giorno», scrive Marco Aurelio nei suoi Pensieri, «colui che ricorda e colui che è ricordato». La saggezza dell’imperatore filosofo sintetizza appieno lo spirito di questo volume, in cui autore e lettore, terapeuta e paziente, avanzano assieme alla ricerca di risposte.

La cura Schopenhauer

Irvin D. Yalom

Julius Hertzfeld si è guardato allo specchio stamattina. Attorno alla bocca poche rughe. Occhi forti e sinceri che possono reggere lo sguardo di chiunque. Labbra piene e cordiali. La testa coperta di riccioli neri e ribelli che si stanno appena ingrigendo sulle basette. Il corpo senza un’oncia di grasso. Insomma, lo specchio gli ha detto che è ancora lui: Julius Hertzfeld, brillante professore di psichiatria presso l’università della California, terapeuta dal caldo sorriso e dalla solida reputazione, uomo prestante che non ha affatto l’aria del sessantacinquenne cui è stato appena comunicato, con fredda e brutale sincerità, che ha poco più di un anno di vita. Un anno, anzi, di «buona salute», come ha detto con amara ironia Bob, l’amico dermatologo, almeno finché il male non si manifesterà in altre parti del corpo.
Che fare quando la vita spensierata termina di colpo e il nemico, fino a quel momento invisibile, si materializza in tutta la sua terrificante realtà? Diventare saggi, rimuovere le distrazioni, rinunciare all’ambizione, al prestigio, al plauso, e distaccarsi da tutto e da tutti come insegna il Buddha?
Ma perché correre verso l’uscita prima dell’ora di chiusura? Non è forse meglio, come insegna Nietzsche, «consumare la propria vita» e «morire al momento giusto»?
Julius Hertzfeld non ha dubbi: sa esattamente come trascorrerà il suo anno finale. Continuerà a occuparsi dei suoi pazienti e a cercare di ridestare, nella terapia di gruppo, il sentimento della vita dentro di loro. Sa, anche, che non si sottrarrà all’ultima sfida rappresentata dal suo paziente più ostico: quel Philip Slate che ha dedicato tutta la propria energia vitale alla fornicazione e che ora sostiene di aver scoperto una terapia Schopenhauer, una cura che proviene dal pensiero stesso del filosofo tedesco.
Come può un uomo come Slate, che ama dire frasi quali: «Col tempo sprecato dando la caccia alle donne avrei potuto prendere un dottorato in filosofia, cinese mandarino e astrofisica», e che è talmente alienato da se stesso da non aver mai pensato di guardare dentro a nulla, appassionarsi davvero al pensiero dell’autore del Mondo come volontà e rappresentazione?
Romanzo che costituisce un soprendente e riuscito amalgama di narrativa, biografia psicologica e psicoterapia, La cura Schopenhauer segna il debutto in Italia di Irvin D. Yalom, uno scrittore «che illumina con eleganza le ossessioni dell’esistenza contemporanea» (Washington Post).

Il problema Spinoza

Irvin D. Yalom

Estonia, 1910. Il diciassettenne Alfred Rosenberg viene convocato nell'ufficio del preside Epstein. Gli occhi grigio-azzurri, il mento sollevato con un'aria di sfida, i pugni serrati, il ragazzo adduce ben poco per difendersi dall'accusa di aver proferito violenti commenti antisemiti in classe. All'ebreo Epstein non resta perciò che condannarlo a una singolare punizione: imparare a memoria alcuni passi dell'autobiografia di Goethe, il poeta che l'adolescente dichiara di venerare come emblema stesso del popolo tedesco. In particolare si tratta dei brani in cui l'autore del Faust si dichiara fervente ammiratore di Baruch Spinoza, il grande filosofo ebreo del diciassettesimo secolo.
La lettura insinua nella mente del giovane Rosenberg un tarlo che lo accompagnerà per il resto della vita: come può il sommo Goethe aver tratto ispirazione da un uomo di razza inferiore?
Amsterdam, 1656. Bento, in ebraico Baruch, Spinoza ha ventitré anni: la sua famiglia è di origine portoghese, sfuggita all'Inquisizione e riparatasi nella più tollerante Olanda. L'aspetto del giovane Baruch è distinto e raffinato: i lineamenti aggraziati, la pelle priva di imperfezioni, gli occhi grandi, scuri e profondi. E, dietro quegli occhi, una mente che non esita a elaborare pensieri eccentrici sulla fede, e idee sul mondo così poco ortodosse da attirare il sospetto di eresia.
Bento di nascosto si istruisce sulla lingua e le idee di Aristotele e dei grandi filosofi greci presso l'accademia di Franciscus van den Enden, un elegante uomo di mondo, quel mondo esterno così inviso alla comunità ebraica.
Con iniziale sgomento di Spinoza, van den Enden addirittura osa affidare parte dell'insegnamento alla figlia Clara Maria, una giovane dal collo lungo e il sorriso seducente di cui Baruch si invaghisce a tal punto da concepire pensieri impuri e desideri impronunciabili tra le mura della comunità.
Il risultato di questa educazione filosofica e sentimentale è scontato: il giovane pensatore viene scomunicato e costretto a condurre una vita solitaria e appartata, che lo porterà tuttavia a produrre opere sublimi per profondità e drammaticità. Opere che trecento anni dopo non smettono di tormentare, sotto forma di incessanti domande, l'«ariano» Rosenberg, divenuto uno dei fondatori del partito nazista e stretto collaboratore di Hitler: davvero Baruch Spinoza, quest'uomo appartenente a una razza da sterminare, è riuscito a sviluppare un pensiero filosofico così lucido e geniale? O forse il segreto della sua genialità non sta nella sua mente, ma altrove? Magari nella sua piccola biblioteca personale, su cui la guerra consente di mettere le mani?
Dopo aver indagato i fantasmi della mente di Nietzsche e Schopenhauer, Yalom illumina la vita misteriosa e controversa di Baruch Spinoza nella Amsterdam del Seicento e l'ossessione per le sue opere nella Germania antisemita del secolo scorso.
 

Le lacrime di Nietzsche

Irvin D. Yalom

È un giorno di ottobre del 1882 e Josef Breuer, quarantenne geniale psichiatra, medico personale a Vienna di artisti e filosofi come Brahms, Brücke e Brentano, è al Caffè Sorrento in compagnia di una giovane donna che non conosce, ma che ha avuto l’impudenza di convocarlo nel rinomato caffè veneziano per una ««questione di estrema urgenza» in cui ne andrebbe addirittura del «futuro della filosofia tedesca».
La donna si chiama Lou Salomé ed è di inusuale bellezza: fronte poderosa, mento forte, scolpito, luminosi occhi azzurri, labbra piene e sensuali, capelli biondo argento indolentemente raccolti in una crocchia che le lascia scoperte le orecchie e il lungo collo aggraziato.
Nonostante la temperatura pungente del mattino, si è tolta il manto di pelliccia e, guardandolo direttamente negli occhi, con voce ferma gli ha detto di temere per la vita di un suo caro amico: Friedrich Nietzsche, il pensatore tedesco che, secondo Richard Wagner, ha «regalato al mondo un’opera senza pari». Poi, posando leggermente la mano guantata sulla sua, ha aggiunto che il filosofo è in preda a una profonda prostrazione. Uno stato che si manifesta con una moltitudine impressionante di sintomi: emicrania, parziale cecità, nausea, insonnia, febbri, anoressia, e che lo porta ad assumere pericolose dosi di morfina...
Così, attraverso la voce della musa della Vienna fin de siècle, Josef Breuer, stimato medico ebreo, futuro padre della psicanalisi, uomo dal comportamento ineccepibile e, tuttavia,oppresso anche dai legami e dalle convenzioni della vita borghese e matrimoniale e profondamente turbato dalla bella Bertha, sua paziente da due anni, apprende della disperazione estrema di colui che diverrà il suo piú illustre paziente. Breuer, infatti, sottoporrà il filosofo alle sue cure, basate sulla convinzione che la guarigione del corpo passi attraverso quella dell’anima. E tra lui e Nietzsche, nel corso di numerose sedute, si instaurerà un dialogo serrato e coinvolgente durante il quale Breuer cercherà invano di arrivare alle radici del male oscuro del filosofo e di indurlo ad aprirgli il cuore. Soltanto alla fine, avrà l’idea risolutiva: vestiti i panni del paziente e confessando tormenti, pene e preoccupazioni a Nietzsche, riuscirà a infrangerne l’impenetrabile isolamento e a provocare in lui una liberatoria catarsi emotiva.

Sul lettino di Freud

Irvin D. Yalom
Sul lettino di Freud è la storia di Seymour Trotter, Ernest Lask e Marshal Streider, tre psicoterapeuti che, in virtù della sorte connessa alla loro professione, si trovano a condividere trionfi e fallimenti, fatti e misfatti, onori e infamie della loro pratica terapeutica. 
Seymour Trotter, settantun anni, un patriarca della comunità psichiatrica, venerato in tutto il Nord della California per la sua sagacia e il suo motto: «La mia tecnica consiste nell’abbandonare qualsiasi tecnica!», va incontro alla rovina dopo aver preso in analisi Belle Felini, una trentaduenne di gradevole aspetto, bella pelle, occhi seducenti, vestita con eleganza, ma con una lunga storia di autodistruzione alle spalle. Nell’istante in cui l’«alleanza terapeutica» con la sua paziente sembra dare frutti che nessun Prozac può procurare, Trotter viene accusato di comportamento sessuale inappropriato nei confronti della giovane donna e sottoposto ad azione disciplinare dal comitato etico per la medicina.
Incaricato del procedimento è Ernest Lash, assistente universitario presso la facoltà di psichiatria, studioso che ignora quasi tutto della psicoterapia. L’incontro con Trotter, tuttavia, lo affascina e seduce a tal punto che Lash diviene un affermato psicoterapeuta. Giorno dopo giorno, i suoi pazienti lo invitano nei luoghi più intimi delle loro vite. E giorno dopo giorno lui ringrazia i grandi progenitori dell’analisi: Nietzsche, Kierkegaard, Freud, Jung. 
Finché non viene il momento in cui nessuno dei grandi guaritori del passato può soccorrerlo. Lash applica un approccio radicalmente nuovo, basato su una forma di «alleanza terapeutica» con il suo paziente Justin. Ma quando quest’ultimo decide di abbandonare bruscamente la moglie, Lash è costretto a correre ai ripari il più in fretta possibile, poiché si rende conto di aver commesso un grave errore di valutazione e di essersi curato più di sé che di Justin nell’analisi.
Errore che confessa al suo supervisore Marshal Streider, il quale, benché abbia fatto suo il motto creativo di Trotter, non riesce a scrollarsi di dosso alcuni suoi comportamenti compulsivi, in particolare l’attrazione per il denaro che turba i suoi rapporti col mondo. 
Dopo aver indagato i fantasmi della mente in e attraverso Nietzsche, Schopenhauer e Spinoza, Irvin Yalom scrive un romanzo che può essere letto come una lettera aperta ai terapeuti e ai pazienti, una sorta di istruzioni per l’uso prima di avventurarsi sull’impervio sentiero dell’analisi, così come un avvincente racconto che svela al lettore comune che cosa accade realmente sul lettino di Freud.

Le lacrime di Nietzsche

Irvin D. Yalom
È un giorno di ottobre del 1882 e Josef Breuer, quarantenne geniale psichiatra, medico personale a Vienna di artisti e filosofi come Brahms, Brücke e Brentano, è al Caffè Sorrento in compagnia di una giovane donna che non conosce, ma che ha avuto l’impudenza di convocarlo nel rinomato caffè veneziano per una «questione di estrema urgenza» in cui ne andrebbe addirittura del «futuro della filosofia tedesca».
La donna si chiama Lou Salomé ed è di inusuale bellezza: fronte poderosa, luminosi occhi azzurri, labbra piene e sensuali.
Nonostante la temperatura pungente del mattino, si è tolta il manto di pelliccia e, guardandolo direttamente negli occhi, con voce ferma gli ha detto di temere per la vita di un suo caro amico: Friedrich Nietzsche, il pensatore tedesco che, secondo Richard Wagner, ha «regalato al mondo un’opera senza pari». Poi, posando leggermente la mano guantata sulla sua, ha aggiunto che il filosofo è in preda a una profonda prostrazione. Uno stato che si manifesta con una moltitudine impressionante di sintomi: emicrania, parziale cecità, nausea, insonnia, febbri, anoressia, e che lo porta ad assumere pericolose dosi di morfina...
Così, attraverso la voce della musa della Vienna fin de siècle, Josef Breuer, stimato medico ebreo, futuro padre della psicanalisi, uomo dal comportamento ineccepibile e, tuttavia, oppresso anche dai legami e dalle convenzioni della vita borghese e matrimoniale e profondamente turbato dalla bella Bertha, sua paziente da due anni, apprende della disperazione estrema di colui che diverrà il suo più illustre paziente.
Breuer, infatti, sottoporrà il filosofo alle sue cure, basate sulla convinzione che la guarigione del corpo passi attraverso quella dell’anima. E tra lui e Nietzsche, nel corso di numerose sedute, si instaurerà un dialogo serrato e coinvolgente durante il quale Breuer cercherà di arrivare alle radici del male oscuro del filosofo e di indurlo ad aprirgli il cuore.

Il dono della terapia

Irvin D. Yalom
«I consigli di questo libro – scrive Irvin Yalom nell’introduzione al volume – sono tratti da annotazioni relative a quarantacinque anni di pratica clinica. Esso rappresenta un mélange particolare di idee e tecniche che ho trovato utili nel mio lavoro. Queste idee sono così personali, presuntuose e qualche volta originali che difficilmente il lettore potrà trovarle altrove».
La terapia e il rapporto analista-paziente sono, come indica il titolo, l’argomento proprio di questo libro, ma in una maniera appunto così originale che l’esperienza terapeutica vi appare come una sorta di avventura, e analisti e pazienti vi sono raffigurati come  singolari «compagni di viaggio» anziché come distaccati guaritori e infelici che soffrono.
Unendo l'abilità di narratore al rigore dello studioso, l’autore di Le lacrime di Nietzsche racconta i casi clinici più difficili che gli siano mai capitati rileggendoli alla luce di un passo di Freud o di Schopenhauer, rivela il consiglio di un vecchio amico grazie al quale superò una delusione di gioventù, attinge alle pagine di Hermann Hesse per parlare di malattia e di guarigione.
«Guidato dalla passione per il compito» e messi da parte i consigli che gli suscitavano «meno entusiasmo», Yalom invita i lettori a seguirlo attraverso ottantacinque temi centrali della terapia contemporanea. Rimuovere gli ostacoli e andare avanti, ad esempio. Evitare le diagnosi. Non avere paura di sbagliare. Sviscerare il senso della parola «casa». Riflettere sui sogni che ci tengono svegli, e ricordare che se il terapista ha molti pazienti, il paziente ha un solo terapista.
Scritto «con lo stile di O. Henry e l’umorismo di Isaac Singer» (San Francisco Chronicle), Il dono della terapia è un viaggio unico ed emozionante al termine del quale la terapia apparirà come un itinerario complesso, un cammino arduo e non privo di trappole, tuttavia sempre ricco di soste appaganti e affascinanti scoperte. Un’intima collaborazione che, citando le parole di Reiner Maria Rilke, poeta caro a Yalom, è in grado di dare a tutti noi gli strumenti per affrontare «ciò che c'è di irrisolto nei nostri cuori».

Il senso della vita

Irvin D. Yalom
«Ascoltate i vostri pazienti; lasciate che siano loro a insegnare a voi. Per diventare saggi dovete rimanere studenti». Queste parole di John Whitehorn, suo mentore negli anni giovanili trascorsi al Johns Hopkins Hospital di Baltimora, sono risuonate a lungo nella mente di Irvin D. Yalom. Ne ha, però, pienamente afferrato la verità soltanto quando, nel corso degli anni, si è imbattuto in alcuni casi clinici che si sono mostrati più rivelatori per lui – l’analista, il medico – che per il paziente in cura. Le sei storie contenute in questo volume narrano di questa scoperta. Toccano momenti cruciali dell’esistenza, come nel caso di Paula, una malata terminale che svela a Yalom come la paura sia soltanto uno dei tanti colori che illuminano il nostro lungo addio alla vita. Concernono i nodi fondamentali dello sviluppo e della formazione della personalità, come nel caso di Magnolia, una settantenne afroamericana che, confessando le proprie delusioni e il proprio passato di figlia abbandonata, offre all’autore l’occasione per riflettere sulla relazione con la propria madre; o come nel caso di Myrna, in cui il confronto con i rispettivi lutti genitoriali giunge, per paziente e medico, attraverso una vicendevole attrazione erotica. Riguardano i disturbi della sfera emotiva, come nella vicenda di Irene, un chirurgo intelligente e di successo, che si scopre incapace di superare la morte del marito utilizzando le sole armi del suo raziocinio.
Selezionando sei storie tra le tante affiorate nei suoi cinquant’anni di pratica analitica, Yalom conduce il lettore lungo i sentieri delle emozioni umane, così come si rivelano nell’affascinante e complessa relazione tra paziente e psichiatra. E, attraverso una scrittura capace di affrontare con levità i temi del lutto, del dolore e della perdita, ma anche quelli del coraggio, della guarigione e dell’autoconsapevolezza, tesse, come Oliver Sacks, i labirintici fili della coscienza in un arazzo molto più ricco e solenne.

Fissando il sole

Irvin D. Yalom
«La tristezza mi entra nel cuore. Io ho paura della morte». Così quattromila anni fa Gilgamesh, l’eroe babilonese, commentava la morte dell’amico Enkidu.
La paura della morte ci perseguita da sempre. C’è chi la manifesta indirettamente, magari in un sintomo che non ha apparentemente nulla a che fare con essa; c’è chi la esplicita, come Gilgamesh, con tragica consapevolezza; c’è chi ne è a tal punto paralizzato da non potersi abbandonare ad alcuna felicità. Come un’ombra oscura, la paura della morte entra nel cuore di ogni uomo, in ogni epoca, sotto ogni condizione. Al punto tale che non vi è stato scrittore degno di questo nome che non l’abbia affrontata e descritta.
Irvin Yalom l’affronta anche lui in questo libro, ma non per aggiungere un suo compendio di riflessioni alle illustri opere del passato.
Il libro è piuttosto una ricognizione che nasce dal confronto personale con il problema della morte, confronto offerto dal dialogo con i pazienti e dalla frequentazione delle opere di quei pensatori che hanno tracciato la via per avere la meglio sul terrore della morte.
L’esperienza mostra come sia davvero arduo vivere ogni istante consapevoli di dover morire. «È come cercare di fissare direttamente il sole: si riesce a sopportarlo solo per poco». Di qui i rituali compulsivi per attenuarne il terrore: la proiezione nel futuro attraverso i propri figli, la fede in un salvatore, la strenua lotta per diventare importanti e famosi. L’angoscia della morte è però sempre in agguato, «occultata in qualche abisso nascosto della mente».
Che cosa fare? Come misurarsi con essa? Più che Freud, Jung e gli altri grandi psichiatri della fine del diciannovesimo e dell’inizio del ventesimo secolo, sono i filosofi greci classici, in particolare Epicuro, a indicare, per Yalom, la via.
È attraverso il pensiero di Epicuro – un filosofo lontanissimo da quella concezione di abbandono alla sensualità con cui viene generalmente tramandato – che l’idea della morte, anziché portare alla disperazione e a una vita priva di scopo, può essere una awakening experience, un’esperienza di risveglio, «una consapevolezza che conduce a una vita più piena».

Diventare se stessi

Irvin D. Yalom
Nel pantheon degli scrittori di Irvin Yalom, un posto di primo piano spetta a Charles Dickens, alle cui opere gli capita spesso di ritornare. Rileggendo di recente Storia di due città dello scrittore inglese, l’autore delle Lacrime di Nietzsche si è imbattuto in una frase che costituisce un perfetto esergo di questo libro: «Poiché, quanto più m’avvicino alla fine, viaggio come in circolo e m’avvicino sempre più al principio. Mi pare che la via si spiani e si faccia più agevole. Il mio cuore è adesso commosso da molte memorie che a lungo erano rimaste sopite…».
Sorte dalla commozione dei ricordi che, inesorabili, riaffiorano quando lo scorrere del tempo spinge a riconsiderare la propria storia e il proprio passato, le pagine che seguono spianano per il lettore la via più agevole per accostarsi alla vita e all’opera di Irvin Yalom.
Dall’arrivo a Ellis Island dei suoi genitori, ebrei emigrati dalla Russia in America senza un soldo, senza un’istruzione, senza sapere una parola d’inglese, all’infanzia trascorsa a scansare gli ubriachi che dormivano nell’atrio di casa, tra scarafaggi e ratti; dalla prima adolescenza vissuta in solitudine, sempre fuori posto, unico bambino bianco in un quartiere abitato da neri, unico ebreo in un mondo di cristiani («ebreuccio» lo chiamava il barbiere dalla faccia paonazza), all’incontro a soli quindici anni con Marilyn, destinata a diventare moglie, mentore e poi inseparabile compagna di vita che troverà «spassoso» il suo essere esperto nella terapia di gruppo; dalla memorabile conversazione avuta a vent’anni con suo padre, segnata dalla domanda: «Dopo la Shoah, com’è possibile che chiunque creda in Dio?», alla decisione di diventare medico, passando dagli anni travagliati dell’università fino al praticantato in psichiatria e alla scoperta della propria autentica vocazione, Yalom non tralascia alcun aspetto del lungo cammino che lo ha condotto a diventare uno dei più affermati psichiatri e autori del nostro tempo, mostrando, ad un tempo, come il compito ineludibile di diventare se stessi sia ciò che caratterizza la nostra esistenza.

La cura Schopenhauer

Irvin D. Yalom

Julius Hertzfeld si è guardato allo specchio stamattina. Attorno alla bocca poche rughe. Occhi forti e sinceri che possono reggere lo sguardo di chiunque. Labbra piene e cordiali. La testa coperta di riccioli neri e ribelli che si stanno appena ingrigendo sulle basette. Il corpo senza un’oncia di grasso. Insomma, lo specchio gli ha detto che è ancora lui: Julius Hertzfeld, brillante professore di psichiatria presso l’università della California, terapeuta dal caldo sorriso e dalla solida reputazione, uomo prestante che non ha affatto l’aria del sessantacinquenne cui è stato appena comunicato, con fredda e brutale sincerità, che ha poco più di un anno di vita. Un anno, anzi, di «buona salute», come ha detto con amara ironia Bob, l’amico dermatologo, almeno finché il male non si manifesterà in altre parti del corpo.
Che fare quando la vita spensierata termina di colpo e il nemico, fino a quel momento invisibile, si materializza in tutta la sua terrificante realtà? Diventare saggi, rimuovere le distrazioni, rinunciare all’ambizione, al prestigio, al plauso, e distaccarsi da tutto e da tutti come insegna il Buddha?
Ma perché correre verso l’uscita prima dell’ora di chiusura? Non è forse meglio, come insegna Nietzsche, «consumare la propria vita» e «morire al momento giusto»?
Julius Hertzfeld non ha dubbi: sa esattamente come trascorrerà il suo anno finale. Continuerà a occuparsi dei suoi pazienti e a cercare di ridestare, nella terapia di gruppo, il sentimento della vita dentro di loro. Sa, anche, che non si sottrarrà all’ultima sfida rappresentata dal suo paziente più ostico: quel Philip Slate che ha dedicato tutta la propria energia vitale alla fornicazione e che ora sostiene di aver scoperto una terapia Schopenhauer, una cura che proviene dal pensiero stesso del filosofo tedesco.
Come può un uomo come Slate, che ama dire frasi quali: «Col tempo sprecato dando la caccia alle donne avrei potuto prendere un dottorato in filosofia, cinese mandarino e astrofisica», e che è talmente alienato da se stesso da non aver mai pensato di guardare dentro a nulla, appassionarsi davvero al pensiero dell’autore del Mondo come volontà e rappresentazione?
Romanzo che costituisce un soprendente e riuscito amalgama di narrativa, biografia psicologica e psicoterapia, La cura Schopenhauer segna il debutto in Italia di Irvin D. Yalom, uno scrittore «che illumina con eleganza le ossessioni dell’esistenza contemporanea» (Washington Post).

Psicoterapia esistenziale

Irvin D. Yalom

Nel 1892 Sigmund Freud trattò con successo il caso di una giovane donna che soffriva di difficoltà deambulatorie psicogenetiche e attribuì il buon esito della terapia alla tecnica psicoanalitica della riemersione dei desideri e dei pensieri traumatici. Se si fruga, tuttavia, tra i suoi appunti, come indica Yalom in queste pagine, si scopre agevolmente che Freud fece ricorso a numerose altre attività terapeutiche. Interagì con la famiglia a favore della paziente, aiutò la donna ad affrontare i complessi problemi familiari, e a più riprese la consolò e la rassicurò sui suoi sentimenti di colpa. Si avvalse, insomma, di «aggiunte» che sfuggono alla teoria formale, ingredienti elusivi, difficili da definire e insegnare, così come è difficile definire e insegnare la compassione, l’attenzione, il toccare il paziente a un livello più profondo.
Queste «aggiunte» costituiscono il cuore della «psicoterapia esistenziale» esposta in questo volume. Una psicoterapia che, attraverso il suo approccio dinamico, «si focalizza sulle preoccupazioni radicate nell’esistenza
dell’individuo».
Come il filosofo rivolge il suo pensiero alle questioni della vita e della morte, così anche il terapeuta deve, per Yalom, incoraggiare l’individuo a guardare dentro di sé e a occuparsi della propria situazione esistenziale.
Una cura di sé che non può sottrarsi alle quattro preoccupazioni ultime radicate nell’esistenza dell’individuo: la morte, la libertà, l’isolamento e l’assenza di senso. Ciascuno di noi brama l’idea del perdurare, dell’avere fondamento, della comunità e del senso; e tuttavia dobbiamo tutti fronteggiare la morte, l’assenza di fondamento, l’isolamento e l’assenza di senso. Frutto dell’esperienza clinica di Yalom, Psicoterapia esistenziale è un libro ampio, completo e illuminante che fornisce gli strumenti per convivere serenamente con i dilemmi esistenziali e adottare uno stile di vita che promuova un’esistenza piena, ricca e significativa.

Newsletter

Resta aggiornato sulle novità e non perderti neanche un'anticipazione

Compila di seguito il campo inserendo la tua mail personale per ricevere la nostra newsletter

Lette e comprese le informazioni sulla privacy autorizzo al trattamento dei dati forniti