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John Burnside

John Burnside è nato in Scozia nel 1955. Ritenuto uno dei maggiori poeti e scrittori britannici, ha vinto nel 2011, con la raccolta Black Cat Bone, il Forward Poetry Prize (assegnato in passato a Seamus Heaney, Don Peterson e Ted Hughes).  È autore di numerosi racconti e romanzi, ed è membro della giuria del Man Booker Prize. Tra le sue opere Una bugia su mio padre (Neri Pozza 2012).

I LIBRI

Una bugia su mio padre

John Burnside
È un giorno di Halloween della metà degli anni Novanta nei pressi dei Finger Lakes, nella parte settentrionale dello stato di New York. Alla guida di un’auto presa a nolo, John Burnside vaga per quel tranquillo angolo di mondo, attraversando villaggi dove su ogni veranda spiccano grandi zucche ghignanti. Le stradine si snodano in un panorama bello e silenzioso, ma è una mattina in cui John si sente particolarmente perduto, smarrito come un uomo venuto dal nulla.
Per lenire il suo stato d’animo, decide di caricare a bordo un autostoppista, fermo sul bordo della strada con un’aria del tutto indifferente all’assenza di traffico. È un ragazzo dai capelli color sabbia e gli occhi scuri. Dice di frequentare una scuola per clown in città e di stare andando a trovare suo padre, un uomo che sa il fatto suo e, dopo la morte della seconda moglie, vive da solo in una casetta circondata da alberi rossi e dorati. Come se stesse recitando in una fiction, aggiunge poi che suo padre non ha mai criticato le sue scelte ed è sempre stato presente quando ha avuto bisogno di lui. John se lo figura perfettamente un padre così: un tipo assennato che si compiace dei suoi silenzi e vive dentro di sé, in un mondo tutto suo diventato col tempo sempre più ricco e tranquillo, come uno stagno nel bosco che, indisturbato per anni, si riempie di foglie e spore… Fantasticherebbe ancora a lungo sul padre del ragazzo, se il giovane autostoppista non gli chiedesse di suo padre.
John potrebbe dirgli la verità. Potrebbe parlargli della violenza, del bere, del vergognoso e querulo teatrino dei pentimenti di suo padre. Potrebbe raccontargli il vizio del gioco, i suoi attacchi di mania distruttiva. Parlare per ore della sua crudeltà, della sua meschinità, del modo ossessivo in cui lo sgridava qualunque cosa facesse quando era troppo piccolo e spaventato per difen dersi. Potrebbe dirgli che ha sepolto suo padre con gratitudine, nella terra fredda e umida del la desolata città industriale dov’è morto, ma anche nel ge lido sottosuolo dell’oblio. Potrebbe, infine, confessargli che, almeno in parte a causa di suo pa dre, lui è – da sempre – uno di quei bevitori compulsivi che capita di incontrare talvolta, dediti alla missione inconfessata di farsi più male possibile.
Ma, forse perché il ragazzo è uno di quei giovani dalla testa piena di storie semplici e gradevoli, John racconta una bugia su suo padre.
Magnifica confessione di un uomo capace di perdonare il padre, dopo aver scoperto il vuoto, la macchia nel la sua anima che gli impediva di fidarsi di sé e degli altri, Una bugia su mio padre è una delle opere più intense della letteratura britannica contemporanea, acclamata dalla critica e dal pubblico dei numerosi paesi in cui è apparsa.

L'estate degli annegamenti

John Burnside
Liv ha vissuto i suoi primi tre anni a Oslo, ma non rammenta nulla di quel tempo. Conosce bene solo Kvaløya, settanta gradi di latitudine nord, nel circolo polare artico, l’isola che sua madre, pittrice di talento, ha scelto quando ha deciso di rifugiarsi in un luogo remoto dove dipingere in pace.
La baita grigia in cui la ragazza vive è affacciata sul fiordo di Malangen, un tratto di costa dove non c’è nulla, a parte la casa e la hytte – un minuscolo rifugio usato un tempo per la caccia o la pesca – di Kyrre Opdahl.
Il tempo scorre diversamente sull’isola, le antiche leggende impregnano legni di rimesse, pontili e dimore, come quella di Kyrre, dove si conserva la memoria di antichi e funesti eventi: ragazzi di campagna usciti alle prime luci dell’alba e tornati a casa contaminati da qualcosa di innominabile, un battito d’ali o un soffio di vento nella testa, al posto dei pensieri. Nella fantasia popolare i troll sono mostri e la huldra una fata che, vestita di rosso, danza nei prati in attesa di giovani uomini da ammaliare e distruggere, ma nella memoria di Kyrre sono forze maligne all’origine di accadimenti reali. Con una tazza di caffè tra le mani, Liv ascolta incantata e tremante i racconti del suo vecchio vicino di casa. In cuor suo, tuttavia, non crede affatto all’esistenza di tali forze o esseri.
L’estate, però, in cui la ragazza compie 18 anni accadono eventi così letali da sradicare le più solide e ferme convinzioni.
Mats e Harald Sigfridsson, due fratelli dai capelli chiarissimi, così inseparabili da apparire simili come due gocce d’acqua, trovano, uno dopo l’altro, la morte nello stesso identico modo: sgaiattolando di casa in una tranquilla notte di luna, avviandosi verso la riva nel crepuscolo e, dopo aver preso il largo su una barca, annegando inspiegabilmente nel mare piatto come l’olio. Prima di morire erano stati visti alla sfilata del Giorno della Costituzione; spiccavano, coi loro capelli quasi bianchi, tra la folla in compagnia di Maia, una ragazza cupa, guardinga e così sicura di sé da incutere timore.
Le loro morti, così come quella di Marti Crosbie che si verifica di lì a poco, inquietano profondamente l’intera Kvaløya e Liv in modo particolare, impietrita e sgomenta quando scorge Kyrre Opdahl, il vicino, svanire nel nulla insieme a Maia, lungo il sentiero che scende da casa sua alla spiaggia, lasciandosi dietro soltanto una scia di cenere o di polvere.
Accolto al suo apparire in Inghilterra dal favore della critica e del pubblico, L'estate degli annegamenti è un'opera in cui «follia, mistero e mito si danno la mano» (Financial Times) in una scrittura di grande bellezza e maestria.
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