Neri Pozza Editore | Mary F. Kennedy Fisher
 
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Mary F. Kennedy Fisher

Autrice di numerose opere, tra le quali Biografia sentimentale dell’ostrica (Neri Pozza 2005), Il mio io gastronomico, Alfabeto per gourmets, L’arte di mangiare, Come cucinare il lupo (Neri Pozza 2014), Mary Frances Kennedy Fisher (1908-1992) lavorò a Hollywood come sceneggiatrice, ma un anno dopo si licenziò. La sua vita sentimentale fu, come quella lavorativa, un tornado. Ebbe in segreto una figlia nel 1944, di cui non rivelò mai il padre. Finita la guerra si trasferì a New York e sposò il suo editore Donald Friede. Il matrimonio, «sciocco ma allegro», però durò poco. Di sé scrisse: «Come la maggior parte delle persone, io sono affamata. Mi sembra che i nostri tre bisogni primari, cibo, sicurezza e amore, siano così intrecciati e legati tra di loro che non possiamo pensare solamente a uno di essi senza gli altri due. E così accade che quando scrivo di appetiti, io stia realmente scrivendo di amore e della fame di amore».

I LIBRI

Come cucinare il lupo

Mary F. Kennedy Fisher
Nel 1942 Mary Frances Kennedy Fisher dà alle stampe Come cucinare il lupo, un ricettario per sopravvivere degnamente in tempi di razionamento del gas e di sparizione di prelibatezze, quali bistecche di manzo, bourbon, zucchero a velo e altri ingredienti essenziali alla buona cucina; ricettario che nelle sue intenzioni non voleva essere altro che un «libretto bizzarro sul modo migliore di convivere con la tessera annonaria, l’oscuramento e le altre miserie della Seconda guerra mondiale». Nel giro di un decennio, con il conflitto consegnato ai libri di storia, il «libretto» diventa uno «stravagante» libro di culto e, negli anni successivi, una delle opere fondamentali della letteratura americana del dopoguerra, al punto tale che la prestigiosa rivista Time lo inserirà tra i cento migliori libri di non-fiction di sempre.
In questo singolare volume il cibo, naturalmente, è soltanto l’ingrediente principale con cui viene approntata un sfrontata, ironica, giocosa e, si direbbe oggi, «politicamente scorretta» apologia degli appetiti.
M.F.K. Fisher non esita a far ricorso a massime di umoristi come A.P. Herbert («A quanto mi risulta, gli astemi muoiono come tutti gli altri. E dunque a cosa serve eliminare la birra?») per consigliare, in un’epoca in cui whisky, vodka e gin sono un pallido ricordo del passato, una ricetta – proveniente da Tbilisi, capitale della Georgia, tramite una crocerossina dell’Ohio! – buona per fabbricarsi, dopo opportuna visita dal droghiere, una bevanda «micidiale in grado persino di allettare». Non si sottrae dall’indicare i farmaci culinari giusti alla vasta schiera di incalliti bevitori del suo tempo ( il gazpacho… «uno dei rimedi migliori se la sera prima vi siete presi una sbornia solenne») né di prendersi gioco di diete equilibrate e altre «tristi filastrocche» («Se mettessimo ostriche o caviale prima della minestra, filetto alla griglia con pâté de foie gras invece delle uova, zuc­chini e spinaci al posto dei classici piselli e carote, e una com­pote de fruits in luogo delle prugne cotte, avremmo lo stesso un pasto meravigliosamente equilibrato!»).
Il risultato è un’opera degna di una vera «poetessa degli appetiti» (John Updike), un libro prezioso in cui una delle più grandi scrittrici americane invita a godere della vita, senza badare più del dovuto a scarsità e mancanza.

Biografia sentimentale dell'ostrica

Mary F. Kennedy Fisher

«Le ostriche costituiscono un cibo del tutto insoddisfacente per il lavoratore, ma sono perfette per il sedentario», scriveva nel 1870 un certo A.J. Bellows, traducendo così nello spirito della lotta di classe ottocentesca la secolare idea dell'ostrica come prelibatezza per sfaccendati, leccornia per palati resi sobri dal rango e dalla fortuna.
In effetti, sin dall'epoca romana, l'upper class del tempo, patrizi, senatori e altri incalliti cultori dell'ozio, era avvezza a utilizzare le ostriche con una sorprendente, lucida combinazione di gastronomia e igiene. Cicerone, ad esempio, convinto giustamente che fossero ricche di fosforo, mangiava ostriche in quantità spropositata per favorire la propria eloquenza.
Lungo questa linea d'armonia tra piaceri i della bocca e i nutrimenti del cervello, nel 1641 le ostriche divennero addirittura cibo di corte. Luigi XI, le roi terrible, era solito invitare una volta all'anno i professori della Sorbona, i veri saggi di Francia, a un banchetto in cui faceva servire quantità prodigiose di ostriche per accrescere l'intelligenza dei suoi luminari.
Fu solo un paio di secoli più tardi, ai tempi di Voltaire, Pope e Swift, che le ostriche furono considerate più un aperitivo che una pietanza, e divenne piuttosto comune che a un banchetto se ne servissero dieci o dodici dozzine per ogni commensale come «antipasto». In periodi di vacche grasse, un celebre vecchio maresciallo, fin troppo esperto di carestie, riusciva a ingollare un centinaio di ostriche prima di pranzo, giusto per stimolare l'appetito…
Come non dedicare una biografia a questa vischiosa ed elegante creatura, a quest'essere dalla «strana, fredda succulenza» capace di sedurre snob e nullafacenti di ogni epoca? E chi poteva cimentarsi in questo divertente ma valente compito se non M. F. K. Fisher, colei che John Updike ha definito «la nostra poetessa degli appetiti» e W. H. Auden «la più grande stilista di lingua inglese»?
Ponendo riparo all'ingratitudine e alla negligenza dei gourmets, M. F. K. Fisher ci offre in questo libro una deliziosa galleria di aneddoti e ricette - ostriche al forno o grigliate, cocktail d'ostriche, ostriche alla Rockefeller o al naturale – in cui il nobile mollusco è il protagonista assoluto. L'«esistenza terribile ma eccitante» dell'ostrica svela così tutti i suoi segreti grazie a una scrittura che incanta per il suo stile e il suo humour.

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