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Namita Devidayal

Namita Devidayal è nata nel 1968 e si è laureata all’università di Princeton. Lavora come giornalista presso il Times of India e vive a Bombay. Il suo primo romanzo, La stanza della musica, ha vinto il Vodafone Crossword Popular Book Award nel 2008.

I LIBRI

La stanza della musica

Namita Devidayal
È un pomeriggio d’estate a Bombay nel quartiere malfamato di Kennedy Bridge. Durante il mattino, la zona sottostante il ponte somiglia a qualsiasi altra strada affollata della città, gremita di venditori ambulanti e di passanti frettolosi. Ma già a partire dalle prime ore del pomeriggio, i marciapiedi davanti ai bordelli e ai ritrovi per soli uomini si riempiono di sguardi equivoci e indiscreti.
Proprio nei pressi dei bordelli, in fondo alla strada, vive Dhondutai, la grande musicista, l’allieva di Bhurji Khan, il figlio di Alladiya Khan, il leggendario fondatore del gharana di Jaipur, una delle più antiche scuole di musica classica indiana, e di Kesarbai, la cantante celebre per essere stata una donna senza peli sulla lingua, ma che quando intonava un raga di straordinaria bellezza dietro l’altro trascendeva davvero la sua natura mortale.
Sono le cinque, quando Namita e sua madre arrivano a casa di Dhondutai. Namita ha dieci anni e un solo desiderio: fare sua la divina arte dei raga.
La sua futura insegnante la accoglie con un sorriso angelico. Alta più o meno un metro e mezzo, porta una sari bianca, stirata e inamidata con cura. Ha i capelli neri cosparsi da un’abbondante dose di olio e un aspetto sorprendentemente giovanile. La fa subito entrare nella stanza della musica: una cameretta angusta, con due lucidi tanpura appoggiati alla parete, le pareti spoglie, a parte una fotografia ingiallita dei genitori, un Ganesh in technicolor,  ritagliato dal vecchio calendario di un’industria farmaceutica, e il ritratto di Kesarbai Kerkar, con il capo coperto da una sari bianca, i capelli con la riga da una parte e un filo di perle al collo.
In ogni angolo di quella stanza sembra risuonare una musica senza tempo, persino sul volto di Dhondutai che, tra quelle mura, pare totalmente ignara degli uomini intenti a bighellonare intorno ai bordelli sotto la sua finestra. Arrivare da lei, pensa Namita, è stato come attraversare uno stagno sudicio per raggiungere un bellissimo fiore di loto…
La stanza della musica è la storia di Namita, del leggendario Alladiya Khan, che non può trasmettere la sua arte ai figli, e di Kesarbai, sboccata, volubile e affascinante.
Tuttavia, è la storia soprattutto di Dhondutai, personaggio tragico e insieme energico; una donna schiva e ritrosa, eppure animata da una ferrea determinazione.
Scritto impeccabilmente, ricco di aneddoti, notizie gustose e leggende, La stanza della musica è un libro che ci restituisce l’avventura di una donna che sacrifica tutto alla ricerca della perfezione, in nome di un’antica arte che richiede la piú assoluta devozione.

Dolceamaro a Bombay

Namita Devidayal

In un ospedale di Bombay, durante Diwali, la festa indiana della prosperità, Bimbla Kulbhushan Todarmal, universalmente nota come Mummyji, si appresta a lasciare questo mondo.
Al suo capezzale sono accorsi i quattro figli, che più che afflitti dal dolore sembrano impazienti di congedarsi lestamente dalla madre.
Mummyji è stata per tutta la sua vita una donna forte. Ha creato dal nulla una prospera attività di produzione e commercio di dolci, i locali mithai, onorando così la business class dei banyia cui appartiene. In questo modo, tuttavia, i suoi quattro figli sono cresciuti all'ombra di una carismatica figura che, sull'altare degli affari, ha sacrificato più di una ragione del cuore.
Rajan Papa, il primogenito gravato troppo presto delle responsabilità di capofamiglia, ha grossi guai economici, una moglie viziata e un figlio adolescente che teme di rivelare ai genitori la propria omosessualità.
Suman ha un matrimonio ricco ma infelice, e non dorme senza regolare e debita assunzione di una buona dose di psicofarmaci.
Sunny ha studiato negli Stati Uniti e, in nome delle leggi sovrane del moderno marketing, ha estromesso dall'attività familiare il fratello maggiore, reo di avere una gestione all'antica, troppo umana in un'epoca in cui il profitto non guarda in faccia nessuno.
Saroj, la più palesemente fragile dei quattro, è stata convinta dalla madre a lasciare l'amato marito caduto in miseria, e vive ora nel rimpianto della felicità perduta e nella dipendenza dall'opprimente figura materna.
Mentre la statua di Laxmi, la dea della prosperità interiore, li guarda perplessa, la perfida progenie sembra interessata solo ad accaparrarsi l'eredità materiale di Mummyji, soprattutto quella splendida coppia di diamanti dal valore incalcolabile che nessuno sa dove sia e a cui ciascuno vuole arrivare per primo, in una poco nobile gara a chi sia più astuto e avido.
Mummyji, però, sembra non volersi congedare tanto in fretta da questo mondo. E, nelle lunghe ore che dovranno trascorrere nella sala d'attesa dell'ospedale, i quattro giovani Todarmal, le loro mogli e mariti, avranno forse il tempo di riflettere su che cosa siano davvero il benessere e la prosperità, e Diwali, la festa che li celebra.
Romanzo di grande fascino, esotico e universale al tempo stesso, sull'amaro prezzo del successo, Dolceamaro a Bombay è una moderna Fiera delle vanità indiana che illumina l'anima del nuovo Oriente.

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