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Oliver Pötzsch

Oliver Pötzsch è nato nel 1970 a Monaco di Baviera ed è un discendente dei Kuisl, la dinastia di boia a cui appartiene anche il protagonista della sua opera. La figlia del boia e il diavolo di Bamberga è l'ultimo libro di una serie che comprende finora La figlia del boia (Neri Pozza, 2012; BEAT, 2013), La figlia del boia e il monaco nero (Neri Pozza, 2013; BEAT, 2015), La figlia del boia e il re dei mendicanti (Neri Pozza, 2015; BEAT, 2017), Il mago e la figlia del boia (Neri Pozza, 2017).

I LIBRI

La figlia del boia e il re dei mendicanti

Oliver Pötzsch
Un giorno del 1662 Jacob Kuisl, boia di Schongau, svuota la farmacia di casa, mette nella sacca oppio, arnica e iperico, e sale sulla prima zattera diretta a Ratisbona.
La navigazione sul Danubio si rivela un autentico tormento per Kuisl, abituato ad avere la terraferma sotto i piedi. Il fiume, ingrossato dai temporali, inonda i banchi di ghiaia lungo le rive. Rami e alberi sradicati vorticano nella schiuma bianca, e gorghi e strettoie, tra gole cinte da rocce imponenti, ricordano che i tronchi della zattera possono essere stritolati in un niente.
Il boia di Schongau, però, non demorde. Raggiungere Ratisbona è una questione di vita e di morte. Sua sorella minore Lisbeth, che da anni vive nella lontana città imperiale dopo avere sposato un balneatore – Andreas Hofmann, proprietario, appunto, di un bagno pubblico –, è gravemente malata. Stando al marito la protuberanza sull’addome, i dolori atroci e la secrezione nera di cui soffre non concedono di stabilire con certezza quanto tempo le resta.
Dopo mille traversie Kuisl giunge a Ratisbona e, con la netta sensazione di essere osservato, si avventura per le strade della città imperiale fino ad arrivare nella dimora del balneatore, dove ha sede anche il suo bagno pubblico.
Ciò in cui si imbatte è agghiacciante anche per il cuore duro di un boia. Nell’ultimo cubicolo del bagno, Elisabeth Hofmann e consorte giacciono in una tinozza. Hanno entrambi la testa reclinata all’indietro e gli occhi sgranati; il braccio destro di Lisbeth penzola oltre il bordo della tinozza e qualcosa di denso gocciola come cera sul pavimento dal suo dito indice. Sembrano immersi nel loro stesso sangue, Lisbeth con un taglio alla gola che gli sorride come una seconda bocca, Andreas Hofmann con una ferita al collo così profonda che la testa è quasi staccata dal busto.
Kuisl non ha nemmeno il tempo di piangere, che si ritrova circondato da un drappello di cinque guardie comandate da un uomo che gli sguaina la spada contro, si arriccia i baffi e, indicando i due cadaveri, gli dice: «A quanto pare sei proprio nei guai, bavarese».
Alla figlia del boia, Magdalena, e a Simon Fronwieser, il suo impavido compagno, spetterà naturalmente il compito di tirare Kuisl fuori dai guai, con l’aiuto di Nathan il Saggio, il re dei mendicanti di Ratisbona, il signore del regno della notte dai denti d’oro.
Terzo capitolo di una delle saghe moderne più amate e lette nel mondo, La figlia del boia e il re dei mendicanti è un thriller «ricco di dettagli sul tessuto sociale e sulla struttura del potere politico nella Baviera del XVII secolo» (Publishers Weekly) che parla d’amore, tradimento e vendetta. E che consegna ai lettori un’altra, esaltante avventura dell’impavido boia Jakob Kuisl.
 

La figlia del boia

Oliver Pötzsch
Baviera, 1659. Sulla riva di un fiume nei pressi della cittadina di Schongau viene trovato agonizzante il figlio undicenne del barconiere Grimmer. Il tempo di adagiarlo con cura a terra, di esaminargli il profondo taglio che gli squarcia la gola, di scoprire sotto la sua scapola destra uno strano segno impresso con inchiostro viola – un cerchio sbiadito dalla cui estremità inferiore parte una croce – che il bambino muore. Qualche tempo dopo i bottegai Kratz si imbattono, davanti alla porta di casa, nella macabra scoperta del loro piccolo Anton, il figlio adottivo, immerso in un lago di sangue, la gola recisa con un taglio netto. Sotto una scapola del bambino viene trovato il medesimo segno del figlio del barconiere: il cerchio di Venere che simboleggia la donna come controparte dell’uomo, la vita, ma anche la continuazione della vita dopo la morte… il simbolo delle streghe. Peter Grimmer e Anton Kratz si conoscevano. Insieme con la piccola Maria Schreevogl e altri due bambini costituivano uno sparuto gruppo di orfani che era solito frequentare Martha Stechlin, la levatrice di Schongau che vive proprio accanto ai Grimmer. Sicché quando la piccola Maria, la mattina dopo che la madre adottiva scorge, lavandola nella tinozza, il fatidico cerchio sbiadito sulla sua spalla destra, scompare al seguito di una diabolica figura con una mano di ossa, gli abitanti di Schongau non hanno dubbi: la strega assassina è la levatrice, Martha Stechlin. È lei che ha tagliato la gola ai due bambini, è lei che, con un incantesimo, ha chiamato il demonio che ha rapito Maria.
Il destino di Martha Stechlin sembra così segnato. Messa nelle mani del boia di Schongau perché le sia estorta formale confessione, attende di essere spedita al rogo.
Jakob Kuisl, il boia di Schongau, un gigante alto quasi due metri, la barba nera e spinosa, le lunghe dita ricurve simili ad artigli, non crede però alla colpevolezza della levatrice. E con lui non credono che la dolce Martha sia una strega anche sua figlia Magdalena, un’attraente ragazza dalle labbra carnose, le fossette sulle guance e gli occhi ridenti, e Simon Fronwieser, il figlio del medico cittadino, un giovane con la chioma fino alle spalle e il pizzetto spuntato sul mento così ben visto tra il gentil sesso di Schongau.
I tre indagano per cercare di ribaltare una sentenza che sospettano sia stata scritta solo per convenienza politica e, soprattutto, per nascondere una verità inconfessabile. Una verità che, per Jakob, Simon e Magdalena, può emergere solo nel giro di una settimana, il tempo che resta prima che il rogo venga approntato.
Attraverso un’impeccabile e suggestiva ricostruzione storica della società tedesca del Seicento, La figlia del boia conduce il lettore in un’epoca di superstizioni e follie collettive e delinea una stupefacente figura propria di quel mondo: il boia, un uomo temuto, emarginato e, ad un tempo, un esperto erborista e un illuminato.

La figlia del boia e il monaco nero

Oliver Pötzsch
1660, Baviera. Avvolto in uno spesso mantello di lana, Simon Fronwieser, medico di Schongau, cammina a testa bassa, maledicendo la sua professione. La bufera di neve che ha ricoperto i boschi, i campi e le strade della cittadina bavarese, non ha dissuaso la perpetua della chiesa di San Lorenzo dal chiamarlo per una visita a domicilio. Si tratterà della solita indigestione del sacerdote, pensa Simon battendo i denti. Invece, quando scopre che il curato è morto, a pochi passi dall’abside della chiesa, dopo essersi rimpinzato di frittelle, non ci pensa su due volte a chiamare l’unico in grado di aiutarlo: il boia Kuisl.
Alto quasi due metri, la barba nera e spinosa, le lunghe dita ricurve simili ad artigli, il boia di Schongau è ritenuto da tutti un’autorità: non soltanto «come scorticatore» e maestro di spada, ma anche nella scienza delle erbe medicinali e delle piante velenose. E Kuisl, difatti, non ci mette molto a capire come è morto il parroco. Ma chi può aver ucciso quel placido e umile servitore di Dio? Compiute le prime indagini – aiutato dalla figlia Magdalena, dall’amico medico Simon e dalla sorella del sacerdote defunto, Benedikta – Kuisl scopre che la vittima era sulle tracce di un tesoro che superava «ogni più sfrenata immaginazione», nascosto in Baviera dal Maestro dei templari Friedrich Wildgraf, dopo lo scioglimento dell’ordine. A dargli la caccia, però, il parroco non era il solo: una confraternita di frati domenicani «astuti ed eruditi, disposti a sporcarsi le mani al posto del Papa» gli stava alle calcagna e, adesso che il parroco è morto, insegue Kuisl. E mentre Simon e Benedikta risolvono enigmi su enigmi, scoprendo il luogo dove pare sia seppellito il tesoro, il boia è costretto ad abbandonare le indagini per salvare la figlia. Tra bande di briganti violenti, incendi dolosi e l’inaspettato ritrovamento di un oggetto sacro,nella loro indagine, Kuisl, Simon e Magdalena dovranno soprattutto fare i conti con l’avidità e le menzogne che albergano nella cittadella della vicina Augusta, sede del vescovado, del palazzo dei vescovi e delle dimore dei commercianti più ricchi della città.
Dopo l’enorme successo internazionale de La figlia del boia – tradotto in oltre venti paesi –, Oliver Pötzsch mette in scena un thriller storico «ricco di dettagli sul tessuto sociale e sulla struttura del potere politico nella Baviera del XVII secolo» (Publishers Weekly), impreziosito da uno stile avvincente e una trama perfetta, e con un protagonista memorabile: l’impavido e generoso boia Kuisl.

Il mago e la figlia del boia

Oliver Pötzsch
Baviera, 1666. A vent’anni circa dalla fine della guerra dei Trent’anni, il flusso di pellegrini verso il celebre monastero bavarese di Andechs, rinomato per le sue antichissime reliquie miracolose, nonché per la sua birra capace di donare l’oblio, è il più intenso a memoria d’uomo. In un’epoca di carestie, calamità naturali, lupi affamati e bande di briganti, la gente cerca con particolare slancio la protezione della chiesa e, sulla strada per Andechs, ci sono anche Simon, medico di Schongau, e sua moglie Magdalena, la figlia del boia Jakob Kuisl.
Manca ancora una settimana alla solennità delle Tre Ostie, considerata una delle feste religiose più importanti della Baviera, ma l’abate Maurus Rambeck ha già inviato messaggeri nei paesi del circondario per invitare i pellegrini a presentarsi in anticipo al Sacro Monte. Quattro mesi prima un fulmine ha colpito il campanile della chiesa del monastero, la copertura del tetto è stata distrutta dalle fiamme e gran parte della navata meridionale è crollata. Eppure Magdalena sembra di scorgere, proprio lassù, una minuscola luce che segnala la presenza di qualcuno.
Desiderosa di indagare, la figlia del boia non esita a raggiungere la vetta del campanile, quando una figura vestita di nero sfreccia verso di lei, aggredendola e facendola quasi precipitare nel vuoto. Nel frattempo, Simon si trova ad avere a che fare con la morte improvvisa dell’assistente di frate Johannes, il farmacista del villaggio, un uomo con la faccia del diavolo e la tonaca di un monaco.
Quando viene ritrovato il cadavere di un altro novizio e il frate orologiaio, Virgilius, noto tra i confratelli per i suoi esperimenti al limite della moralità, scompare misteriosamente, i sospetti cadono proprio sul frate farmacista, che è subito imprigionato e consegnato al tribunale regionale. Magdalena riesce a parlare con l’accusato e scopre così che si tratta di un carissimo amico di gioventù del padre. L’intervento del boia di Schongau si rende perciò necessario.
Cosa collega le morti misteriose, la scomparsa del frate «stregone» e la sinistra luce che ogni notte illumina il campanile del monastero di Andechs? E chi si cela sotto la tonaca nera dell’uomo che vigila da lassù? Toccherà al boia Kuisl e a sua figlia Magdalena indagare alla ricerca della verità.
Impreziosito da una trama ricca di sorprendenti colpi di scena, Il mago e la figlia del boia è il quarto avvincente capitolo di una delle serie più amate e lette nel mondo, un’altra esaltante avventura dell’impavido boia di Schongau Jakob Kuisl.

La figlia del boia e il diavolo di Bamberga

Oliver Pötzsch

Baviera, 1668. Jakob Kuisl, il boia di Schongau, è in viaggio con la sua famiglia verso Bamberga, per presenziare alle nozze del fratello Bartholomäus e fare visita al figlio Georg, che sotto l’ala dello zio sta compiendo l’apprendistato per imparare il mestiere di boia. Nella foresta piove a dirotto e una fila di carri e barrocci diretti alla città vescovile ostruisce la strada. Dinanzi a un guado del fiume Regnitz, carrettieri e contadini, riuniti in semicerchio, osservano qualcosa. Incuriosita, Magdalena, la figlia del boia, si fa largo tra la folla: nella melma lambita dall’acqua affiora il braccio destro mozzato di un uomo.
Qualcuno mormora che nella foresta di Hauptsmoor si aggira un mostro, una creatura dalle sembianze demoniache venuta direttamente dall’inferno.
Raggiunta Bamberga, la famiglia Kuisl resta sbigottita dallo stato di abbandono e degrado in cui versa la città: gli edifici, soprattutto quelli patrizi, hanno le finestre sprangate da assi, ad alcuni manca la porta e dove un tempo c’erano magnifici vetri soffiati ora si spalancano buchi neri.
Arrivati a casa di Bartholomäus, Jakob Kuisl apprende dal fratello che un clima di inquisizione grava sulla città, due donne sono sparite di recente senza lasciare traccia e il vecchio Schwarzkontz non è più tornato da un viaggio a Norimberga. Dopo il ritrovamento di un braccio mozzato e di una gamba rosicchiata dai topi alla deriva sul fiume Regnitz, il panico regna. Gli abitanti di Bamberga credono che sia opera del demonio, soprattutto da quando una creatura irsuta è stata vista aggirarsi di notte tra i vicoli.
Jakob Kuisl si rifiuta di credere a una simile superstizione e, insieme alla figlia, decide di indagare sul caso; un caso curiosamente legato alle abitazioni in rovina, testimoni silenziose di un crimine violento, forse il più violento che quelle contrade abbiano mai visto: il processo alle streghe di Bamberga.

Il menestrello. La saga del Dottor Faust

Oliver Pötzsch

1486, Knittlingen. Il piccolo Johann Georg, detto Faust, «fortunato», sa di essere diverso dagli altri bambini del villaggio: è più intelligente, più sveglio, animato da una insaziabile curiosità. Nelle sue vene scorre sangue nobile, gli ha spiegato una volta sua madre, anche se Johann non ha saputo attribuire alcun significato a queste parole. Per suo padre, un robusto contadino con la faccia bruciata dal sole, Johann non è altro che un buono a nulla con la testa piena di grilli, e lo stesso vale per gli altri bambini del villaggio. L’unica a non trovare sgradevole la sua compagnia è Margherita, la figlia del castaldo, la bambina con i capelli biondo paglierino davanti a cui Johann si sente la bocca sigillata, quasi fosse preda di un incantesimo.
Un giorno a Knittlingen arrivano i saltimbanchi: giullari muniti di pifferi, zampogne e tamburelli, funamboli mascherati. Nel villaggio si vocifera che chi danzi con loro finisca dritto all’inferno, che i menestrelli siano figli del diavolo. Ne è convinta Margherita, che attribuisce ai girovaghi la misteriosa sparizione di quattro bambini del villaggio: Fritz, sette anni, il suo fratellino di soli cinque anni e due bambine della vicina Bretten. Si sono avventurati nella foresta e nessuno ha saputo più nulla di loro.
L’uomo che, del resto, signoreggia sul palco tra i saltimbanchi autorizza le ipotesi più nefaste. Alto e magro, con indosso un mantello a strisce nere e rosse, che gli sventola intorno come le ali di un pipistrello, ha un viso pallidissimo, il naso affilato come il becco di un uccello rapace e occhi neri che non mancano di scrutare a lungo Johann.
Dopo essersi presentato come Tonio del Moravia, Magister delle sette arti e custode deisette volte sette sigilli, dottore della nera Università di Cracovia, il misterioso sconosciuto profetizza per Johann un destino ben diverso
da quello che il figlio di un contadino può aspettarsi. Un destino per cui occorrerà pagare un alto prezzo, in futuro.
Ispirato alla nota figura di Johann Georg Faust, l’alchimista tedesco protagonista di alcuni dei più celebri capolavori della letteratura, l’uomo assetato di gloria che strinse un patto con il diavolo, pagando con la propria anima la sete di conoscenza, Il menestrello è il primo capitolo di una nuova, memorabile saga dalla penna dell’autore dell’acclamato La figlia del boia.

La figlia del boia e il gioco della morte

Oliver Pötzsch

Baviera, 1670. Oberammergau è una cittadina famosa per inscenare, ogni dieci anni, una superba rappresentazione della Passione di Cristo, apprezzata anche nei paesi limitrofi. Un’aria sinistra grava, però, sulla città quando Simon Fronwieser, medico di Schongau, vi arriva in compagnia del figlio Peter, destinato a completare gli studi presso l’erudito Georg Kaiser.
Alle porte serrate delle case pendono dei mazzi di iperico, l’erba per scacciare gli spiriti maligni, e per strada la gente cammina a capo chino, senza scambiarsi un saluto. Giunti a casa di Georg Kaiser, Simon non tarda a scoprire il motivo di quella funesta atmosfera: alle prime luci del mattino, nel cimitero attiguo alla chiesa, è stato rinvenuto il cadavere di Dominik Faistenmantel, l’interprete di Gesù nella Passione. Il poveretto era inchiodato alla croce realizzata appositamente per la sacra rappresentazione, in una crudele messa in scena che, per gli abitanti di Oberammergau, può essere opera soltanto del diavolo in persona.
In qualità di medico, Simon viene condotto a esaminare il corpo della vittima: capelli biondi, viso affilato e labbra carnose, Dominik Faistenmantel, figlio del potente impresario Konrad Faistenmantel, era perfettamente adatto
al ruolo. Ma a Oberammergau tutti sapevano che la parte di Gesù era ambita anche dal collerico Hans Göbl, interprete dell’apostolo Giovanni e ora principale sospettato. Hans viene trascinato nella prigione di Ettal dove, per strappargli una confessione di colpevolezza, lo attende il boia della vicina Schongau, Jakob Kuisl. Schiacciapollici, pinza, stritolastinchi, lunghi uncini, una museruola di ferro… Jakob sistema i suoi strumenti sul pavimento e si prepara a mettere in scena il solito repertorio, quando sul più bello lo raggiunge la notizia di un nuovo omicidio. Nella torbiera è appena stato rinvenuto il cadavere di un altro attore della Passione, trafitto da una spada.
Ancora una volta, sembra che spetti al boia e alla sua famiglia svelare il mistero e portare alla luce gli oscuri segreti di una città.

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