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Peter Ackroyd

Peter Ackroyd è unanimemente ritenuto uno dei grandi scrittori inglesi viventi. Autore di monumentali biografie su Dickens, Chaucer, Blake, Turner e Thomas More, ha scritto romanzi storici che hanno ottenuto un grande successo di pubblico e di critica, quali The Clerkenwell Tales, Hawksmoor, The House of Doctor Dee. Con Neri Pozza ha pubblicato I fratelli Lamb (2005); La grande storia del Tamigi (2009); Shakespeare (2011); Londra. Biografia di una città (2013) e I sotterranei di Londra (2014).

I LIBRI

La grande storia del Tamigi

Peter Ackroyd

È lungo 345 chilometri e navigabile per più di 300. È il fiume più lungo dell’Inghilterra ma non della Gran Bretagna, dove il Severn lo supera di circa 9 chilometri. Scorre lungo i confini di nove contee, separando il Wiltshire dal Gloucestershire, l’Oxfordshire dal Buckinghamshire, il Surrey dal Middlesex, il Kent dall’Essex. E non vi è nulla, in Inghilterra, in grado di dare più di lui l’immagine del paese come un’unica, vera nazione.
È il Tamigi, il grande corso d’acqua che da secoli fonde terra e acqua in un solo, capace abbraccio, regala coesione e unità a regioni diverse, permette la crescita e la diffusione di una cultura comune, fa nascere l’armonia da un’apparente discordia e celebra in tal modo l’idea stessa di Englishness più di qualunque altro elemento nazionale.
L’immagine idealizzata della vita inglese, con i cottage dai tetti di paglia e gli ampi spazi verdi dei villaggi, i laghetti con le anatre e i campi circondati da siepi, nasce dal paesaggio del Tamigi. Il fiume è la fonte di queste fantasticherie di «inglesità». Il viaggiatore deve solo recarsi a Cookham, o a Pangbourne, o a Streatley, o in cento altri villaggi e cittadine lungo il Tamigi per riconoscerne l’importanza durevole nel rappresentare la vita della nazione.
Il Tamigi è stato una strada maestra, una frontiera e una direttrice di attacco; è stato un parco giochi e una fogna, una fonte d’acqua e una fonte di potere. È stato quello che i romani chiamavano un fiume «pubblico», ma ha fatto anche da sfondo a gioie tanto intense quanto private. Il Tamigi in Inghilterra ha creato la civiltà. Ha plasmato Londra. Ha ispirato la poesia inglese. È un fiume proteiforme, eterogeneo, e dunque soddisfa alla perfezione il gusto nazionale degli inglesi.
Questo libro è la sua biografia, il romanzo delle sue gesta come delle sue tragedie. La grande storia di un grande fiume.

Shakespeare

Peter Ackroyd
Il romanzo della vita di Shakespeare: così può essere definita questa monumentale biografia che penetra così a fondo nel mondo e nelle vicende più salienti dell’esistenza del genio inglese da apparire più come l’opera di un scrittore coevo che quella di un biografo del ventunesimo secolo.
Shakespeare nacque a Stratford il 23 aprile del 1564 e morì nella stessa piccola città inglese nel 1616. Gli amici di Stratford furono i suoi amici di sempre, le persone che accompagnarono l’intera sua esistenza. Lavorò in teatro, recitando nelle prime sale londinesi e riscrivendo e componendo per una serie di compagnie determinate quali «The Queen’s Men», «The Lord Chamberlain’s Men» e «The King’s Men». Un piccolo mondo, preciso, costante.
Peter Ackroyd ci accompagna innanzi tutto nel paesaggio di questo mondo. Percorre le strade di Stratford e Londra, a cavallo tra Cinquecento e Seicento, come se appartenesse pienamente a quel tempo. Descrive l’ambiente teatrale come se fosse uno spettatore elisabettiano e assistesse alle prime rappresentazioni delle tragedie e delle commedie. Scrive dello Shakespeare attore, drammaturgo e poeta, e dunque della sua cerchia di impresari, attori e coautori e della loro «comunanza di sentimenti». Ritesse, insomma, non solo la tela dell’epoca di Shakespeare, ma ne ravviva i colori e le sfumature come se fossero appena dipinti.
La biografia non è perciò né una ricostruzione accademica né didascalica della vita di Shakespeare, ma un vero e proprio romanzo, il libro di uno scrittore su uno scrittore, un’opera brillante che avvince e intrattiene.

Londra. Una biografia

Peter Ackroyd
Londra non è una città. I suoi vicoli sono vene, i suoi parchi polmoni. Nella nebbia, le strade di ciottoli brillano di sudore, mentre le bocche degli idranti gettano acqua come sangue da un’arteria. Le sue vecchie mura sembrano spalle enormi. I ponti che traversano il Tamigi gambe tozze e arcuate, e le luci di Westminster o le insegne di Trafalgar Square occhi sempre aperti. Negli anni c’è chi l’ha raffigurata come un giovane che sgranchisce le braccia, quasi si fosse appena svegliato, e altri che l’hanno paragonata a un mostro dalla testa enorme e dalle membra sottili. Comunque la si guardi, una cosa è certa: Londra non è una città, è un animale in costante mutazione.
Partendo da questa irrefutabile verità, Peter Ackroyd, londinese di East Acton, ha concepito il più ambizioso e originale dei progetti: ricostruire il corpo di una terra che ha quasi cinquanta milioni di anni.
La sua Londra è un saggio storico, un romanzo, un racconto gotico e, insieme, un incredibile trattato erudito. Trascinati dalla sua impeccabile scrittura, ci affacciamo dal ponte di Waterloo e immaginiamo il «letto di mare dell’era giurassica» che ricopriva un tempo quelle terre; leggiamo del ritrovamento del dente di Mammoth a King’s Cross e camminiamo tra famiglie di animali estinti; riviviamo la campagna di conquista di Giulio Cesare, le guerre con i Sassoni e la nascita delle città medievali. Ci sediamo nei pub del centro, e riandiamo col pensiero ai bordelli ritratti da Charles Dickens. Saliamo sulla cupola della cattedrale di Saint Paul, e immaginiamo i tetti inghiottiti dalla nebbia di Jonathan Swift. Ci fermiamo all’incrocio tra Duke’s Place e Bevis Marks e rivediamo «l’anello di ferro» che un tempo proteggeva più di trecento acri di città, oppure scoperchiamo la «piccola botola d’acciaio» sotto Leicester Square e ci ritroviamo tre piani sottoterra, in una stazione elettrica.
Ma soprattutto passeggiamo come quotidianamente passeggia Peter Ackroyd per le strade della sua città: come un bambino in un parco giochi, con gli occhi sgranati e la bocca aperta, stupendoci continuamente, osservando strade, palazzi e alberi come se potessero raccontarci la loro storia, e, così, farci rivivere tutto daccapo.
Londra è un labirinto stupefacente in cui il lettore si perde con piacere, per ritrovarsi alla fine con uno sterminato «compendio di fatti oscuri e di aneddoti decisamente curiosi» (London Review of Books); una «perla di non-fiction» (The Independent) che, grazie alla prosa accattivante ed eclettica di Ackroyd, si candida a essere il ritratto millenario e definitivo della capitale britannica.

I sotterranei di Londra

Peter Ackroyd
C’è una città dove l’aria è calda anche d’inverno. Dove il buio è più nero della pece. «Una terra proibita» e sconosciuta in cui centinaia di gallerie, anfratti e cunicoli si chiudono improvvisamente in vicoli ciechi, costringendo i visitatori a tornare indietro. Qualcuno dice che, tra quei fiumi caliginosi e antichi, abitino solo ratti, cani randagi e vagabondi. Altri, più impressionabili, vecchi assassini sfuggiti alla giustizia e Cerberi che non hanno mai visto la luce del sole. Dove si trova questa città? Più o meno trenta metri sotto Londra.
Con l’equilibrata commistione di ricostruzione storica e talento immaginativo che lo ha reso famoso in tutto il mondo, Peter Ackroyd veste nuovamente i panni dell’esploratore e, come un novello e scanzonato Jules Verne, si cala nei sotterranei della capitale inglese. Visita il congegno idraulico che trasportava i cadaveri dal cimitero di Kensal Green alle catacombe sottostanti. Spalanca la porta sul piedistallo della statua di Boadicea, sul Ponte di Westminster, e discende lungo un enorme tunnel pieno di cavi elettrici. Passeggiare nei sotterranei di Londra, per Ackroyd, significa attraversare la Storia e recuperare un passato «che esiste ancora e accompagna la nostra vita presente». Per questo non si ferma al London Basin, il letto di sabbia e rocce risalente al Paleozoico su cui poggia la città; o alla strada dell’Età del bronzo che si snoda sotto Isle of Dogs e alle tombe anglosassoni, a pochi metri dalla navata centrale di St Paul’s Cathedral, ma decide di spingersi ancora più lontano. E quando scopre le «strade gemelle» sotto il borgo di Islington e si chiede – come aveva fatto Dickens prima di lui – cosa succederebbe se i morti sepolti in quella terra risorgessero tutti assieme, capiamo che il fine di questo libro non è soltanto tracciare una mappa dei sotterranei di Londra, ma aprire uno spiraglio sull’ignoto, sui posti che non abbiamo mai visitato, e quelli dentro di noi che non vogliamo vedere.
Con uno stile sorprendente, impreziosito da citazioni bibliche e classiche, Ackroyd scava tra le ere geologiche e «illumina le ombre del mondo che ci circonda» (The Spectator), riportando alla luce luoghi che neppure i londinesi immaginavano potessero esistere. Un’avventura indimenticabile che unisce passato e futuro, e ci dimostra che è proprio là dove si ha paura di guardare, che giacciono i tesori più inestimabili.
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