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Siddharta Deb

Siddhartha Deb è nato nel 1970 in una cittadina del nord-est dell’India. Dopo gli studi a New Delhi si è trasferito a New York, dove si è laureato alla Columbia University. Belli e dannati è la sua prima opera di non-fiction, dopo i romanzi The Point of Return e An Outline of the Republic. Ha collaborato con il Boston Globe, The Guardian, The Nation, The New Statesman, Harper's, London Review of Books e Times Literary Supplement.

I LIBRI

Belli e dannati. Ritratto della nuova India

Siddharta Deb
Nel 1998, il partito della destra integralista indú Bharatiya Janata Party (BJP) vince le elezioni nazionali in India e forma il nuovo governo a Delhi. Atal Bihari Vajpayee, il leader, diventa primo ministro. Un’incoronazione celebrata eseguendo cinque test nucleari nei deserti sabbiosi del Rajasthan. Amico di grandi imprese, Vajpayee decide di aprire  il mercato interno alle multinazionali e agli investitori stranieri svendendo beni e aziende di proprietà statale a compagnie private. Il risultato è che l’élite del paese diventa sempre piú ricca, mentre la maggioranza della popolazione – le caste inferiori, le donne, i musulmani – si ritrova sempre più ai margini. Invisibili, cancellati dalla retorica del governo e del mondo degli affari, i poveri ricompaiono solo quando il BJP rimette in marcia la macchina della propaganda per rivincere le elezioni del 2004, puntando sui volti felici della maggioranza dimenticata in una celebre campagna denominata «Shining India » («l’India splendente»).
Il BJP perde la competizione interna, tuttavia la «Shining India» vince al di fuori del paese, dove l’India appare come l’ultimo eden della modernità, il luogo dove le nozze tra creatività orientale e nuove tecnologie sembrano ridare un nuovo, inaspettato impulso allo sviluppo economico mondiale.
Attratto dagli opposti apparenti – visibilità e invisibilità, presente e passato, ricchezza e povertà, immobilismo e attivismo – che la nuova India genera, Siddharta Deb ha percorso in lungo e in largo il paese e ha scritto delle sue vite individuali, della gente di città e di campagna, dei ricchi, dei poveri e della classe media, di uomini e donne; del lavoro ad alto tasso tecnologico ritenuto l’emblema della «Shining India», come del massacrante lavoro manuale che è considerato irrilevante. Come Scott Fitzgerald per L’Età del Jazz americana, Deb si è trasformato così nel narratore di un’epoca ingorda e affamata di ricchezza, raccontando con limpido disincanto i vizi della nuova classe dirigente indiana  (dai magnate dei media ai i progettisti di software)  e l’incubo di chi si ritrova ai margini della frenetica caccia al benessere (dai braccianti dell’Andhra Pradesh agli addetti dei call-center), e offrendo al lettore l’affascinante ritratto di un un paese enorme e grottescamente diseguale che corre a folle velocità sul crinale – fin troppo sottile – che separa la via dello sviluppo da quella di una nuova, inaspettata povertà. 
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