Neri Pozza Editore | Stefano Malatesta
 
  • Condividi :

Stefano Malatesta

Nato a Roma, dopo essersi laureato in Scienze Politiche, Stefano Malatesta ha cominciato a viaggiare molto presto e da allora non ha mai smesso. Si è dedicato al giornalismo come cronista di nera, documentarista e inviato di guerra. Tra le sue opere L'Armata Caltagirone, Il cammello battriano (2002), Il napoletano che domò gli afghani (2002), Il Grande Mare di Sabbia (2006), Quel treno per Baghdad (2013), L'uomo dalla voce tonante (2014) e Quando Roma era un paradiso (2015).

I LIBRI

La vanità della cavalleria

Stefano Malatesta
La vanità è sempre stata una prerogativa della cavalleria e degli uomini in divisa. Nel 1525 Francesco I di Valois, alla testa della cavalleria francese durante la battaglia di Pavia, disarcionato rischiò di vedersi tagliare le mani dai lanzichenecchi e dagli uomini dei tercios spagnoli desiderosi di arraffare i suoi anelli.
Trine, merletti e sete erano merce comune tra gli uomini della cavalerie settecentesca. Durante la guerra dei sette anni, i francesi guidati dal principe di Soubise abbandonarono in fretta la cittadina di Gotha, lasciandosi dietro i propri bagagli, prontamente sequestrati dagli ussari di Hans Joachim von Zieten. Grande fu la sorpresa quando, una volta aperti i bauli, i soldati si trovarono davanti un guardaroba di lusso portato direttamente da Versailles: biancheria intima, mutandoni di seta dall’uso, per loro, così sconosciuto che mimarono una sfilata di moda infilandoseli sopra la testa.
Friedrich Wilhelm von Seydlitz, una delle glorie della cavalleria prussiana, amava portare sul tricorno una spilla con diamanti e smeraldi cabochon.
Qualche tempo dopo, quando Lord Brummel impose la “squisita originalità” del suo abbigliamento, fatto di giacche scure e pantaloni chiari, all’intero consesso di civili inglesi e poi europei, i colori divennero esclusivo privilegio dei militari. Durante feste e cerimonie i membri del governo e gli ufficiali civili sembravano becchini in trasferta, mentre i militari pavoni imbellettati.
Nei secoli successivi la vanità dilagò tra le forze armate. Gli ufficiali austriaci vestiti sempre di bianco sono una delle immagini glamour che l’Ottocento ci ha lasciato. E il secolo che ci è alle spalle non è stato certo da meno. I Savoia che abbracciavano la carriera militare, come il duca d’Aosta, erano soliti portare cappelli fuori ordinanza: il più riuscito era di certo quello che amava indossare l’erede al trono Umberto II Savoia, chiamato «il pentolino», che andava perfettamente d’accordo con le immacolate ed elegantissime mollettiere portate coi calzoni da cavallo stretti al ginocchio.
Gregor von Rezzori confessò che da giovanotto nullafacente fu tentato di militare nelle SS per ragioni puramente estetiche. Le SS avevano una divisa elegantissima con gli stivali più belli che si potessero immaginare, morbidi, lucidi e che davano un tocco particolare a tutto l’abito. Poi, fortunatamente, ci ripensò.
Attraverso il brillante racconto della vanità della cavalleria e delle più celebri battaglie combattute a cavallo, dalla carica demenziale di Lord Cardigan a Balaklava, dove la Light Brigade venne sbaragliata dai cannoni russi, alla strage di Caporetto, Stefano Malatesta scrive un libro sulla guerra che non ha affatto il sentore di caserma e di burocrazia, ma appassiona come e più di un romanzo d’avventura.

Quel treno per Baghdad

Stefano Malatesta, Francesco Alliata, Stenio Solinas, Giuseppe Cederna, Maurizio Tosi, Matteo Pennacchi, Diego Planeta, Boris Biancheri, Mario Fales
Irresistibilmente attratta dalle circostanze della vita in cui gli esseri umani – e le loro esistenze, i loro sogni e le loro speranze – si mescolano insieme, la letteratura non poteva sottrarsi al fascino dei treni, mezzi di trasporto in cui l’immaginazione, e non di rado la realtà, hanno generato da sempre mirabolanti avventure.
Non stupisce perciò che, dopo aver curato una raccolta di racconti di suspense ambientati in treno, Stefano Malatesta abbia deciso di mettere insieme delle storie che ruotano questa volta attorno al récit de voyage in treno, vale a dire quel genere letterario in cui il viaggio si fa racconto di una vicenda realmente vissuta o di un accadimento reale, con il suo corollario di incontri, emozioni ed esperienze fuori dell’ordinario.
Abbiamo così, in questa raccolta, il principe Alliata che ricorda un viaggio su una ferrovia a scartamento ridotto in Sicilia per raggiungere le miniere di zolfo di proprietà della famiglia, quando lui era appena un ragazzo; Boris Biancheri, il segretario generale della Farnesina scomparso di recente, che narra del libro più bello del mondo: l’orario ferroviario; Giuseppe Cederna che racconta del viaggio, su un Settebello lanciato a tutta velocità, verso le terre incognite dell’arte comica; Mario Fales, professore di Assiriologia all’università di Udine, che con ironia e precisione ci parla del treno per Baghdad, il sogno di fine Ottocento di collegare l’Europa con l’Oriente; Stefano Malatesta che narra di Norman Douglas e del Train Bleu, una li nea ferroviaria di lusso con cabine solo di prima che par tiva da Londra, toccava Calais, raggiungeva Nizza e termi nava la sua corsa a Mentone, al confine con l’Italia; Matteo Pennacchi che racconta del viaggio sulla Transiberiana durante il suo «giro del mondo senza soldi e senza bagagli»; Diego Planeta che, come Bruce Chatwin ne Le vie dei canti, prende spunto da una ferrovia scomparsa che, con magnifica vista sul mare, attraversava le colline intorno a Menfi; Vito P. che racconta di due viaggiatori, un lui e una lei, che in uno scompartimento affollato si osservano a vicenda e rimuginano sulla propria esistenza; e, infine, Stenio Solinas che ripercorre il tratto di una ferrovia africana, dove leoni affamati ma pigri trovano molto più comodo saltare nei treni e portarsi via ferrovieri e viaggiatori, che andare a caccia di impala.
Storie vere, avventure immaginate e vissute, eventi storici che ci restituiscono tutti l’intramontabile fascino del viaggio in treno.

L'uomo dalla voce tonante

Stefano Malatesta

Uno scrittore cileno dell’Ottocento ha detto una volta che gli europei in visita nell’America del Sud parlano sempre di vulcani, selve amazzoniche, tempeste di Capo Horn, poiché non possono fare a meno di celebrarne la natura selvaggia. Anche Malatesta parla della natura del continente australe, ma i veri protagonisti di questo libro sono gli indios della Terra del Fuoco considerati da Darwin l’anello mancante tra la scimmia e l’uomo, mentre avevano un vocabolario con oltre cinquanta parole per dire “mangiare il pesce”; megalomani come Popper che, proclamatosi re e imperatore della Terra del Fuoco, batteva moneta d’oro con la sua effige; sindacalisti contadini che, come Facon Grande, lavoravano nelle grandi aziende della Patagonia e venivano passati per le armi dai militari argentini; scrittori come Francisco Coloane, grande cantore del mondo australe con i suoi personaggi: cercatori d’oro, allevatori di cavalli, briganti che danno la caccia agli indios per incassare la taglia messa sul loro capo.
Malatesta è stato ovunque, con tutti i mezzi possibili e anche impossibili. Ma questo non è un libro semplicemente deambulatorio. I racconti che lo compongono cominciano sempre con un viaggio ma finiscono altrove: nella storia, nella geografia, nell’antropologia, nella letteratura.
Il risultato è un corpus romanzesco estremamente compatto sotto l’apparente divisione dei capitoli. Un romanzo dell’America latina che si muove secondo una direzione sudnord, da Capo Horn fino al Messico, alternando momenti drammatici – quali i funerali di Pablo Neruda – e altri improntati alla Luxe, calme et volupté, per dirla con Matisse, come le ore trascorse in un bar all’Avana, a fumare interminabili cohiba, a bere innumerevoli daiquiri e a contemplare la mirada fuerte dei cubani nei confronti delle loro giovani donne, puntualmente accompagnata dai piropos, quei complimenti barocchi e ironici che piacciono tanto alle ragazze dell’Avana.

La pescatrice del Platani

Stefano Malatesta
I libri di Malatesta sono di splendida lettura e di difficile definizione. Quando si mette in viaggio, possibilmente a piedi, non si sa mai dove vada a parare. Molti racconti iniziano come recit de voyage e finiscono imprevedibilmente da qualche altra parte, in critica letteraria, in ricostruzione storica, in narrazioni di battaglie, in gastronomia, seguendo una sorta di filosofia del deragliamento: «Chi marcia sempre sulle rotaie fisse – dice Malatesta – finisce nell’ovvio». Lui cerca la terra di nessuno, dove si trova perfettamente a suo agio.
La pescatrice del Platani inizia con uno straordinario viaggio in lambretta da Roma a Capo Passero, in compagnia di una ragazza svedese, attraverso un’Italia bucolica e pastorale oggi scomparsa. E continua con passeggiate a piedi lungo spiagge incantevoli, dove si nasconde il dio Pan, o gite in montagna alla ricerca di un mitico formaggio. Ci sono ritratti di personaggi per bene come Piero Guccione, Leonardo Sciascia, Francesco Alliata, e di personaggi per male come l’arcivescovo di Monreale Cassisa e molti altri ancora. Tutte le storie sono state scritte in un baglio, un’antica masseria profumata di gelsomino che guarda il Mediterraneo, diventato quasi un hotel di passo per molti continentali che scendono nel sud. La sera li potete trovare radunati all’aperto intorno a un enorme tavolo a gustare le deliziose alicette di Sciacca e zucchine e melanzane fritte al momento. Il capitolo più lungo è una sorta di storia dell’isola attraverso le vicende del vino siciliano e inizia così: «È stato solo negli anni Novanta che la Sicilia ha cominciato a sbarazzarsi di tre residui arcaici che si trascinava dietro da tempo immemorabile: il vino tradizionale, la “fuitina” e la grandezza della minchia intesa come tema ricorrente e ossessivo nei discorsi dei siciliani maschi». Come si vede, un grande libro ispirato.

 

Il napoletano che domò gli afghani

Stefano Malatesta

Nel primo Ottocento, Peshawar era circondata da magnifiche, verdi campagne e abitata dai più riottosi, imprevedibili, anarchici, pericolosi individui, pronti a tagliare la gola per mezza rupia. Polverosa e caotica all'interno, la città era, esattamente come oggi, assolutamente ingovernabile.
Un giorno, il geniale Ranjit Singh, il fondatore dell'impero sikh, pensò bene di nominare governatore della turbolenta città Abu Tabela, e per gli abitanti di Peshawar fu come essere governati di colpo da un Tamerlano, un Barbablù e un impalatore turco messi insieme.
I ladri sparirono, i rapinatori furono squartati, gettati dai minareti o impiccati agli alberi fuori le mura e i cittadini benestanti torturati perché mollassero il gruzzolo grande o piccolo che fosse.
Centocinquant'anni dopo, per frenare i loro figli troppo vivaci, le madri di Peshawar e di altre città pakistane minacciano ancora di chiamare Abu Tabela.
L'aspetto più incredibile di questa vicenda, che pure presenta più di un lato stupefacente, è che Abu Tabela non è il nome di un crudele capo uzbeko o di un capobanda patano, ma la traslitterazione, più o meno fedele, di Paolo Avitabile, napoletano, ex cannoniere borbonico, passato a Murat, ripassato ai Borbone, assoldato dallo shah di Persia per far pagare le tasse ai kurdi e, infine, finito a Lahore, alla corte di Ranjit Singh. Un napoletano che divenne una figura leggendaria anche per gli inglesi, i quali sostenevano che gli afghani guardavano Avitabile con la paura e la reverenza con cui gli sciacalli guardano la tigre.
Per raccontare una simile storia, ci voleva un narratore straordinario come Stefano Malatesta, sulle tracce di Avitabile da anni. Ricostruendo la stupefacente vita dell'avventuriero napoletano, Malatesta ci offre un ritratto incomparabile del nord dell'India quando era ancora in mano agli indiani: una terra immensa, affascinante, percorsa da eserciti che si danno battaglia, guidati da ufficiali europei che avevano combattuto a Waterloo, dove si parlano tutte le lingue, dove i marahaja sono ricoperti dei gioielli più costosi del mondo, dove gli esploratori sono anche spie e il più grande viaggiatore del secolo, Alexander Gardner, è anche il più grande bugiardo. Dove gli inglesi sono ovunque, fingendo, ancora per poco, di essere capitati lì per caso.

Il Grande Mare di Sabbia

Stefano Malatesta

Chi non è mai stato nel deserto, e ha letto magari soltanto qualche libro sul Sahara, è convinto che il deserto sia un luogo straordinario ma monotono. «Un maledetto uadi dietro l’altro», come rispose un viaggiatore inglese a chi gli chiedeva se la traversata era andata bene. In realtà, sono quasi sempre i libri, non il deserto, a essere molto spesso monotoni. Perché non basta descrivere i bagliori violetto e arancio dei tramonti, la calde dune color dell’oro, le infinite distese pietrose, le depressioni ricoperte di sale e di gesso, le montagne nere con le cime merlettate e gli orizzonti che sembrano così vicini per la secchezza dell’aria, mentre sono molto più lontano di quanto si possa immaginare. Questo è soltanto lo scenario che va popolato con i protagonisti, uomini che portano il velo blu o il casco coloniale, donne con i morbidi occhi cerchiati dall’hennè, spiriti duri di militari e di predoni, spiriti santi che vegliano o digiunano. Solo allora, davanti a tutta questa folla, è possibile accorgersi che il deserto non è mai stato un vuoto, ma un pieno, e che quanto lo caratterizza non è la monotonia o la ripetizione, ma la varietà e l’imprevisto. Il deserto è pieno di storie.
Il fascino e l’unicità del Grande Mare di Sabbia stanno esattamente nell’aver interpretato quest’anima multiforme del deserto, attraverso storie molto differenti tra loro, che hanno l’aspetto formale dei racconti di viaggio, ma che finiscono altrove.
Come uno dei suoi eroi, Laslo von Almasy, il «paziente inglese» di cui racconta la vera storia, molto più eccitante di quella del romanzo o del film, Stefano Malatesta è sempre alla ricerca di qualcuno o qualcosa: di un etnologo francese morto in strane circostanze, di un treno che si chiamava «Sahara Express», dei soldati italiani in Libia e dei commandos inglesi, di audaci esploratori e di ancora più audaci viaggiatrici, di preziosi marmi e di oasi prive di sorgenti, di eremiti e di monasteri, di Italo Balbo e dell’architettura coloniale, di un eroico trasvolatore e di un grandissimo scrittore, del Cairo tra le due guerre mondiali e di una spia che diventerà presidente di una grande nazione, di un luogo che non c’è e di molte altre cose e persone.
Scritto in una prosa così avvincente da ricordare i bei tempi in cui si leggeva con la certezza di essere trascinati di pagina in pagina, Il Grande Mare di Sabbia è una scintillante conferma, dopo il successo del Cane che andava per mare, delle doti di Malatesta come narratore.

Il Grande Mare di Sabbia

Stefano Malatesta

Chi non è mai stato nel deserto, e ha letto magari soltanto qualche libro sul Sahara, è convinto che il deserto sia un luogo straordinario ma monotono. «Un maledetto uadi dietro l’altro», come rispose un viaggiatore inglese a chi gli chiedeva se la traversata era andata bene. In realtà, sono quasi sempre i libri, non il deserto, a essere molto spesso monotoni. Perché non basta descrivere i bagliori violetto e arancio dei tramonti, la calde dune color dell’oro, le infinite distese pietrose, le depressioni ricoperte di sale e di gesso, le montagne nere con le cime merlettate e gli orizzonti che sembrano così vicini per la secchezza dell’aria, mentre sono molto più lontano di quanto si possa immaginare. Questo è soltanto lo scenario che va popolato con i protagonisti, uomini che portano il velo blu o il casco coloniale, donne con i morbidi occhi cerchiati dall’hennè, spiriti duri di militari e di predoni, spiriti santi che vegliano o digiunano. Solo allora, davanti a tutta questa folla, è possibile accorgersi che il deserto non è mai stato un vuoto, ma un pieno, e che quanto lo caratterizza non è la monotonia o la ripetizione, ma la varietà e l’imprevisto. Il deserto è pieno di storie.
Il fascino e l’unicità del Grande Mare di Sabbia stanno esattamente nell’aver interpretato quest’anima multiforme del deserto, attraverso storie molto differenti tra loro, che hanno l’aspetto formale dei racconti di viaggio, ma che finiscono altrove.
Come uno dei suoi eroi, Laslo von Almasy, il «paziente inglese» di cui racconta la vera storia, molto più eccitante di quella del romanzo o del film, Stefano Malatesta è sempre alla ricerca di qualcuno o qualcosa: di un etnologo francese morto in strane circostanze, di un treno che si chiamava «Sahara Express», dei soldati italiani in Libia e dei commandos inglesi, di audaci esploratori e di ancora più audaci viaggiatrici, di preziosi marmi e di oasi prive di sorgenti, di eremiti e di monasteri, di Italo Balbo e dell’architettura coloniale, di un eroico trasvolatore e di un grandissimo scrittore, del Cairo tra le due guerre mondiali e di una spia che diventerà presidente di una grande nazione, di un luogo che non c’è e di molte altre cose e persone.
Scritto in una prosa così avvincente da ricordare i bei tempi in cui si leggeva con la certezza di essere trascinati di pagina in pagina, Il Grande Mare di Sabbia è una scintillante conferma, dopo il successo del Cane che andava per mare, delle doti di Malatesta come narratore.

Newsletter

Resta aggiornato sulle novità e non perderti neanche un'anticipazione

Compila di seguito il campo inserendo la tua mail personale per ricevere la nostra newsletter