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Sudhir Kakar

Sudhir Kakar, uno dei più noti scrittori, psicanalisti e saggisti indiani, vive a Delhi. Docente presso prestigiose università in India, Europa e Stati Uniti, è autore di numerosi saggi (Shamans, Mystics and Doctors, The Colours of Violence). Presso Neri Pozza ha pubblicato i romanzi L'ascesa del desiderio, Estasi, Mira e il Mahatma e con Katharina Kakar il saggio Gli indiani. Ritratto di un popolo. Ha inoltre curato la raccolta di racconti Storie d'amore indiane.

I LIBRI

Mira e il Mahatma

Sudhir Kakar

È la mattina del 25 ottobre 1925, una giornata piacevolmente tiepida nel sud della Francia, e Madeline Slade, un'inglese di trentatré anni, sta riponendo con cura i suoi bagagli nella cabina della nave di linea della P&O, appena salpata da Marsiglia per un lungo viaggio verso Bombay.
I bauli sono stipati di libri, compendi di storia e di filosofia, grammatiche urdu, traduzioni francesi della Bhagvad Gita e del Rigveda, un grosso dizionario francese-inglese e due biografie di Gandhi pubblicate da poco, una delle quali in francese: Il Mahatma Gandhi di Romain Rolland.
Nella valigia di cuoio, tra abiti cuciti a mano di khady bianco tessuto a telaio, pullover di shetland sformati, una sciarpa di lana grande quasi quanto un piccolo scialle e biancheria di cotone, c'è un piccolo scrigno di gioielli che Madeline ha deciso di donare alla comune di Gandhi.
Madeline lo accarezza pensando alla nuova vita che l'attende là, nell'ashram sul Sabarmati, ad Ahmedabad, in India.
Non sa che nella comune, dove non vi sono segreti o, meglio, dove nessun segreto può rimanere tale a lungo, tutti sono informati del suo prossimo arrivo. Tutti sanno che la figlia di un ex comandante in capo britannico, di un ammiraglio di Bombay, ha deciso di dedicarsi a Bapu – così all'ashram chiamano Gandhi, un termine gujarati per dire «padre». Non sa, soprattutto, che appena sarà al cospetto del Mahatma, appena scorgerà la sua magra figura seduta per terra sul cuscino, avvertirà «una potente sensazione di luce provenire dalla sua direzione» e si sentirà mancare per l'emozione…
La storia narrata in questo libro come un romanzo avvincente è la vera storia dei nove anni – dal 1925 al 1930 e dal 1940 al 1942 – in cui la vita di Madeline Slade (nota anche come Mirabehn) e quella di Gandhi furono intrecciate più strettamente che in qualunque altro periodo del loro lungo sodalizio. Kakar esplora la straordinaria e complessa relazione che unisce Mirabehn all'uomo che agli occhi degli indiani è il padre della nazione, la grande anima che li ha condotti all'indipendenza e all'emancipazione. Attraverso una narrazione avvincente e una scrittura impeccabile, il libro penetra nel cuore e nei pensieri più riposti di Mirabehn, consumata dal desiderio di servire Gandhi e dal disperato bisogno di essergli costantemente vicina. Un desiderio e un bisogno che confliggono apertamente con i codici morali che il Mahatma si è dato e con i desideri e i bisogni di un'altra importante donna dell'ashram: Kasturba.
Basato su fonti, testimonianze e documenti sterminati (Gandhi scrisse 350 lettere a Mira), Mira e il Mahatma ci offre un ritratto inedito del padre della nazione indiana: «un essere umano, che presenta tutte le sfumature e i colori di una personalità complessa e non univoca» (Sudhir Kakar).

Il trono cremisi

Sudhir Kakar

Delhi, 1654. Negli harem di corte, silenziose oasi di bellezza, le chiacchiere tra i potenti eunuchi che vegliano sul benessere, e sulle libertà, di mogli e concubine reali si fanno sempre più fitte e preoccupate. La dinastia Mogul è al tramonto: l’imperatore, i suoi quattro figli e gli innumerevoli ministri vivono in un lusso sfrenato e decadente mentre già si tessono intrighi per conquistare la successione al trono e placare la sete di potere. Anche negli harem, specchio e anima della corte, tra ricchezze, gioielli e profumi segretamente si trama per conquistare le notti dei potenti e placare i desideri del corpo.
A Delhi sono arrivati da poco due medici farangi, stranieri, che si dice siano in grado, con la loro scienza e i loro medicamenti, di modificare gli equilibri del potere e delle passioni. Niccolò Manucci, veneziano, privo di denaro e di un’istruzione convenzionale, era approdato dapprima sull’isola di Goa in cerca di fortuna. Qui si era giovato degli insegnamenti del medico induista Vidraj, che lo aveva iniziato alla pratica dei salassi e all’arte della preparazione di farmaci speciali, agognati dalle donne dell’harem: pozioni afrodisiache, unguenti curativi per malattie veneree e pomate in grado di potenziare le prestazioni sessuali e garantire così la fedeltà di un uomo. François Bernier invece è un colto medico francese, discepolo del famoso filosofo Pierre Gassendi e deciso fin da giovane a partire per l’India e conquistarsi una carriera nell’impero Mogul grazie a una studiata capacità diplomatica e al fascino che un europeo dotato di stile e cultura sa suscitare presso i ricchi servitori dell’impero.
Niccolò e François, due uomini che non potrebbero essere più diversi, trovano fortuna in due distinte e avverse fazioni: Manucci entra alla corte del principe Dara, il primogenito dell’imperatore, uomo meditativo ed erudito, sostenitore di una politica moderata nei confronti di tutte le realtà religiose diverse da quella musulmana e in particolare dell’induismo. Bernier invece diventa il medico della nobiltà che sostiene Aurangzeb, il figlio più giovane, valoroso, dedito alla guerra e convinto sostenitore della supremazia religiosa islamica.
Quando, nonostante l’imperatore sia ancora in vita, tra i due principi si scatena una lunga e cruenta guerra, i due medici europei si ritrovano testimoni del sanguinario evento. Per loro in palio c’è la possibilità di sfruttare il successo assieme al vincitore o la necessità di ritornare in Europa e ricostruirsi una vita, dopo anni di passione e dedizione a quel mondo affascinante e profondo che è l’India, le sue città, i suoi popoli, le sue donne.

Estasi

Sudhir Kakar

In India, nel tempio di Sitaram, dirimpetto al giardino di Vidiadhar, vive Ram Das Baba, un sadhu, un santo capace di permanere nei regni più sublimi dello spirito quasi a suo piacimento.
Ram Das Baba è arrivato a Sitaram quando aveva appena vent'anni. Si chiamava Gopal allora, e aveva già conosciuto i sadhu più famosi del tempo, fumato il ganja insieme a loro, appreso le siddhi, i poteri miracolosi che un sadhu può acquisire lungo il cammino della sua perfezione spirituale. Aveva incontrato Gandha Baba di Benares, che era capace di conferire il profumo di qualunque fiore a un fiore inodore e poteva far trasudare alla pelle di una persona una deliziosa fragranza senza nemmeno sfiorarla. Aveva visto yogi in grado di leggere il pensiero degli altri e controllare le loro azioni. Aveva avuto grandi maestri come il tantrico, un uomo dalla corporatura possente, le dita adorne di anelli d'argento e d'oro, uno sguardo che incuteva paura e una totale mancanza di morale come tutti quelli che percorrono la via del tantra. Era diventato il discepolo prediletto di Madhavacharya, il monaco del convento di Galta, e aveva appreso che esiste solo il Brahman senza forma, e Shiva, Rama, Krishna, Hanuman, Ganesh, Durga e Kali sono tutte figure diverse del medesimo Dio, di modo che ognuno può scegliere il suo ideale divino, la forma che gli suscita l'amore più profondo.
Tutta la vita di Ram Das Baba è indirizzata, però, esclusivamente a ciò che gli sta ora per accadere a Sitaram: l'incontro con Vivek, il figlio di Trilok Nath, il bel ragazzo con i capelli neri folti e ondulati, gli occhi grandi e luminosi, un'etica della lotta e la risolutezza del «capo nato», Vivek, colui che è destinato a diventare non solo un sadhu, ma un sadhu del tutto speciale, immerso nella realtà del risveglio politico e spirituale dell'India e determinato a farne una nazione vera, spiritualmente e politicamente indipendente.
Ispirato, per la figura di Gopal-Ram Das Baba, alla vita del grande mistico bengalese Ramakrishna Paramahamsa e, per il personaggio di Vivek, al discepolo di Ramakrishna, Swami Vivekananda, Estasi ci conduce nel cuore stesso dell'esperienza mistica, là dove il divino si mostra nella pienezza dei suoi aspetti: come padre, madre, figlio e amante insieme, così come è stato celebrato dai maestri orientali e dai grandi mistici occidentali.

Storie d'amore indiane

Sudhir Kakar

Questa raccolta, curata da Sudhir Kakar, l’autore di Mira e il Mahatma e di altre importanti opere della narrativa indiana contemporanea, presenta storie d’amore ambientate in ogni parte dell’India e scritte originariamente nelle più disparate lingue del subcontinente indiano: assamese, bengali, marathi, kannada, gujarati, kashmiro, malayalam e così via.
Mostra, dunque, un paesaggio variegato dell’esperienza e della concezione dell’amore nell’India contemporanea.
Un paesaggio, tuttavia, in cui avanza anche un evidente tratto comune: la fine della concezione fiabesca e romantica dell’amore che dall’antica tradizione letteraria è giunta sino al cinema indiano.
Nessuna delle storie che seguono narra di un amore puro e contrastato destinato, come a Bollywood, all’inevitabile lieto fine. In molte delle vicende al centro di questi racconti l’amore è, anzi, puro desiderio erotico o passione sovversiva che travolge le barriere sociali e precipita nell’abisso della gelosia e della violenza. E la tradizionale convinzione che la descrizione letteraria dell’amore debba essere contrassegnata dal shringara rasa, il sentimento d’amore eterno, sembra naufragare completamente in storie nelle quali la nascita stessa dell’amore comporta spesso il presagio della sua fine.
Infine, a suggellare la radicale trasformazione della concezione e dell’esperienza dell’amore nell’India contemporanea, protagoniste di questi racconti sono spesso donne, donne che sognano un amore libero da ogni restrizione sociale e inibizione interiorizzata, dalle pastoie degli obblighi famigliari e dai doveri nei confronti degli anziani e degli altri custodi delle tradizioni sociali. Un sogno che appare in tinte ancora più brillanti ogni volta che, appartenendo alle caste più umili e basse della società, le donne sono estranee alla morale e ai timori delle classi elevate, e non vivono alcun conflitto tra ciò che inconsciamente desiderano e ciò che mostrano coscientemente di volere.

Gli Indiani. Ritratto di un popolo

Sudhir Kakar, Katharina Poggendorf Kakar
Un numero quasi incalcolabile di esseri umani, divisi tra induisti, musulmani, sikh, cristiani, giainisti, e da 14 idiomi principali, sterminate identità regionali e linguistiche e un rigido sistema di caste: così erano e sono tuttora gli indiani.
Come si può ipotizzare l’esistenza di tratti comuni in una popolazione così fatta, caratterizzata da una varietà etnica che si addice più a un impero del passato che non a un moderno Stato nazionale? Eppure, sin dall’antichità viaggiatori europei, cinesi e arabi hanno individuato tratti comuni tra i popoli dell’India, provando così l’esistenza di un’identità sotto l’apparente diversità.
Nel 300 a.C., Megastene, ambasciatore greco alla corte Maurya di Chandragupta, commentava quello che oggi verrebbe descritto come l’onnipresente interesse degli indiani per la spiritualità: «La morte ricorre spesso nei loro discorsi. Considerano questa vita… come il periodo in cui il bambino raggiunge la maturità nel grembo materno, e la morte come la nascita a una vita vera e felice per coloro che praticano la filosofia».
In tempi più recenti, il Primo ministro indiano Jawaharlal Nehru ha scritto nella Scoperta dell’India che esiste «uno spirito peculiare dell’India, che rimane impresso in tutti i suoi figli, per quanto grandi siano le diversità esistenti tra loro».
Per Sudhir e Katharina Kakar, gli autori delle pagine che seguono, questo «spirito dell’India» non è qualcosa di etereo, aleggiante nei rarefatti cieli della religione, dell’estetica e della filosofia, ma una salda identità, un’“indianità” generata da una sovrastante civiltà indiana, in prevalenza indù, che ha fatto la parte del leone nella formazione di quelli che si potrebbero definire i “geni culturali” dei popoli indiani. E che presenta degli elementi chiave: una concezione dei rapporti in generale, e dei rapporti familiari in particolare, derivante dall’istituzione della famiglia allargata; una visione profondamente gerarchica delle relazioni sociali influenzata dall’istituzione delle caste; un’immagine del corpo umano e dei processi fisiologici basata sul sistema medico dell’Ayurveda; un immaginario culturale condiviso brulicante di miti e leggende che sottolineano una visione “romantica” della vita umana e un modo di pensare relativistico e contestuale.
Affascinante viaggio nell’anima di un popolo che vive nel settimo paese più grande, con la seconda popolazione più numerosa del mondo, Gli Indiani costituisce anche un’originale esplorazione dell’odierna vitalità dell’India e del protagonismo delle sue genti.
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