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Youssef Ziedan

Youssef Ziedan, nato nel 1958, è un rinomato studioso egiziano specializzato in studi arabi e musulmani. Attualmente è direttore del Centro dei manoscritti e del Museo affiliato alla Biblioteca d’Alessandria. Professore universitario di filosofia islamica e sufismo ha scritto numerosi libri accademici noti a livello internazionale. Neri Pozza ha pubblicato i romanzi Azazel (2010), Nabateo lo scriba (2011) e Sette luoghi (2014), che hanno avuto grande successo di pubblico e critica.

I LIBRI

Azazel

Youssef Ziedan

Una cella di due metri per lato. Una fragile porta di legno sconnessa. Una tavola, con sopra tre pezze di lana e lino, e un tavolino con un calamaio e una vecchia lampada con lo stoppino logoro e la fiamma danzante. A Ipa, il monaco egiziano, non serve altro per vivere nel monastero sulla vecchia strada che collega Aleppo e Antiochia, due città la cui storia ha inizio nella notte dei tempi.
È il V secolo, un momento decisivo nella storia della Cristianità. Sono anni di violenza religiosa, di lotte e contrasti feroci, e la fede nel Cristo vuol dire scegliere una fazione, abbattere i propri nemici, e così decidere del proprio stesso destino.
Nestorio, l'abba che ha preso Ipa sotto la sua protezione, il venerabile padre con cui a Gerusalemme e Antiochia il monaco ha discusso liberamente dei libri proibiti di Plotino, Ario e degli gnostici, è nella tempesta. Nel 428 d.C. è stato ordinato Vescovo di Costantinopoli e ora, due anni dopo, è accusato di apostasia, la più terribile delle accuse, l'abbandono e il tradimento della fede nel Cristo. Il Patriarca Cirillo, l'Arcivescovo di Alessandria, ha scritto dodici anatemi contro l'«apostata», colpevole ai suoi occhi di non riconoscere che «il Cristo è Dio nella sostanza e che la Vergine è Madre di Dio».
Che Chiesa è mai quella che scomunica un saggio dal volto radioso, un uomo santo e illuminato che ha il solo torto di ritenere assurdo che «Dio sia stato generato da una donna»? Che Chiesa è quella rappresentata dal Patriarca Cirillo, capo di una diocesi dove i cristiani al grido di «Gloria a Gesù Cristo, morte ai nemici del Signore!» hanno scorticata la pelle e lacerate le membra della filosofa Ipazia, «la maestra di tutti i tempi»?
È un tempo infausto per il monaco Ipa, poiché a tremare non sono soltanto i pilastri della religione, ma anche quelli del suo cuore. Da quando il sole cocente della bella Marta è spuntato per lui ad Aleppo, Ipa ha conosciuto i sussulti dell'angoscia e i fremiti della passione. E gli orrori si sono impadroniti a tal punto della sua anima che gli sembra a volte di parlare con Azazel, il diavolo in persona.
Affascinante racconto delle peripezie umane, sentimentali e religiose di un monaco, sullo sfondo degli appassionanti conflitti dottrinali tra i Padri della Chiesa e dello scontro tra i nuovi credenti e i tradizionali sostenitori del paganesimo, Azazel è una di quelle rare opere letterarie capaci di gettare uno sguardo profondo e originale sulla Cristianità e l'Occidente, e di raccontare un'epoca in cui le pagine della storia avrebbero potuto essere scritte diversamente.

Nabateo lo Scriba

Youssef Ziedan

È un caldo giorno di primavera del VII secolo quando nel Borgo a oriente del Delta egiziano, dove vive una piccola comunità cristiana, arrivano i mercanti arabi. Costantinopoli è lontana e, in questa parte dell'Impero, non vi è traccia della strenua lotta di Eraclio I di Bisanzio contro Persiani e Arabi. Dai loro brulli deserti, insieme con la polvere gialla che vaga in ogni angolo e copre tutte le strade, i mercanti arrivano con le loro larghe mantelle rigate di fili luccicanti, i turbanti bianchi avvolti sulle teste, gli occhi truccati con il kohl, alla ricerca di donne in un villaggio abituato a svuotarsi delle risate delle vergini.
Salama, il mercante di una famiglia chiamata «nabatea», poiché discendente dai Nabatei, il popolo dell'antica Petra, è venuto a prendersi Marya, una bella ragazza bianca come il cuore del grano, con occhi limpidi e grandi, ciglia spesse del colore delle notti d'inverno e folti e lunghi capelli. È venuto accompagnato dal fratello minore, noto ai mercanti come «lo Scriba», perché è colui che scrive i contratti commerciali, e come il «Nabateo», sebbene tutti loro siano nabatei. Coi suoi tratti fini e gentili, gli occhi truccati con il kohl, la veste bianca e pulita e il turbante che emana un tenue profumo, il Nabateo, così diverso da Salama che ha la testa piccola e il collo lungo, un leggero strabismo e un naso troppo grande, colpisce al cuore la giovane Marya. Al pensiero di vivere tutta la sua vita con Salama nel deserto e di lasciare sua madre e il Borgo, Marya si rattrista, tuttavia non si ribella al proprio destino. Subito dopo le nozze, parte con la carovana incontro alla sua nuova vita e, durante il duro e faticoso viaggio, apprende le usanze dei mercanti, delle loro tribù, delle loro religioni. Sa che nella Penisola araba è apparso un nuovo Profeta che ha dichiarato guerra agli Ebrei per cacciarli da Yathrib, la futura Madīnat al-Nabī, Medina. Sa che nella famiglia «nabatea» di Salama le religioni sono come gli affluenti del Nilo, numerosissime. Il fratello maggiore del marito è detto hudi, cioè giudìo,  perché si è convertito al giudaismo; Salama è cristiano, ma non praticante; la suocera è pagana, devota della dea Allat; e il Nabateo crede in due divinità Allat e El, Madre e Figlio. Ascolta, infine, rapita, le parole del Nabateo sui cicli della vita, la metempsicosi, la compresenza del principio maschile e femminile in tutti gli esseri umani.
Imponente romanzo storico che ricostruisce magnificamente l'atmosfera delle terre dell'Impero bizantino al sorgere dell'Islam, Nabateo lo Scriba costituisce una splendida conferma del talento di Youssef Ziedan, l'autore di Azazel.

Sette luoghi

Youssef Ziedan
Ad Assuan il Nilo è bello, docile e più pulito che altrove, gli abitanti – nubiani, arabi e rifawi – amano recitare versi di rinomate poesie nelle cerimonie importanti della loro vita, le botteghe risplendono tutte di un miscuglio di colori, luci, persone e, a qualche chilometro più a sud, il primo raggio di sole penetra due volte l’anno nel tempio di Abu Simbel per andarsi a posare giusto sulla statua di Ramses II. In questa magnifica città vive un ragazzo di pure origini arabe. Suo padre appartiene al gruppo degli arabi stanziati nel Nord del Sudan, sua madre fa parte del clan dei Ja‘fara, abitanti in Egitto da tempo immemorabile e il cui lignaggio risale fino al casato del Profeta. Il ragazzo, vent’anni, bella carnagione scura e occhi altrettanto belli e scuri, studia sociologia a Khartum e, per mantenersi ad Assuan, di tanto in tanto accompagna scolaresche e turisti in giro per i templi e i siti archeologici di Luxor. Abita dalla parte del lago, in una corte con due stanze annessa alla zawiya, dove hajj Bilal, il muezzin che l’ha preso sotto la sua protezione, guida la preghiera per pochi oranti. Il ragazzo segue con cura i precetti del muezzin, soprattutto la tradizione del Profeta che recita: «Sette sono coloro che Iddio proteggerà nel giorno in cui non vi sarà altra protezione che la sua: fra cui un ragazzo cresciuto nell’obbedienza a Dio».
Il ragazzo ama intensamente una ragazza conosciuta durante un’escursione turistica. Si chiama Nora, viene da Alessandria, studia anche lei scienze sociali, ha una carnagione immacolata di un bruno morbido, capelli lunghi e folti di un nero deciso, e grandi occhi di un colore particolare in cui il grigio si mescola al verde. L’esistenza del ragazzo scorrerebbe così, felice e segnata da un destino forse altrettanto fausto, se le circostanze accidentali della vita e gli eventi impetuosi della Storia non approntassero tutt’altro per lui.
Sua madre lo invita un giorno ad accompagnare suo padre a Khartum da uno shaikh saudita che lavora negli appalti. Uno shaikh potente e buono, visto che ogni giorno sgozza due dei montoni che il padre del ragazzo gli porta per distribuirne le carni ai poveri. Un uomo alto, secco e barbuto, con una voce bassa e tranquilla e, a detta di suo padre, con negli occhi la tristezza latente di un poeta che soffre. Un uomo, il cui nome, Osama bin Laden, incute rispetto a ammirazione a Khartum…
Sette luoghi è la storia eccezionale e tragica di un ragazzo arabo segnato, suo malgrado, dall’incontro con la Storia e i tragici eventi della sua terra. Uno straordinario romanzo di formazione, scritto da uno dei più importanti scrittori egiziani contemporanei, che guida il lettore nel cuore di un conflitto oscuro, lontano dal «jihad più grande… quello dell’anima».

Guantanamo

Youssef Ziedan

«Abu Bilal al-Masri, sposato con una jihadista, entrato in Afghanistan con la scusa di lavorare nel campo dell’informazione, per incontrare Osama bin Laden e mettersi in contatto con bande di talebani…»
Nel campo di prigionia di Guantanamo l’inquirente inglese, assegnato ai servizi segreti americani, è fermamente convinto che il giovane arabo del Nord del Sudan sia l’uomo che, col nome di battaglia di Abu Bilal al-Masri, è penetrato in Afghanistan per raggiungere il capo di al-Qa‘ida e dare manforte ai talebani. Il giovane, tuttavia, è innocente. Lo hanno rapito per sbaglio nella zona di confine fra Pakistan e Afghanistan, dove, in qualità di operatore, si era spinto per filmare gli eventi. Appartenente per parte di madre al clan dei Ja‘fara, il cui lignaggio risale fino al casato del Profeta, non ha mai pensato di incontrare Osama bin Laden, né ha mai voluto unirsi alle bande di talebani che uccidono chiunque non la pensi come loro e distruggono gli antichi monumenti archeologici col pretesto di difendere la religione e instaurare la shari‘a.
Nel campo, però, nessuno gli crede. Quando, preso da una smania improvvisa, il giovane inveisce e urla di far parte della stampa, le guardie lo deridono ripetendo Press, Press.
Con addosso una tuta arancione acceso coi bottoni che corrono lungo la schiena, tra prigionieri incatenati ridotti in uno stato di prostrazione estrema, le facce inaridite, i cenci scomposti, gli occhi spenti con lo guardo obliquo, il giovane prega e rivolge tutti i suoi pensieri alla moglie Muhaira, alle sue ciglia lucide quando distoglieva pudicamente lo sguardo da lui, e a Nora, la ragazza con cui ha condiviso ad Alessandria attimi travolgenti ormai irrangiungibili.
Narrando di un giovane arabo rinchiuso senza colpa nel campo di prigionia di Guantanamo, negli anni immediatamente successivi agli attentati dell’11 settembre, Youssef Ziedan affronta uno dei temi fondamentali del nostro tempo, in cui la lotta al terrore col terrore finisce inevitabilmente col minare i fondamenti stessi della democrazia e della dignità dell’uomo.

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