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Le Tavole d'Oro

Le narrazioni del nuovo Oriente
I grandi talenti del continente africano
La letteratura come voce del mondo

In primo piano

Nero su bianco

Jun’ichirō Tanizaki

Mizuno è uno scrittore. Le sue opere, dal tono decadente, appartengono al cosiddetto filone del «diabolismo». Narrano di fantasmi della mente e di apocalittiche, nichilistiche visioni del mondo.
Il suo ultimo racconto, appena consegnato alla rivista Minshu, è un impeccabile esempio della sua vena. Narra la storia di un uomo che, ossessionato dal desiderio di sapere se sia possibile commettere un omicidio senza lasciare indizi, si mette alla ricerca della persona ideale da assassinare, la trova e realizza il delitto perfetto, sfuggendo a qualsiasi sospetto di colpevolezza.
Per dar vita alla figura dell’assassino, Mizuno non è andato molto lontano, ha preso a modello sé stesso. Per la vittima si è ispirato a tale Kojima. Ha commesso, però, un imperdonabile errore. Ha lasciato nel romanzo il nome vero di quest’ultimo, un ex redattore di una rivista di intrattenimento culturale, collaboratore di un dizionario enciclopedico. Un tipo insignificante, con una faccia dal colore di una vecchia scarpa di cuoio.
Mizuno si macera nel dubbio di aver commesso una sciocchezza irreparabile, dalle possibili, nefaste conseguenze, tra cui una davvero sconvolgente: qualcuno potrebbe assassinare realmente Kojima nello stesso identico modo descritto nel racconto, facendo cadere in tal modo la colpa sull’autore.
Con Nero su bianco, Tanizaki mette in scena un noir in cui è possibile ritrovare, ben mescolati, gli ingredienti classici del genere: un omicidio privo di movente e di alibi, un’amante senza nome che sparisce senza lasciare traccia, una relazione piccante e segreta, un ispettore scettico.
Ciò che, tuttavia, maggiormente colpisce di quest’opera è il modo in cui Tanizaki si cala con humour nei panni di uno scrittore diabolico e pigro che finisce con l’essere vittima della sua stessa impostura. Un modo che svela tutti i segreti della sua narrativa, innanzi tutto le situazioni equivoche e perverse attraverso le quali l’invenzione romanzesca afferra il reale. Un modo, infine, che fa di questo noir una rocambolesca celebrazione della letteratura.

Averroè o il segretario del diavolo

Gilbert Sinoué

Marrakesh, dicembre 1198. La Città rossa dorme ammantata dall’oscurità della notte mentre un uomo, chino su un manoscritto, affida alla pagina il racconto della propria vita, consapevole della deriva che sta trascinando il mondo verso l’intolleranza, deriva che rende le sue parole ancora più urgenti.
Nato a Cordova nel 1126, tra i contrafforti della Sierra Morena e le ricche pianure di Campiña, l’uomo ha avuto molti nomi: i latini lo chiamano Averroè. Gli ebrei, Ben Roshd. Per gli arabi è Abu al-Walid Mohammad Ibn Ahmad Ibn Roshd.
Figlio di Abu al-Qasim Ahmad, cadì di Cordova, Averroè cresce in un’epoca di grande scienza, ma anche di grandi tumulti. Un’epoca in cui ebrei e cristiani sono autorizzati a praticare liberamente il proprio culto, a commerciare e a esercitare il mestiere che preferiscono, con l’unica condizione di versare un’imposta alle autorità musulmane.
Deciso a seguire le orme di Avicenna, Galeno e Ippocrate, a ventitré anni Averroè sceglie di affiancare agli studi di giurisprudenza, intrapresi per volontà del padre, quelli di medicina. Il suo apprendistato si compie a Granada, presso la dimora di Abubacer, medico, filosofo e sapiente astronomo. Grazie ad Abubacer, Averroè ha la possibilità non solo di arricchire il proprio sapere, ma anche di imbattersi nella donna che muterà il suo destino. Affascinante proprietaria di una delle più belle biblioteche di Cordova, quarantenne di grande erudizione e seducenti occhi da gazzella, Lobna accoglierà Averroè, gli aprirà le porte della propria casa e del proprio sapere e lo aiuterà a diventare uno dei più illustri e controversi filosofi del pensiero islamico, i cui scritti, spesso considerati blasfemi, gli varranno la nomea di «segretario del diavolo».
Attraverso i grandi personaggi che, nel corso dei secoli, hanno guardato al lavoro di Averroè per nutrirsene o condannarlo, tra cui Tommaso d’Aquino, Federico II, Etienne Tempier, Dante e Petrarca, Gilbert Sinoué ci offre il ritratto di un filosofo che incarna indiscutibilmente un Islam illuminato, segnato dalla volontà di conciliare fede e ragione, filosofia e rivelazione, Aristotele e Maometto.
Calunniato da alcuni, esaltato da altri, ma in verità raramente compreso, Averroè figura, in queste pagine, come l’ultimo grande pensatore dell’Islam dei Lumi.

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