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Lettera di Eshkol Nevo agli italiani

03/04/2020

Dal Corriere della Sera del 14/03/2020
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«Sono preoccupato per i miei amici italiani. Molto preoccupato. Fino a oggi, la divisione era stata chiara: sono io quello che abita nel Paese in cui le catastrofi possono capitare in qualunque momento, perciò sono loro a telefonare a me, o a mandarmi Whatsapp.

Da una settimana a questa parte, la situazione si è ribaltata. Sento l'esitazione che anche loro devono provare prima di chiedere come sto quando in Israele c'è una guerra. Esitazione che deriva dal fatto che posso sforzarmi disperatamente di immaginare cosa prova chi vive in Italia adesso. Ma non posso capirlo fino in fondo.

Se potessi, inviterei tutti i miei amici italiani a rifugiarsi in casa mia. Perché no? Apriremmo il divano letto. Rimedieremmo qualche materasso. Ci arrangeremo. Ma da ieri è diventato impossibile: anche le porte del mio Paese si sono chiuse per gli ospiti. Anche qui le strade sono vuote, e tristi.

In questi ultimi anni, l'Italia è diventata la mia seconda casa. Mi sono innamorato della lingua, della musica, della bellezza, e soprattutto delle persone, della loro passione per la vita. Quando mi trovo in Italia, sono più emotivo. Più aperto. Più felice. Adesso guardo le foto di Milano, vedo piazza Duomo deserta, e mi si stringe il cuore. Mi scrivo con gli amici laggiù, preoccupati più per i loro genitori che per sé stessi, e mi salgono le lacrime agli occhi.

Gli esseri umani, per natura, cercano spiegazioni. Chi crede in Dio, vedrà in quello che succede un segno della Sua volontà. E se questa epidemia fosse la punizione per un peccato che abbiamo commesso? Se fosse un monito per il futuro? Anche uno scettico che non crede in una Forza Superiore, come me, in questi giorni si chiede come sia potuto accadere che all'inizio del Ventunesimo secolo, con tutto il progresso, ci siamo ritrovati nel Medioevo.

Per il momento, non ho risposte. A quanto pare ci sono momenti in cui ci ritroviamo di fronte alla forza della natura. E ci rendiamo conto che il nostro controllo sulla nostra vita è parziale. E la nostra possibilità di influire sugli eventi e comprenderli, limitata.

Perché alla fin fine siamo solo esseri umani.

Forse è questa la vera sfida che il coronavirus ci sta ponendo: restare umani anche in questi giorni difficili. Non mettere in pericolo altre persone se non è necessario. Aiutare chi possiamo, in particolare chi è più debole di noi. E offrirci vicendevolmente gentilezza in ogni possibile maniera. L'amore, in fin dei conti, è il migliore sistema immunitario che possediamo.

Sono preoccupato per i miei amici italiani. Molto preoccupato. Ma non sono preoccupato per l'Italia. È più coraggiosa di qualunque minaccia. Più forte di qualunque virus. E alla fine di ogni dedalo di viuzze anguste – ormai l'ho imparato – si sbuca sempre in una piazza, dove si può respirare a pieni polmoni.

Spero di rivedervi presto e nel frattempo, un abbraccio affettuoso».

Traduzione di Raffaella Scardi

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