Saggi

In primo piano

La sinfonia del vivente

Joël de Rosnay

Questo libro tratta di una delle rivoluzioni scientifiche più importanti degli ultimi cinquant’anni, una rivoluzione che ha segnato una svolta fondamentale negli studi sul DNA e in generale nel vasto campo della biologia. Il suo nome è epigenetica. Come indica l’etimo, tratta di ciò che sta «sopra» il patrimonio genetico, dell’«impronta» che ne condiziona e muta l’attività.
Fino a qualche tempo fa, i biologi erano unanimemente convinti che gli esseri viventi non fossero altro che il prodotto dei rispettivi geni. Con la comparsa dell’epigenetica si è scoperto che il programma contenuto nel DNA può essere espresso, inibito o modulato dal comportamento degli esseri viventi, i quali dispongono di un vero e proprio potenziale di azione sul genoma, in grado di alterarne le funzioni senza, naturalmente, mutarne la sequenza.
Per quegli esseri viventi che siamo noi, questa scoperta è palesemente gravida di conseguenze. Sappiamo ora che il nostro comportamento quotidiano, ciò che mangiamo, l’esercizio fisico che pratichiamo, la nostra resistenza allo stress, lo stile di vita che adottiamo, inibiscono o attivano certi geni. Siamo come i direttori d’orchestra di una sinfonia, coautori della nostra vita, della nostra salute, del nostro equilibrio.
Joël de Rosnay traccia in questo libro la storia di questa rivoluzione e si sofferma sui suoi effetti sul «vivente», su come, soprattutto, ogni vivente possa prendersi cura del proprio ambiente e del proprio corpo.
L’approccio epigenetico, per de Rosnay, va, tuttavia, ben oltre il corpo del singolo vivente. Se, infatti, è possibile agire su un sistema tanto complesso quanto lo è un organismo vivente, perché non applicare  l’epigenetica a un altro sistema particolarmente complesso, alla società in quanto tale? Pensare a un mondo in cui gli individui, oltre a plasmare la propria vita personale, siano in grado anche di plasmare quella della società, segnando il passaggio da una democrazia rappresentativa a una democrazia partecipativa?
Basata sull’interdipendenza tra individuo e ambiente, l’epigenetica svela, nelle pagine di questo libro, il mondo a venire.

Quando Primo Levi diventò il signor Malabaila

Carlo Zanda

Nelle biografie di Primo Levi manca un capitolo, il capitolo dello pseudonimo. Era l’estate del 1966 e Levi, dopo i successi di Se questo è un uomo e La tregua, si trovò all’improvviso di fronte alla necessità di inventarsi un nome fasullo per poter pubblicare il suo terzo libro, giudicato troppo leggero. Glielo chiedeva il suo editore. Alla fine Levi accettò e scelse di firmare Storie naturali con il nome che campeggiava sull’insegna di un elettrauto di corso Giulio Cesare, a Torino.
In Quando Primo Levi diventò il signor Malabaila Carlo Zanda racconta questo capitolo mancante, restituendo il giusto rilievo a uno snodo esistenziale cruciale, e non soltanto per ciò che comporta la rinuncia alla propria identità per qualsiasi uomo. Vediamo allora Levi recarsi ogni mattina al lavoro di chimico, rintanarsi la notte nello studio per evadere dal tran tran quotidiano, muoversi come un marziano in un mondo, l’editoria, che lo considera un intruso.
In questa vicenda convergono alcuni dei motivi più significativi della biografia umana e letteraria dell’autore de I sommersi e i salvati: il bisogno di non restare chiuso nel ruolo di testimone della Shoah; il conseguente progetto coltivato con tenacia di diventare uno scrittore vero, riconosciuto come tale, capace di inventare storie e personaggi; infine, l’applicazione della dottrina appresa ad Auschwitz, che diventerà la sua regola di vita da individuo libero, per cui «il primo ufficio dell’uomo è perseguire i propri scopi con mezzi idonei, e chi sbaglia paga».
Sullo sfondo, l’ombra dei ripetuti rifiuti (affettivi, razziali, sentimentali…) subìti sin da ragazzo da chi del nome era stato privato ad Auschwitz, come indelebilmente testimoniava il numero tatuato sull’avambraccio sinistro.

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