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I figli di Bronstein

Jurek Becker

Hans e Martha si amano di un amore folle e travolgente, consumato al riparo delle quattro mura di una baita fuori città, di proprietà del padre di Hans, Arno. In quella casa sperduta nel bosco, i due giovani si sono sfiorati per la prima volta, e soltanto lì sono scomparsi paura e pudore. Hans ha perciò provveduto a fare una copia delle chiavi della baita, gelosamente custodite da suo padre.
Un giorno, però, giunto davanti all’ingresso della casetta per incontrarsi con Martha, il giovane ha un’amara sorpresa: nella radura dinnanzi all’abitazione è parcheggiata l’auto gialla di Gordon Kwart, un amico di suo padre.
Accostatosi alla finestra, Hans avvicina l’orecchio al muro e sente un grido provenire dall’interno, uno straziante grido di dolore e poi una voce agitata. Benché sia spaventato a morte, afferra la sua chiave, apre la porta e si trova al cospetto di una scena sconvolgente. Nella stanza in cui aleggia un acre odore d’urina, un uomo seduto su un letto di ferro, i piedi legati con una cintura di cuoio, la camicia un tempo bianca macchiata di cibo, ripete: «Perché io sono… stato sorvegliante in un lager…», mentre Arno Bronstein gli colpisce bruscamente lo sterno a ogni sillaba…
Con I figli di Bronstein, pubblicato per la prima volta nel 1986, che riprende e varia molti temi già presenti in Jakob il bugiardo, Becker torna sul tema della Shoah, raccontando con drammatica lucidità l’impotente violenza delle vittime che si trasformano in persecutori, senza per questo riuscire a sfuggire all’angoscia e al risentimento.

ISBN: 978-88-545-1830-8

Categoria:

Genere:

Collana: Biblioteca Neri Pozza

Pagine: 304

Tradotto da:

Prezzo:15,00

ISBN: 978-88-545-1830-8

Categoria:

Genere:

Collana: Biblioteca Neri Pozza

Pagine: 304

Tradotto da:

Prezzo:15,00

RECENSIONI

«Personaggio al contempo più autobiografico e più complesso, Hans Bronstein esprime una delle tante possibilità della prosa di Becker, la leggerezza, l’ironia, il coraggio della quotidianità, la rivendicazione del diritto a vivere un “secondo futuro”».
Roberta Malagoli

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