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MALAGUTI E L'AVVENTURA DELLE RELIQUIE SANTE

MALAGUTI E L'AVVENTURA DELLE RELIQUIE SANTE

Mercanti di seta e spezie, monaci malfidi, astuti garzoni, cantinieri inquietanti, necrofori compiacenti, soldataglia assatanata, dignitari bizantini, prostitute ambigue, orefici e architetti animano la folla di personaggi che s’incontrano nelle pagine di Malaguti, ordendo una fittissima trama a base di guerre, potere, religione, tradimenti, enigmi e altre passioni. Siamo di fronte a una scrittura – e a una vicenda – che riecheggia certe narrazioni di Wilbur Smith e guarda al romanzo storico postmoderno sul modello del Nome della rosa, ricco com’è di rimandi filosofici e teologici. L’ambientazione è di fine Medioevo – prima e dopo la caduta di Costantinopoli del 1453 per opera degli Ottomani - la scrittura scorre fluida e riesce a essere quasi sempre avvincente pur nel profluvio di pagine. Come a voler celebrare il valore del libro e della cultura, evocando un tempo a ridosso dell’era Gutenberg e dell’invenzione della stampa che sancì l’avvento dell’età moderna, l’autore si avvale due volte di escamotage narrativi che rimandano all’opera scritta come espediente salvifico contro la barbarie alle porte. E in tempi in cui si delineano scenari, se non di scontri di civiltà, di nuovi conflitti tra Occidente e Islam, questa lettura può risultare particolarmente ben contestualizzata.
 Nel cuore della storia si entra con l’espediente classico del vecchio manoscritto ritrovato: il diario del maestro-mercante di Costantinopoli Gregorio Eparco, trafugato dalla tomba dal suo discepolo che lì lo pose, sotto la testa della salma, cinquant’anni prima. E’ un diario scritto in 198 giorni, mentre “la Città” stava per essere sgominata dalle truppe del giovane Sultano Maometto II. Le prime pagine, con grandguignolesca descrizione, raccontano una strage che suona come atto aperto di ostilità da parte del Sultano ai mercanti cristiani e preliminare allo spargimento di sangue che seguirà. Il filo di Arianna che conduce nel labirinto della storia è costituito dall’autore del diario e dal suo alter ego, il socio Malachia, ebreo-veneziano detentore di un dialetto scoppiettante, più realista e cinico dell’amico. Mentre la città vive l’incubo dei 58 giorni dell’assedio, è un sogno premonitore a scuotere Gregorio, introducendo la missione a cui è destinato e il tema del secondo libro “fatale” della storia, il “Summa de reliquiis costantinopolitanis”, che gli fornirà la mappa per svolgere il compito cui è predestinato: ritrovare le nove reliquie necessarie a salvare la cristianità.
 La ricerca del libro in sé costituirà un’avventura, le sephirot inscritte in un cerchio disegneranno la mappa  cui riferirsi per il ritrovamento delle reliquie. Alla fine, Gregorio ne scoverà solo cinque: la coppa dell’ultima cena, la lancia che trafisse il costato di Cristo, la corona di spine, i chiodi per fissarlo alla croce, la parte superiore di quest’ultima. L’ultima pagina del libro traccerà però il passaggio del testimone dal maestro al discepolo, pronto a porsi, cinquant’anni dopo, nel solco del maestro.
Una delle ragioni di fascino del libro è costituito dalle descrizioni di Costantinopoli nel XV secolo, “osso nella gola di Allah” nelle cui strade “a ogni ora del giorno e della notte si incontrano uomini di tutte le religioni e di ogni angolo dell’orbe: latini, franchi, turchi, egizi, rumeli, slavi, e poi cattolici, musulmani, ebrei ortodossi, copti”. Le pagine dedicate all’Hagia Sofia e alla sua cupola, quelle sul Corno e sul Bosforo indicano la bellezza di un luogo che le aspre tensioni contemporanee sembrano amaramente voler sottrarre all’Occidente, oggi come nel 1453.  


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