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EMMA E DEXTER

03.08.2010
EMMA E DEXTER

Ecco Anne Hathaway e Jim Sturgess nei panni di Emma e Dexter, i due protagonisti di Un giorno di David Nicholls. I due attori sono stati fotografati...

Le storie degli italiani improduttivi alla Festa dell’Unità 2010

12.07.2010
Le storie degli italiani improduttivi alla Festa dell’Unità 2010

III Festa Democratica di Roma - Festa dell'Unità 2010 14 luglio, ore 20.30 Terme di Caracalla, Libreria Rinascita Piero Fassino e Andrea Vianello...

FARRELL VINCE 40 ANNI DOPO

04.07.2010
FARRELL VINCE 40 ANNI DOPO

Non era mai successo nella storia della letteratura: assegnare un premio con 40 anni di ritardo. E' quello che è successo a James Gordon Farrell...

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Quelli che ci salvarono

Autore: Jenna Blum
Titolo: Quelli che ci salvarono

22.12.2007 | Letteratura gastronomica

Die Bächerei Engel

A cura di Loredana Limone

Pubblicato il 22/12/2007

Le chiamavano gli Angeli del Forno, le due donne, civili e ariane, che nascondevano i panini nel tronco vuoto di un grosso pino. Lo facevano con grosso rischio delle stesse vite, naturalmente, perché “füttern den Feind” – dare da mangiare al nemico - era un crimine punibile con la morte. I prigionieri le veneravano; quelli che erano religiosi pregavano tra loro ogni notte.Forse per questo, una volta uccisa Mathilde, la fornaia grassona che la proteggeva, perché scoperta con un carico di armi nascosto sotto il pane destinato proprio al nemico (criminali politici, assassini e, soprattutto, ebrei), la vita di Anna, l’angelo apprendista, viene salvata.
Da un ufficiale delle SS che ne fa la sua amante e arriva a non poter più fare a meno di lei.
Grazie a lui, al nemico di coloro che proteggeva, lei e la sua bambina, Trudie, vengono salvate dalla fame e alla morte. E’ inimmaginabile quanto alto sia il prezzo che Anna deve pagare e quanto massiccio sia il peso che porta dentro, pur obbligandosi a non ricordare il passato che non esiste più, ché quell’altro luogo e tempo sono morti ormai.
Il passato è morto, ed è meglio che resti così, è ciò che dice alla figlia sin dal loro arrivo in America ma, dentro, la bambina ha registrato tutto e i suoi ricordi inconsci diventano realtà nei sogni di Trudy donna, e non la lasciano in pace:

Backe, backe Kuchen!

der bäcker hat gerufen.

Wer will guten Kuchen backen,

Der muss haben sieben Sachen:

Butter und Salz, Zucker un Schmalz…*

L’Obersturmfürer batte le mani e canta. Op! Op! Op! Ora tocca a te, dice e ricomincia a tenere il tempo.

In alto il coltello!

Affilate la lama per tagliare la carne ebrea.

Il sangue ebreo scorrerà negli scoli;

A ogni angolo sventolerà la bandiera di Hiltler…

Un libro che lascia senza fiato, Quelli che ci salvarono (Neri Pozza), il romanzo storico di Jenna Blum, intenso e toccante che fa scivolare nelle fibre più profonde dei due periodi di cui parla, 1939-1945 e 1993-1997, creando una sorta di trauma da distacco, quando ci si deve inoltrare nell’altra epoca, tanto è appassionante la narrazione, tanto è realistica la descrizione che sembra di sentirlo davvero, l’odore del forno di Weimar e dei filoni di pane ordinati sul piano di lavoro, in fila come un reggimento. E l‘odore di pancetta o di pesce andato a male dell’Obersturmfürer. O quello della Monstera deliziosa, dell’Asparagus densiflorus, della Zebrina pendula, le erbe di Max, il bravo dottor Max Stern, il medico ebreo arrestato dalla Gestapo per attività sovversiva e rinchiuso nel campo di Buchenwald, nella cui memoria (fu impiccato e lasciato sulla forca perché i corvi lo beccassero, come lezione per gli altri prigionieri) Trudy ritrova quel padre che ha cercato per tutta la vita.

 

* Cuoci, cuoci una torta! / ha esclamato il fornaio. / Chi una buona torta vuol fare, /

sette cose deve avere: / burro e sale, zucchero e strutto…

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Lo scandalo della stagione

Autore: Sophie Gee
Titolo: Lo scandalo della stagione

22.11.2007 | Corriere della Sera Magazine

PASSIONI LIBRI
A CURA DI ANTONIO D'ORRICO

ECCO IL ROMANZO DI NATALE
L’HA SCRITTO UN’AUSTRALIANA

 

1711: ARABELLA, LA PIỪ BELLA DI LONDRA, VA A LETTO CON UN LORD CHE TRAMA PER UCCIDERE LA REGINA. SCOPPIA LO SCANDALO E UN GRANDE POETA NE FA UN BESTSELLER

 

Questo è senza ombra di dubbio il romanzo di Natale per il 2007 e ha un titolo perfetto: Lo scandalo della stagione. Racconta una storia vera risalente all’anno 1711 ed è ambientato prevalentemente a Londra, con qualche digressione in campagna. I fatti che racconta sono quelli che ispirarono la più bella satira settecentesca, Il ricciolo rapito di Alexander Pope. Naturalmente Pope è uno dei protagonisti del romanzo. Lo incontriamo sin dalle prime pagine, malaticcio, mentre è impegnato a scrivere le sue prime opere. Vive in campagna con i genitori ma smania di andare a passare la stagione a Londra. Pope è di famiglia cattolica e il padre, che ha vissuto il periodo più incandescente del conflitto tra protestanti e cattolici, cerca di convincere il figlio a non andare a Londra dove potrebbe correre gravi pericoli. Il consiglio paterno resta inascoltato e il poeta si trasferisce nella capitale. Oltre che per le aspirazioni letterarie (a Londra vivono i grandi scrittori, a partire da Swift, si trovano gli eruditi più importanti, si stampano le riviste alla moda), Pope vuole stare in città per poter vedere la fanciulla che ama (Teresa Blount) e Martha, sorella di quest’ultima che è sua saggia e carissima amica. Teresa e Martha sono cugine di Arabella Fermor, considerata la ragazza più bella di Londra e che gode fama di inavvicinabilità.
A Londra la carriera letteraria di Pope fa progressi e Swift lo prende in simpatia, lo stesso non si può dire di quella sentimentale. Teresa (i due erano legatissimi quando stavano in campagna) attirata dalla mondanità e incattivita dalla gelosia verso l’irraggiungibile cugina Arabella, prende le distanze dall’antico amico. E il promettente poeta non si rende conto che la donna della sua vita sarebbe, invece, Martha. Mentre l’amore conduce le sue danze, Pope si trova a seguire da testimone privilegiatissimo la storia tra Arabella e l’affascinante barone Robert Petre di Ingatestone, discendente di una delle prime famiglie cattoliche d’Inghilterra. Lord Petre, uomo assai prestante, amatore infaticabile di mogli altrui e di cameriere disinibite, dopo abile assedio fa cadere l’inespugnabile fortezza di Arabella. La metafora militare, benché assai vieta, è calzante perché il barone cova segrete trame per far tornare sul trono inglese un re cattolico dopo aver ucciso la regina Anna Stuart. Il finale non posso raccontarvelo ma è lungo e avvincente e mischia amore e politica, vendette di ragazze incinte, prima sedotte e poi abbandonate, intrighi di fratelli di quelle sorelle, imbrogli di avventurieri in combutta con trafficanti di schiavi, ire di madri-padrone, ripicche di cugine, dichiarazioni d’amore respinte con rancore, grandi mangiate di carne in trattorie londinesi assai sordide ma frequentate dalla migliore aristocrazia.
Spronato da quelli che lo stimano a scrivere una satira della società del tempo, Pope alla fine lo fa prendendo a prestito la storia di Arabella (è suo il ricciolo di capelli rapito) e Lord Petre e diventa lo scrittore più famoso, invidiato e ricco d’Inghilterra.
Sophie Gee, autrice di questo appassionante romanzo d’amore, letteratura, costume e politica (non manca nulla), è una studiosa australiana che insegna letteratura inglese a Princeton. Conosce come pochi l’argomento del suo insegnamento e, verso metà romanzo, si sente un po’ (troppe feste e conversazione nei caffè). Ma, prima e dopo, la storia di Arabella e Lord Petre e quella del loro cantore, Alexander Pope, che una malattia grave esclude dalla vita più attiva (compreso l’amore), è bella e crudele come erano belli e crudeli i romanzi di una volta ed è raccontata con la dovuta malinconia dei posteri.

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Memorie di un soldato bambino

Autore: Ishmael Beah
Titolo: Memorie di un soldato bambino

12.06.2007 | IL CORRIERE DELLA SERA

DENUNCIA Esce in Italia il bestseller che descrive il «mattatoio d’Africa»
Vai e uccidi, la ballata del soldato bambino
L’inferno di Ishmael in Sierra Leone, fra plagio, violenza e droga


di LIVIA MANERA

«L’idea che mi ero fatto di New York veniva dalla musica rap»: racconta Ishmael Beah, con la faccia da ragazzino che s’illumina di un grande sorriso, mentre chiacchiera in una stanza della «Farrar Straus and Giroux», la sua casa editrice americana, dove ogni tanto qualcuno si affaccia a congratularsi perché il suo libro A long way gone, Memorie di un soldato bambino (questo il titolo dell’edizione italiana pubblicata da Neri Pozza. pp.256, € 15,50), da ieri è primo nella classifica dei bestseller. «Me l’immaginavo un posto dove la gente si affronta con le pistole in mezzo alla strada, e dove tutti vanno in giro con macchine sportive alla ricerca di nightclub e violenza. Di certo non volevo finire in un posto simile». Peccato che sia Ishmael a venire dall’inferno. Che sia proprio questo ragazzo dall’espressione allegra a uscire dal mattatoio di un’Africa che non ha pietà né pace, altro che le romanticherie del rap sui quartieri ghetto di New York. In Sierra Leone, dove è nato ventisei anni fa e dove è cresciuto, si uccide invece di giocare. «Tu sai quante persone hai ucciso, Ishmael?». «Non lo so. Quando spari con un fucile a ripetizione vedi la gente cadere a terra, ma poi non vai a controllare». Ora non sorride più ed è diventato sfuggente. Ishmael Beah aveva dodici anni nel gennaio del 1993 e stava esercitandosi a ballare la rap dance con altri ragazzi appassionati di hip-hop, quando sul suo villaggio piombò la guerra civile che avrebbe fatto di lui un soldato con l’AK-47 a tracolla. Lo racconta con lucido distacco: la prima confessione letteraria di un male atroce dei nostri tempi, quello dell’infanzia armata, drogata, plagiata, e mandata a combattere con la violenza indicibile che in queste pagine, e probabilmente anche nella realtà, appare per contrasto non premeditata e innocente. «Quello che ho scritto è più grande di me, il libro ha ormai una vita sua», ripete questo ragazzo salvato dall’Unicef, riferendosi al fatto che il suo bestseller è diventato un documento storico. E allo stesso tempo invece è la sua storia, unica e sconvolgente. La storia di un dodicenne che un giorno si allontana dal proprio villaggio per andare a trovare la nonna in quello vicino, e improvvisamente vede uscire dalla boscaglia un uomo insanguinato che vomita, e una donna che cade a terra con il sangue che le esce dalle orecchie. E scopre che il villaggio appena lasciato alle spalle è stato attaccato dai ribelli, la sua famiglia è dispersa, e per Ishmael da questo momento in poi c’è solo la fuga, la fame, la paura, la diffidenza della povera gente che scaccia lui e gli altri ragazzi a cui si aggrega perché nessuno si fida più di nessuno, nemmeno la morte è affidabile perché all’ultimo cambia idea una, due, tre volte, e sopravviverle diventa un supplizio che ti rode dentro come un veleno. «Una delle cose più destabilizzanti del mio viaggio, mentalmente, fisicamente ed emotivamente, era che non sapevo quando sarebbe finito», riflette Ishmael.
E intanto nell’arco della sua fuga vede i ribelli dare fuoco a un imam e i cani mangiarsi i morti. Quando arriva l’esercito regolare, l’arruolamento forzato gli sembrerà l’abbraccio di una famiglia. Una famiglia perversa, naturalmente. Con un papà-tenente che ti fa sniffare cocaina mista a polvere da sparo – in gergo brown-brown –, ti rintrona il cervello di Rambo e poi ti ordina di sgozzare un uomo facendo a gara di velocità con i tuoi compagni, a ognuno un prigioniero. Ecco a cosa si è ridotta la Sierra Leone, una ex-colonia britannica dell’Africa occidentale che ha sofferto delle malattie tipiche della nuova indipendenza come corruzione, brogli elettorali e colpi di stato, fino a veder sorgere per reazione all’inizio degli anni ’90 il Fronte Rivoluzionario Unito (i «ribelli»), che travestito da esercito di liberazione si è appropriato delle miniere di diamanti dell’est del paese.
Ma la storia che racconta Beah ha poco in comune con la recente denuncia del film Blood diamand, perché Beah descrive soltanto ciò che ha visto, e le miniere erano lontane. «È un buon film – dice –, ma lascia intendere che solo i ribelli reclutassero i bambini, e non è vero. E poi sostiene che guarire da certe cose sia semplice, che basta prendere i bambini e portarli via dal contesto della guerra. Mentre è un processo lunghissimo che continua molto oltre la riabilitazione». Lui dedica molte pagine agli incubi della riabilitazione in una struttura apposita a Freetown, dove passa mesi prima di avere l’occasione di andare a New York nel 1996 a testimoniare a una conferenza dell’Onu sulla tragedia dei bambini soldato. «La gente pensa che guarire significhi dimenticare. Ma non si può dimenticare. Si può solo imparare a convivere con certi ricordi e a trasformarli in modo che non ti facciano male e diventino strumenti con cui affrontare la vita».
Dopo la conferenza all’Onu, Ishmael è tornato a Freetown. E dopo che la guerra civile ha investito anche la capitale della Costa d’Avorio, è fuggito per mezza Africa e con l’aiuto di un’antropologa americana conosciuta all’Onu, è riuscito a raggiungere New York e a studiare in un buon college in Oregon, dove ha scritto questo libro. Oggi vive a Brooklyn. È più tornato a casa, da allora? «Sono tornato nel ’98 e ho trovato una situazione molto triste: manca l’acqua potabile, manca l’elettricità, e la corruzione è ancora forte. Ma sono stato anche felice. Perché malgrado tutto quello che è successo, è casa. Casa mia. L’unico posto dove sia riuscito a dormire di nuovo da quando ho lasciato la guerra».         

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Shantaram

Autore: Gregory David Roberts
Titolo: Shantaram

11.06.2007 | PANORAMA

IL FUORILEGGE DIVENTATO MISTER BEST-SELLER
INTERVISTA LA STORIA DI GREGORY DAVID ROBERTS, OSPITE DEL FESTIVAL DI ROMA E AUTORE DEL ROMANZO «SHANTARAM». CHE SARÀ SUGLI SCHERMI NEL 2008.


di SANDRA PETRIGNANI

La definizione «scrittore» gli va stretta, molto stretta. Ora è anche sceneggiatore, ma questo sarebbe ancor più riduttivo. Chi è Gregory David Roberts? Protagonista di una serata a Massenzio, al festival delle letterature di Roma, è autore best-seller di una gigantesca saga autobiografica, Shantaram (edito in Italia dalla Neri Pozza) che significa uomo di pace e diventerà film, interpretato da Johnny Depp. La sua biografia e quanto racconta in quel romanzo parlano di rapine, combattimenti dalla parte dei mujaheddin in Afghanistan e in Pakistan, coinvolgimento con la mafia di Mumbay (Bombay), la metropoli in cui vive, e poi la catarsi, un difficile percorso spirituale che lo porta oggi a essere un volontario della pace nel mondo, coinvolto nell’aiuto materiale dei poveri della sua città, una «grande anima» in senso gandhiano. Fenomeno ancor più radicale di quello rappresentato da Tiziano Terzani. Non stupisce quindi che i lettori dell’uno coincidano in larga parte con gli ammiratori dell’altro.

«Ci sono giorni in cui mi sento il più vecchio degli uomini» risponde con un sorriso nello sguardo azzurro. «Come se avessi vissuto dall’inizio alla fine tante vite diverse. D’altra parte, parlando da scrittore, ho visto e sono stato talmente tante cose in questi cinquant’anni da non correre il rischio di restare a corto di argomenti per i miei romanzi, film, poesie. Insomma, se sono davvero pentito per quanto di riprovevole ho combinato nella mia esistenza, in compenso sono molto felice dell’uomo che sono diventato ridisegnandomi completamente».

Quell’uomo scrive: «La verità è che ognuno di noi, ogni atomo, ogni galassia e ogni particella di materia nell’universo si sta muovendo verso Dio». «L’amore universale accelererebbe quel movimento. È bene ciò che aiuta questo movimento. È male ciò che lo ostacola».

Si sente un guru?

«Direi proprio di no. Sono un pubblico conferenziere e i miei discorsi coincidono con la mia visione della vita. Mi propongo come esempio di trasformazione e questo, spero, può aiutare glia altri. Essere un guru è un’altra cosa».

È nato in Australia nel 1952. Negli anni 70 leader del movimento studentesco. Poi si sposa, ha una bambina. Il matrimonio va in crisi e la moglie gli impedisce di vedere la piccola. È l’inizio di un gorgo depressivo che lo porterà alla tossicodipendenza e a procurarsi denaro compiendo rapine. Viene catturato e recluso in un carcere da cui evade rocambolescamente. Approda in India, dove vive altre avventure al margine della legalità finché nel ’90 viene arrestato a Francoforte ed estradato nel suo paese. Sconta due anni di confino e quattro di reclusione. In carcere comincia a scrivere la storia della sua vita e della sua progressiva redenzione che attribuisce prima di tutto al grande sostegno avuto dalla madre, cui Shantaram è dedicato. Oggi Greg è un filantropo attivo in molti programmi umanitari e ha dato vita ad alcune imprese di successo i cui profitti vengono devoluti a famiglie indiane bisognose.

È cambiata in qualche modo la sua vita da quando è diventato un autore famoso?

Continuo a vivere nel sud di Mumbay, un quartiere chiamato Kala Ghoda, vuol dire Cavallo nero. Sostanzialmente la mia vita non è cambiata. Mi muovo per la città caotica in moto, come prima, e sono sempre un frequentatore assiduo del Leopold’s café. Porto avanti il mio lavoro fra i poveri degli slum e sono impegnato a sostenere un bel gruppetto di artisti di questa metropoli. Essere noto offre parecchi vantaggi. Quando mi serve l’aiuto di gente potente o famosa, alzo il telefono e chiedo sostegni. Gente che ho conosciuto a qualche festa, gente che ha letto il mo libro.

Non sarà facile conciliare la quotidianità filantropica con i suoi giri promozionali…

Diciamo che quando non viaggio per promuovere il mio lavoro, tenere discorsi, apparire ai festival di letteratura, o semplicemente andare a trovare amici e parenti, ho una vita normale. Mi sveglio presto, per un’ora faccio un duro esercizio di boxe, poi doccia e colazione leggendo due quotidiani. Lettura e scrittura di email, tre o quattro ore di lavoro (sto finendo una sceneggiatura). Dopo pranzo vado a trovare gli amici o a occuparmi di qualche problema negli slum. Qualche volta si tratta solo di ascoltare le novità, dare un po’ di denaro o qualche consiglio. Altre volte bisogna che vada in ospedale ad assicurarmi che un povero disgraziato riceva le cure adeguate. Poi me ne torno a casa a scrivere per altre tre, quattro ore. Ceno fuori con gli amici o resto a casa a guardarmi un film o in compagnia dei quattro libri che in genere leggo in contemporanea. Dimenticavo: intanto il telefono suona almeno 50 volte al giorno. Torna spesso in Australia? Molto spesso. Mia figlia, la mia famiglia vivono lì. Ma non mi sento australiano piuttosto che indiano. Mi sento cittadino del mondo, sto bene ovunque. Pure in Italia, mi sento a casa qui.

Molti pensano all’India come al paese dell’assoluto. È sempre così?

Credo di sì, per lo meno più di quanto lo siano l’Australia o gli Stati Uniti. Naturalmente l’India non è il paradiso, ma c’è in India un amore rapinoso che puoi cogliere in ogni sorriso, nel modo tollerante che hanno gli indiani di scuotere la testa per assentire. C’è una bellezza al centro di enormi problemi, così naturale, autentica, che parla direttamente all’anima.

Non è proprio questa bellezza che la modernizzazione sta guastando?


Dipende da cosa s’intende per modernizzazione. Se s’intende la dislocazione del lavoro (l’outsourcing), per cui i paesi opulenti sfruttano i lavoratori dei paesi poveri pagando stipendi a puro livello di sussistenza, è una cosa pessima. Se invece s’intende un sistema di infrastrutture, tecnologie, crescita culturale che permetta ai paesi sfavoriti di avvicinarsi agli standard occidentali, è un bene. Non mi preoccupa una possibile snaturalizzazione dell’India moderna. Penso anzi che, grazie ai suoi antichi modelli di tolleranza e austerità, possa giocare la partita dell’inserimento nella grande economia mondiale senza vendersi o perdere l’anima in nome del profitto.

Scrittori indiani preferiti?

Mi piacciono Amitav Ghosh, Shobhaa De, C.P. Surendran, Sonia Faleiro e Salman Rushdie.

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L'innocenza

Autore: Tracy Chevalier
Titolo: L'innocenza

03.03.2007 | IO DONNA

HO UN CONTRATTO CON I MIEI LETTORI

Scrive dal lunedì al venerdì. Scrive del passato per allontanarsi dalla sua vita. Scrive con l’idea che chi legge deve percorrere un sentiero ben delineato. Dopo La ragazza con l’orecchino di perla, su Vermeer, Tracy Chevalier spiega perché ora racconta i tormenti di William Blake.

di ANNA MARIA SPERONI

Tracy Chevalier è uno dei casi letterari più interessanti degli ultimi anni. Ha dato nuovo lustro al feuilleton storico-artistico; il suo romanzo più noto, La Ragazza con l’orecchino di perla, ha venduto quasi un milione di copie solo in Italia, è stato tradotto in 25 lingue e trasformato in un film con Colin Firth (Vermeer) e Scarlett Johansson (la sua musa). Dopo Gran Bretagna e Stati Uniti, l’Italia è il paese in cui i libri di Chevalier sono più venduti: e infatti il suo ultimo romanzo, L’innocenza (Neri Pozza), è appena uscito da noi in prima assoluta.

Dopo Vermeer ha scelto ancora una volta un artista straordinario, William Blake.

«Lo adoro fin da ragazzina. Però sono riuscita ad avere un’idea completa del suo lavoro solo pochi anni fa, grazie a una mostra alla Tate Gallery. In Gran Bretagna è molto conosciuto: ho scritto il libro anche per capire perché sia così popolare».

E lo ha capito?

«No, per niente. È un personaggio unico, frainteso dai suoi contemporanei così come lo sarebbe se vivesse oggi. Si occupava di arte, letteratura, filosofia, religione, poesia e in ognuna di queste discipline aveva qualcosa da dire. Forse piace perché è una specie di specchio; lo guardi e vedi comunque qualcosa di te».

Però lui non è il protagonista. Lo ha lasciato un po’ in disparte, perché?

«Blake era un uomo misterioso e credo che da questo dipenda buona parte del suo fascino. Su di lui è stato scritto moltissimo ma della sua vita si sa poco. Così ho preferito, anziché “spiegarlo”, raccontarlo dal punto di vista dei suoi vicini. E anche raccontare il suo effetto sugli altri».

Il romanzo è ambientato tra il 1792 e il 1793, gli anni in cui Blake scrive i Canti dell’innocenza e i Canti dell’esperienza. I Protagonisti sono due bambini che stanno diventando adolescenti.

«Sì, Jem e Maggie vivono quello che Blake racconta. Lui era molto interessato al passaggio dalla condizione di innocenza a quella di esperienza, a come una persona cambia e cresce, a come un paese cambia e cresce: la Francia prima e dopo la rivoluzione, per esempio, di cui si parla nel romanzo».

In quanto tempo lo ha scritto?

«Tre anni. Le ricerche sono state lunghe, la bibliografia su Blake è sterminata. Da un lato è un bene avere molto materiale da studiare, dall’altro è una scusa per rimandare l’inizio del tuo libro».

Il titolo italiano, L’innocenza, non c’entra niente con quello originale, Burning Bright. Le piace lo stesso?

«Sì. Burning Bright è un verso di una delle poesie più note di Blake, The Tiger (il verso è “Tiger tiger burning bright”, tigre che bruci luminosa, ndr) ma funziona solo in inglese. In un primo momento avevo pensato di chiamarlo The innocence anche in originale, ma in inglese questa parola è pesante. In italiano invece è perfetta, ha un suono bellissimo».

Si preoccupa di come i suoi libri vengono tradotti?

«Cerco di non pensarci. D’altra parte mi rendo conto di quanto sia difficile il lavoro del traduttore: rendere uno stile in un’altra lingua, e mantenere persino i nostri errori».

Una delle idee di Blake riportate più volte nell’Innocenza è quella degli opposti: secondo lui non esistono nel modo in cui siamo abituati a immaginarli. Lo pensa anche lei?

«Certo. Mi ricordo bene una lezione a scuola, avevo sette anni, con la maestra che chiedeva: qual è l’opposto di bianco? Nero. L’opposto di piccolo? Grande. Di camminare? Correre. E io pensavo, ma che idiozia, bianco e nero sono due colori, camminare e correre sono la stessa cosa, solo che una è un po’ più veloce. A un certo punto mi chiese l’opposto di dottore, e io ero così arrabbiata che scoppiai a piangere».

Qual era la risposta?

«Infermiera. Non è ridicolo? Tutto questo per dire che gli opposti hanno una sostanza comune».

Secondo lei perché i suoi libri hanno tanto successo?

«Non lo so! Forse perché, al di là della trama e dell’ambientazione, a me piace davvero raccontare storie. Mi piace che ci sia un inizio, un centro, una fine, e penso al lettore quando scrivo: non faccio esperimenti stilistici che potrebbero annoiarlo e frustrarlo; so che vuole sorprese. Un romanzo è un viaggio che il lettore percorre assieme ai protagonisti, io cerco di fare in modo che il sentiero sia chiaro. Credo che il lettore se ne accorga e senta di essere in buone mani».

Non tutti gli scrittori la pensano come lei, alcuni dicono scrivo per me, se al lettore piace va bene, altrimenti non importa.

«Mi sembrano degli egoisti che fraintendono il senso dello scrivere: se non gli importa dei lettori, perché pubblicano? Basterebbe tenere un diario. Pubblicare un libro è una specie di contratto con i lettori: pubblichi perché hai scritto qualcosa per loro. Se così non è, tanto vale leggersi da soli».

Prima di diventare una scrittrice lei ha frequentato una scuola di scrittura. Che cosa ha imparato?

«Non tanto a ottenere frasi migliori, credo, ma alcune regole di vita. La scuola mi ha obbligato a scrivere ogni giorno, a considerare la scrittura un vero lavoro e a scrivere per una platea di critici, cioè i miei insegnanti e i miei compagni di corso».

E a costruire la struttura di un romanzo?

«Non in senso stretto. Però i suggerimenti aiutano. E anche leggere i testi altrui in modo critico. So che molti considerano inutili le scuole di scrittura, ma io credo che sia un po’ come per la danza o la musica: tutti possiamo ballare o suonare, ma se vogliamo diventare dei professionisti dobbiamo imparare alcune tecniche. Qualcuno ce la fa da solo, qualcuno ha bisogno di aiuto. A me quell’aiuto è servito».

Sembra molto regolare nel suo lavoro.

«Durante la fase di scrittura, sì. Scrivo tutti i giorni dal lunedì al venerdì, dalle nove alle tre. Accompagno mio figlio a scuola e poi lavoro fino a quando rientra».

Quanti anni ha suo figlio?

«Otto. Si chiama Jacob, Jacopo, e adora l’Italia. Due anni fa siamo stati in vacanza nelle Marche e ricordo ancora certi pranzi favolosi, su quelle terrazze piene di sole. Che meraviglia».

Suo marito che lavoro fa?

«È un media consultant. In questo momento è giù in cucina a preparare il pane, gli piace cucinare. Anche lui lavora abbastanza in casa, ma per fortuna la nostra è grande e non siamo costretti a stare tutto il tempo gomito a gomito. Anzi, spesso ci incontriamo soltanto a pranzo».

Lei è americana ma vive a Londra da più di vent’anni. Si sente europea?

«Dipende. In Europa mi sento americana, e viceversa. Però non credo che riuscirei più ad abituarmi a vivere negli Stati Uniti».

A che cosa non si abituerebbe?

«Alla politica, anche se spero che con le prossime elezioni cambi qualcosa. Poi non mi piace che l’America sia un paese incapace di guardare oltre i propri confini, sia nella politica estera sia nella vita quotidiana. Quando sono stata a trovare i miei genitori, l’addetto all’immigrazione mi ha accolto con un “Bentornata! Ma perché vive all’estero? Io non me ne andrei mai, qui ho tutto quello che voglio”. Ecco, è questo che non mi piace dell’America».

E che cosa le piace?

«New York, certi paesaggi mozzafiato, la generosità della gente, il loro atteggiamento amichevole anche se sei uno sconosciuto».

I suoi romanzi sono sempre ambientati nei secoli scorsi. Non ha voglia di raccontare una storia del presente?

«Il presente non mi ha ancora dato nessuna idea. Inoltre preferisco scrivere di cose diverse dalla mia vita, e il modo migliore per allontanarmi da me è tuffarmi nel passato».

Perché i romanzi storici hanno tanto successo?

«Perché la gente ha voglia di evadere, immagino, ma anche perché leggendoli ci si accorge che siamo arrivati al presente superando periodi peggiori del nostro».

Chi preferisce tra Blake e Vermeer?

«Vermeer: è il mio primo amore. È più immediato; i suoi quadri sono pieni di pace. Blake era tormentato, e trasmette tormento».

Nei suoi romanzi la pittura non manca quasi mai.

«Forse perché io parlo così tanto che l’ispirazione deve per forza venirmi da qualcosa di non verbale. Il mio lavoro è tradurla in parole».

È vero che davanti al foglio bianco le viene ancora il panico?

«Sì, ogni giorno, anche quando so già cosa scrivere, e fa male. Dopo il primo paragrafo è facile, la scrittura diventa un flusso continuo. Ma all’inizio, è sempre una piccola lotta per forzare quel flusso».

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