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Le chiamavano gli Angeli del Forno, le due donne, civili e ariane, che nascondevano i panini nel tronco vuoto di un grosso pino. Lo facevano con grosso rischio delle stesse vite, naturalmente, perché “füttern den Feind” – dare da mangiare al nemico - era un crimine punibile con la morte. I prigionieri le veneravano; quelli che erano religiosi pregavano tra loro ogni notte.Forse per questo, una volta uccisa Mathilde, la fornaia grassona che la proteggeva, perché scoperta con un carico di armi nascosto sotto il pane destinato proprio al nemico (criminali politici, assassini e, soprattutto, ebrei), la vita di Anna, l’angelo apprendista, viene salvata.
Da un ufficiale delle SS che ne fa la sua amante e arriva a non poter più fare a meno di lei.
Grazie a lui, al nemico di coloro che proteggeva, lei e la sua bambina, Trudie, vengono salvate dalla fame e alla morte. E’ inimmaginabile quanto alto sia il prezzo che Anna deve pagare e quanto massiccio sia il peso che porta dentro, pur obbligandosi a non ricordare il passato che non esiste più, ché quell’altro luogo e tempo sono morti ormai.
Il passato è morto, ed è meglio che resti così, è ciò che dice alla figlia sin dal loro arrivo in America ma, dentro, la bambina ha registrato tutto e i suoi ricordi inconsci diventano realtà nei sogni di Trudy donna, e non la lasciano in pace:
Backe, backe Kuchen!
der bäcker hat gerufen.
Wer will guten Kuchen backen,
Der muss haben sieben Sachen:
Butter und Salz, Zucker un Schmalz…*
L’Obersturmfürer batte le mani e canta. Op! Op! Op! Ora tocca a te, dice e ricomincia a tenere il tempo.
In alto il coltello!
Affilate la lama per tagliare la carne ebrea.
Il sangue ebreo scorrerà negli scoli;
A ogni angolo sventolerà la bandiera di Hiltler…
Un libro che lascia senza fiato, Quelli che ci salvarono (Neri Pozza), il romanzo storico di Jenna Blum, intenso e toccante che fa scivolare nelle fibre più profonde dei due periodi di cui parla, 1939-1945 e 1993-1997, creando una sorta di trauma da distacco, quando ci si deve inoltrare nell’altra epoca, tanto è appassionante la narrazione, tanto è realistica la descrizione che sembra di sentirlo davvero, l’odore del forno di Weimar e dei filoni di pane ordinati sul piano di lavoro, in fila come un reggimento. E l‘odore di pancetta o di pesce andato a male dell’Obersturmfürer. O quello della Monstera deliziosa, dell’Asparagus densiflorus, della Zebrina pendula, le erbe di Max, il bravo dottor Max Stern, il medico ebreo arrestato dalla Gestapo per attività sovversiva e rinchiuso nel campo di Buchenwald, nella cui memoria (fu impiccato e lasciato sulla forca perché i corvi lo beccassero, come lezione per gli altri prigionieri) Trudy ritrova quel padre che ha cercato per tutta la vita.
* Cuoci, cuoci una torta! / ha esclamato il fornaio. / Chi una buona torta vuol fare, /
sette cose deve avere: / burro e sale, zucchero e strutto…
PASSIONI LIBRI
A CURA DI ANTONIO D'ORRICO
Scrive dal lunedì al venerdì. Scrive del passato per allontanarsi dalla sua vita. Scrive con l’idea che chi legge deve percorrere un sentiero ben delineato. Dopo La ragazza con l’orecchino di perla, su Vermeer, Tracy Chevalier spiega perché ora racconta i tormenti di William Blake.
Dopo Vermeer ha scelto ancora una volta un artista straordinario, William Blake.
«Lo adoro fin da ragazzina. Però sono riuscita ad avere un’idea completa del suo lavoro solo pochi anni fa, grazie a una mostra alla Tate Gallery. In Gran Bretagna è molto conosciuto: ho scritto il libro anche per capire perché sia così popolare».
E lo ha capito?
«No, per niente. È un personaggio unico, frainteso dai suoi contemporanei così come lo sarebbe se vivesse oggi. Si occupava di arte, letteratura, filosofia, religione, poesia e in ognuna di queste discipline aveva qualcosa da dire. Forse piace perché è una specie di specchio; lo guardi e vedi comunque qualcosa di te».
Però lui non è il protagonista. Lo ha lasciato un po’ in disparte, perché?
«Blake era un uomo misterioso e credo che da questo dipenda buona parte del suo fascino. Su di lui è stato scritto moltissimo ma della sua vita si sa poco. Così ho preferito, anziché “spiegarlo”, raccontarlo dal punto di vista dei suoi vicini. E anche raccontare il suo effetto sugli altri».
Il romanzo è ambientato tra il 1792 e il 1793, gli anni in cui Blake scrive i Canti dell’innocenza e i Canti dell’esperienza. I Protagonisti sono due bambini che stanno diventando adolescenti.
«Sì, Jem e Maggie vivono quello che Blake racconta. Lui era molto interessato al passaggio dalla condizione di innocenza a quella di esperienza, a come una persona cambia e cresce, a come un paese cambia e cresce: la Francia prima e dopo la rivoluzione, per esempio, di cui si parla nel romanzo».
In quanto tempo lo ha scritto?
«Tre anni. Le ricerche sono state lunghe, la bibliografia su Blake è sterminata. Da un lato è un bene avere molto materiale da studiare, dall’altro è una scusa per rimandare l’inizio del tuo libro».
Il titolo italiano, L’innocenza, non c’entra niente con quello originale, Burning Bright. Le piace lo stesso?
«Sì. Burning Bright è un verso di una delle poesie più note di Blake, The Tiger (il verso è “Tiger tiger burning bright”, tigre che bruci luminosa, ndr) ma funziona solo in inglese. In un primo momento avevo pensato di chiamarlo The innocence anche in originale, ma in inglese questa parola è pesante. In italiano invece è perfetta, ha un suono bellissimo».
Si preoccupa di come i suoi libri vengono tradotti?
«Cerco di non pensarci. D’altra parte mi rendo conto di quanto sia difficile il lavoro del traduttore: rendere uno stile in un’altra lingua, e mantenere persino i nostri errori».
Una delle idee di Blake riportate più volte nell’Innocenza è quella degli opposti: secondo lui non esistono nel modo in cui siamo abituati a immaginarli. Lo pensa anche lei?
«Certo. Mi ricordo bene una lezione a scuola, avevo sette anni, con la maestra che chiedeva: qual è l’opposto di bianco? Nero. L’opposto di piccolo? Grande. Di camminare? Correre. E io pensavo, ma che idiozia, bianco e nero sono due colori, camminare e correre sono la stessa cosa, solo che una è un po’ più veloce. A un certo punto mi chiese l’opposto di dottore, e io ero così arrabbiata che scoppiai a piangere».
Qual era la risposta?
«Infermiera. Non è ridicolo? Tutto questo per dire che gli opposti hanno una sostanza comune».
Secondo lei perché i suoi libri hanno tanto successo?
«Non lo so! Forse perché, al di là della trama e dell’ambientazione, a me piace davvero raccontare storie. Mi piace che ci sia un inizio, un centro, una fine, e penso al lettore quando scrivo: non faccio esperimenti stilistici che potrebbero annoiarlo e frustrarlo; so che vuole sorprese. Un romanzo è un viaggio che il lettore percorre assieme ai protagonisti, io cerco di fare in modo che il sentiero sia chiaro. Credo che il lettore se ne accorga e senta di essere in buone mani».
Non tutti gli scrittori la pensano come lei, alcuni dicono scrivo per me, se al lettore piace va bene, altrimenti non importa.
«Mi sembrano degli egoisti che fraintendono il senso dello scrivere: se non gli importa dei lettori, perché pubblicano? Basterebbe tenere un diario. Pubblicare un libro è una specie di contratto con i lettori: pubblichi perché hai scritto qualcosa per loro. Se così non è, tanto vale leggersi da soli».
Prima di diventare una scrittrice lei ha frequentato una scuola di scrittura. Che cosa ha imparato?
«Non tanto a ottenere frasi migliori, credo, ma alcune regole di vita. La scuola mi ha obbligato a scrivere ogni giorno, a considerare la scrittura un vero lavoro e a scrivere per una platea di critici, cioè i miei insegnanti e i miei compagni di corso».
E a costruire la struttura di un romanzo?
«Non in senso stretto. Però i suggerimenti aiutano. E anche leggere i testi altrui in modo critico. So che molti considerano inutili le scuole di scrittura, ma io credo che sia un po’ come per la danza o la musica: tutti possiamo ballare o suonare, ma se vogliamo diventare dei professionisti dobbiamo imparare alcune tecniche. Qualcuno ce la fa da solo, qualcuno ha bisogno di aiuto. A me quell’aiuto è servito».
Sembra molto regolare nel suo lavoro.
«Durante la fase di scrittura, sì. Scrivo tutti i giorni dal lunedì al venerdì, dalle nove alle tre. Accompagno mio figlio a scuola e poi lavoro fino a quando rientra».
Quanti anni ha suo figlio?
«Otto. Si chiama Jacob, Jacopo, e adora l’Italia. Due anni fa siamo stati in vacanza nelle Marche e ricordo ancora certi pranzi favolosi, su quelle terrazze piene di sole. Che meraviglia».
Suo marito che lavoro fa?
«È un media consultant. In questo momento è giù in cucina a preparare il pane, gli piace cucinare. Anche lui lavora abbastanza in casa, ma per fortuna la nostra è grande e non siamo costretti a stare tutto il tempo gomito a gomito. Anzi, spesso ci incontriamo soltanto a pranzo».
Lei è americana ma vive a Londra da più di vent’anni. Si sente europea?
«Dipende. In Europa mi sento americana, e viceversa. Però non credo che riuscirei più ad abituarmi a vivere negli Stati Uniti».
A che cosa non si abituerebbe?
«Alla politica, anche se spero che con le prossime elezioni cambi qualcosa. Poi non mi piace che l’America sia un paese incapace di guardare oltre i propri confini, sia nella politica estera sia nella vita quotidiana. Quando sono stata a trovare i miei genitori, l’addetto all’immigrazione mi ha accolto con un “Bentornata! Ma perché vive all’estero? Io non me ne andrei mai, qui ho tutto quello che voglio”. Ecco, è questo che non mi piace dell’America».
E che cosa le piace?
«New York, certi paesaggi mozzafiato, la generosità della gente, il loro atteggiamento amichevole anche se sei uno sconosciuto».
I suoi romanzi sono sempre ambientati nei secoli scorsi. Non ha voglia di raccontare una storia del presente?
«Il presente non mi ha ancora dato nessuna idea. Inoltre preferisco scrivere di cose diverse dalla mia vita, e il modo migliore per allontanarmi da me è tuffarmi nel passato».
Perché i romanzi storici hanno tanto successo?
«Perché la gente ha voglia di evadere, immagino, ma anche perché leggendoli ci si accorge che siamo arrivati al presente superando periodi peggiori del nostro».
Chi preferisce tra Blake e Vermeer?
«Vermeer: è il mio primo amore. È più immediato; i suoi quadri sono pieni di pace. Blake era tormentato, e trasmette tormento».
Nei suoi romanzi la pittura non manca quasi mai.
«Forse perché io parlo così tanto che l’ispirazione deve per forza venirmi da qualcosa di non verbale. Il mio lavoro è tradurla in parole».
È vero che davanti al foglio bianco le viene ancora il panico?
«Sì, ogni giorno, anche quando so già cosa scrivere, e fa male. Dopo il primo paragrafo è facile, la scrittura diventa un flusso continuo. Ma all’inizio, è sempre una piccola lotta per forzare quel flusso».
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