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Le avventure di Washington Black di Esi Edugyan

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Novità

Il party

Elizabeth Day

Burtonbury, un ex collegio maschile per i figli dei diplomatici, è una scuola privata con una discreta reputazione e la vana ambizione di poter essere un giorno all’altezza di Eton o di Harrow. Quando vi mette piede per la prima volta, dopo aver vinto una borsa di studio, Martin Gilmour è un ragazzo con i maglioni scoloriti, i calzoncini per la ginnastica mai abbastanza bianchi e le camicie con macchie gialle indelebili. L’odore della tristezza di sua madre, rimasta prematuramente vedova, aleggia tra i suoi vestiti.
Un giorno, però, alla Burtonbury School, il suo destino di adolescente imbronciato, con una costante sensazione di disagio e l’accento sbagliato, muta radicalmente. Martin incontra Ben Fitzmaurice, un ragazzo ricco, bello, ammirato da tutti, e ne diventa amico. Partite di tennis, cacce all’uovo tra prati curatissimi e aiuole sontuosamente fiorite, la tenuta dei Fitzmaurice spalanca le sue porte al giovane Gilmour. Ben diventa il fratello mai avuto, l’anima gemella da venerare, la ragione di vita da proteggere e custodire. Al punto che Martin si trasforma nella sua piccola ombra. Una piccola ombra capace di salvare l’amico dalle incresciose conseguenze della sua condotta, cosí sconsiderata e tipica di chi è stato troppo favorito dalla sorte.
Durante i successivi venticinque anni, Martin serba nel suo cuore «il segreto» di quell’amicizia, un segreto che, piú di un patto di sangue, lo lega indissolubilmente al rampollo dei Fitzmaurice, come soltanto un debito impagabile, una gratitudine eterna possono fare.
Quando Ben organizza un party per il suo quarantesimo compleanno in un edificio del diciassettesimo secolo acquistato insieme con la moglie Serena, Martin, divenuto un noto, disincantato critico d’arte, e sua moglie Lucy, una donna perfettamente consapevole di essere sempre seconda, nella scala degli affetti del marito, alla sacra amicizia con Ben, si mescolano volentieri alla variopinta folla di invitati: politici, celebrità, vecchi e nuovi ricchi col volto lucido e ritoccato ed energiche strette di mano.
La sensazione di un inusuale, sgradevole impaccio nell’accoglienza che Ben gli riserva, si fa, tuttavia, subito strada nella mente di Martin. Gesti, parole, apprezzamenti di Fitzmaurice rivelano una strana inquietudine. Che la gratitudine che l’amico gli deve non sia eterna? Che «il segreto» custodito cosí a lungo sia stato del tutto inutile? Che, soprattutto, quell’amicizia, che per Martin è la sua unica ragione di vita, stia inaspettatamente per finire?
Accolto al suo apparire in Inghilterra da uno strepitoso successo di pubblico e di critica, Il party è uno dei piú riusciti romanzi sul lato oscuro e morboso delle relazioni umane, oltre che una magistrale descrizione del cinismo, della fatuità e dell’impudicizia con cui il privilegio e il potere si offrono oggi allo sguardo.

Le avventure di Washington Black

Esi Edugyan

Barbados, 1830. George Washington Black, detto Wash, ha undici anni quando muore il suo primo padrone. Nessuno, nella piantagione di Faith, lo rimpiange; nei campi gli schiavi si limitano a chinare la testa, piangendo per se stessi e per l’imminente vendita della proprietà.
Diciotto settimane dopo, tuttavia, alla testa di una carovana di carrozze coperte di polvere, a Faith si presenta il nipote del defunto proprietario: le ciglia pallide e la pelle di un biancore simile al pane crudo, a Erasmus Wilde, questo il nome dell’uomo, basta una sola, gelida occhiata per terrorizzare gli schiavi che assistono, impotenti, al suo ingresso nella casa padronale.
Per Wash l’arrivo di Erasmus Wilde muta ogni prospettiva, soprattutto quando il nuovo padrone decide di cederlo come valletto al fratello minore, il bizzarro Christopher Wilde, che tutti chiamano Titch.
I capelli che gli arrivano alle spalle e gli occhi ombreggiati da folte sopracciglia, Titch si è insediato nella vecchia casa del sorvegliante, un lungo edificio basso nel mezzo della foresta, disabitato da anni e su cui, nella piantagione, si bisbigliano le più atroci storie dell’orrore. Quando ne varca la soglia, Wash è pronto al peggio, ma deve ricredersi: Titch si rivela ben diverso dall’uomo malvagio e animato da cattive intenzioni che ha immaginato fino a quel momento. Al contrario, con stupore Wash scopre di trovarsi al cospetto di un naturalista, uno scienziato e un brillante inventore al lavoro su uno strano e misterioso marchingegno: un Nemboveliero, ovvero un pallone aerostatico ancorato a una navicella di vimini e legno, con due prue e i remi che vogano sospesi nell’aria.
Presto Wash verrà introdotto in un mondo di straordinarie idee, in cui una macchina volante può trasportare un uomo attraverso il cielo, dove un ragazzo nato in catene può abbracciare una vita di dignità e libertà e dove due persone, separate da classi sociali distinte, possono vedersi solo come esseri umani. Ma un grave fatto accaduto nella piantagione cambierà di nuovo tutte le carte in tavola, costringendo Titch e Wash a una precipitosa e rocambolesca fuga proprio a bordo del Nemboveliero.
Dai campi di canna da zucchero dei Caraibi a un remoto avamposto nell’Artico, dalla movimentata vita londinese fino all’infuocato deserto del Marocco, Le avventure di Washington Black è «un ritratto straziante della schiavitù, ma anche una storia d’avventura mozzafiato. Un romanzo storico epico che ha molto da dire sui tempi in cui viviamo» (The Guardian).

La regina delle greggi

Thomas Savage

Al mondo ci sono persone che non riescono a immaginarsi il proprio fallimento. Appartiene a questa categoria anche la giovane Emma Russell, che alla fine del XIX secolo dice addio a suo padre in una stazione ferroviaria dell’Illinois, per andare a insegnare nell’Idaho, la Gemma delle Montagne.
Di lei dicono che sia severa e che abbia occhi anche sulla nuca. Davanti a lei i colpevoli balbettano la verità e gli innocenti ricordano con gelida chiarezza le trasgressioni commesse. La sua rettitudine dà i brividi, però Emma sa anche suonare al pianoforte melodie allegre che fanno da sottofondo alle danze nei vari ranch.
Il giovanotto che la accompagna con il violino, Thomas Sweringen, è il figlio di un uomo che ha trovato l’oro e ha avuto l’accortezza di investire i guadagni in proprietà terriere e nell’allevamento di bovini, invece di sparire quando l’oro è finito. La prima volta che Emma racconta a Thomas del suo interesse per le pecore, il ragazzo ride di gusto, perché nella valle di Lemhi tutti sanno che non si possono allevare bovini e ovini insieme nello stesso podere. Dopo il matrimonio, tuttavia, Thomas regala a sua moglie, per scherzo, due pecore.
Anni dopo, le due pecore sono divenute un gregge di diecimila capi e Emma Russell Sweringen è per tutti la Regina delle Greggi dell’Idaho. Una regina che ha una sfilza di figli, tra cui Elizabeth, la maggiore, una ragazza
incantevole che sta per convolare a nozze con un giovanotto dotato di un cospicuo patrimonio, quel tipo d’uomo che farebbe la felicità di ogni madre.
Perché, allora, mesi dopo Elizabeth si presenta in ospedale con una valigetta e una cornice d’argento che contiene la foto di un altro uomo, un uomo bello come Francis X. Bushman, per dare alla luce una bambina che darà
in adozione subito dopo?
Con La regina delle greggi ritroviamo la prosa emozionante de Il potere del cane, la poesia degli spazi sterminati, la sensibilità con cui Savage descrive i suoi personaggi in bilico. Un romanzo che è uno struggente inno alla
famiglia e, al contempo, una acuta riflessione sulla ricerca della propria identità.

La follia di Dunbar

Edward St Aubyn

«Mi hanno rubato il mio impero». Henry Dunbar, magnate canadese dei media, ha commesso un errore imperdonabile per un uomo ricco e potente come lui: voler conservare i privilegi del potere senza avere il potere. Destinando il Trust alle sue due figlie legittime, Megan e Abigail, pensava semplicemente di privarsi del fardello di gestirlo quotidianamente e di fare, perciò, del mondo il suo parco giochi ideale, il suo hospice privato, mantenendo l’aereo, l’entourage, le proprietà e le sue ricchezze.
Si ritrova invece, ora, tra le mura di un ospizio vero, una di quelle case di cura per ricchi dal mortuario conforto, imbottito di farmaci che dovrebbero lenirne il «crollo psicotico» diagnosticato dal suo medico personale, corrotto a tal punto dalle sue malefiche figlie da essere divenuto «il loro ginecologo fin troppo personale, il loro pappone».
In compagnia di Peter Walker, un celebre e bizzarro comico alcolizzato che, a suo dire, soffre di depressione, la malattia dei comici o «la finzione della tragica malattia dei comici»,
Dunbar maledice quotidianamente le sue figlie legittime, «avvoltoi» che gli fanno a brandelli il cuore e le viscere, «cagne viscide e traditrici », e non fa altro che pensare a quella che Peter chiama la Grande Evasione. Una fuga per riavere tutto, riacquistare il potere, punire le figlie cattive a lasciare tutto il suo impero a Florence, la figlia illegittima, che ha ereditato il fascino e la bellezza della madre, oltre alla sua disarmante simpatia.
Magistrale reinterpretazione del Re Lear, la tragedia piú nera di Shakespeare, La follia di Dunbar è un’avvincente versione contemporanea dell’«apologo della negligenza paterna e della crudeltà filiale» (Financial Times) oltre a costituire una splendida conferma del talento dell’autore dei Melrose nel descrivere con ironia e grazia i nuovi demoni della nostra epoca.

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