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Premio Neri Pozza 2021

È online il nuovo regolamento della V edizione
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Giulia Ciarapica dialoga con l'autrice, Simona Lo Iacono

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Alessia Gazzola dialoga con l'autrice, Clare Chambers.

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Novità

Piccoli piaceri

Clare Chambers

Londra, 1957. La guerra e le sue privazioni sono passate solo da un decennio e i danni delle bombe sono ancora visibili nel paesaggio londinese. Sulle pagine del North Kent Echo, un piccolo giornale locale, appare un giorno un trafiletto che parla dei progressi negli studi sulla partenogenesi: gli esperimenti compiuti su ricci di mare, rane e conigli fanno ipotizzare che la si possa applicare anche all’uomo. Probabilmente i lettori del North Kent Echo non l’avrebbero nemmeno notato, se non fosse stato per il sensazionale titolo: «I maschi non servono più per la riproduzione!».
A seguito dell’articoletto, la redazione viene invasa da una valanga di lettere indignate. Tra di esse ve ne è però una alquanto singolare. A scriverla è una certa Gretchen Tilbury, residente a Sidcup, che dichiara di aver dato alla luce una bimba quando era ancora vergine. L’affermazione suonerebbe priva di qualunque fondamento, se non fosse che, nel lasso di tempo in cui asserisce di aver concepito la figlia per partenogenesi, Gretchen Tilbury era ricoverata presso la clinica St Cecilia di Broadstairs, dove ha trascorso mesi a letto, a causa di una grave forma di artrite reumatoide, dividendo la corsia con altre tre giovani donne, assistite da suore e infermiere.
A fare luce sul controverso caso viene inviata Jean Swinney, responsabile delle rubriche di economia domestica e unica donna presente nella redazione del North Kent Echo. Trentanove anni e alle spalle un’esistenza fatta di aspettative deluse, Jean ha imparato da tempo a sopravvivere grazie ai piccoli piaceri quotidiani che la vita concede, quando non è troppo avara.
Mentre indaga per scoprire se si tratta di un miracolo o di una frode, Jean stringe, con i Tilbury, un legame destinato a cambiare profondamente la sua esistenza tranquilla e abitudinaria. Ma quale sarà il prezzo da pagare per conoscere la verità?
Con l’intelligenza emotiva di Maggie O’Farrell e l’arguta capacità di osservazione di Kate Atkinson, Clare Chambers evoca abilmente l’atmosfera del dopoguerra, raccontando «delle passioni più grandi e dei dolori inespressi che giacciono sepolti sotto la superficie di una vita rispettabile, e di come questi possano minacciare di far deragliare una vita, specialmente in una società che si aspetta che le donne si comportino in un certo modo» (The Guardian).

Memorie dal sottosuolo

Fëdor Dostoevskij

«Sono un uomo malato… Sono un uomo cattivo». Così comincia quest’opera che, come scrive Serena Prina nella postfazione a questa nuova edizione, annuncia «uno dei libri più sconvolgenti della letteratura mondiale, destinato a segnare indelebilmente l’intero processo della scrittura occidentale». Un incipit che, nei tre puntini che separano le due frasi, in quello «iato iniziale tra malattia e malvagità, tra richiesta di comprensione e brusco respingimento», mostra subito l’oggetto delle sue pagine: la vita interiore di una nuova specie d’uomo, l’uomo del sottosuolo, l’«antieroe» della modernità in cui si dissolve ogni appartenenza e identità.
Dostoevskij pubblicò le Memorie dal sottosuolo nel 1864. È molto probabile, però, che il progetto dell’opera sia nato prima, negli anni in cui, tornato dai lavori forzati e dal confino, lo scrittore russo decise di andare a vedere con i propri occhi quell’Occidente di cui tutti parlavano. Quarantenne «malato», appunto, incattivito dalla prigionia, convinto che l’umanità avesse ormai smarrito il proprio cammino, Dostoevskij viaggiatore non è lontano dall’uomo senza nome protagonista delle pagine delle Memorie dal sottosuolo. La radice autobiografica dell’opera, però, non ne spiega certo l’universalità. L’apparizione di questo libro segna, infatti, una data fondamentale nella letteratura occidentale non soltanto perché descrive un individuo che, irrimediabilmente separato dalla società, da un mondo che non riconosce più come suo, trova riparo nella propria interiorità.
«Il personaggio dell’antieroe nel quale è privilegiata non già la vita sociale ma la vita interiore» (Alberto Moravia) non è, insomma, il solo tratto fondamentale di quest’opera. Il suo cuore vero sta nel fatto che il suo protagonista, l’uomo del sottosuolo, l’«antieroe» della modernità, appare come un individuo che non può trovare in realtà alcun riparo nella propria interiorità, poiché è indelebilmente separato anche da sé stesso. In «una sorta di danza» delle parole, come scrive Serena Prina, del loro rincorrersi e delle loro contorsioni, l’uomo del sottosuolo rovescia su di sé tutte le contraddizioni possibili, sino al punto da sottoporsi a quella continua, spietata interrogazione del Sé che caratterizzerà poi le pagine migliori della letteratura del secolo successivo.

Il vino dei morti

Romain Gary

A lungo inedito e pubblicato per ultimo solo nel 2014, quando venne ritrovato da Philippe Brenot che ne ha curato l’edizione francese, Il vino dei morti è la prima opera di Romain Gary.
Il grande scrittore di origine lituana, di recente celebrato in Francia con l’ingresso della sua opera nella Pléiade, la scrisse nel 1937, quando aveva appena diciannove anni, nella sua stanza di studente in rue Rollin, a Parigi. Il romanzo narra della fuga dagli inferi del giovane Tulipe, tra un sabba di tombe, loculi, bare e morti che, come scrive Riccardo Fedriga nella postfazione alla presente edizione, «paiono gli inquilini bislacchi di un cimitero simile a una casa popolare di Belleville», come quella di Madame Rosa nella Vita davanti a sé, il romanzo che Gary firmò con lo pseudonimo di Émile Ajar.
Di certo, il suo giovane protagonista ha molto in comune con il giovane Romain che, negli anni Trenta, viveva con la madre a Nizza, nella pensione Mermonts in cui si aggiravano ospiti altrettanto bislacchi, o con il Gary studente e “immigrato” a Parigi, che nell’ebbrezza del vino cercava il balsamo alle sue prime pene d’amore.
Il vino dei morti, tuttavia, «contiene in sé già tutti i romanzi di Gary», poiché anticipa largamente i tratti fondamentali del mondo narrativo dello scrittore che vinse due volte il Goncourt. Il sottile umorismo, innanzi tutto, che nelle sue pagine genera una esilarante galleria di personaggi: dal portaborse di un ministro importante al redattore del ministero delle Belle Arti, dal cantante russo di un coro cosacco al masturbatore seriale, al prete che non crede ai miracoli. Infine, il carattere disperato e grottesco, picaresco e ridanciano, insieme, della narrazione. Una proprietà inconfondibile del libro che, in un passo dell’opera postuma Vita e morte di Émile Ajar (1981), farà dire a Gary stesso: «Tutto Ajar è già in Tulipe».

Confini

Mauro Suttora

Perché il confine italo-svizzero sta proprio a Chiasso, e non dieci chilometri più a nord o a sud? E come mai le nostre frontiere con Francia e Slovenia sono situate a Ventimiglia e Gorizia, e non cinque chilometri più a est o a ovest?
In un’epoca di rinati nazionalismi, i confini tornano d’attualità. Erano spariti con l’Europa unita e il trattato di Schengen: dopo il Duemila niente più dogane, documenti, file d’auto ai valichi. Ma sono riapparsi con il coronavirus e i controlli sui migranti. Così abbiamo dovuto riscoprire i limiti terrestri della nostra penisola. Che coincidono con le Alpi, ci hanno insegnato. Ma non sempre.
Sono molti infatti gli spartiacque non rispettati: la pipì fatta dagli abitanti di Livigno (Sondrio), San Candido (Bolzano) o Tarvisio (Udine) finisce nel mar Nero, passando per il Danubio. E in Lombardia una valle non appartiene al bacino del Po, ma a quello del Reno. Anche le frontiere linguistiche, oltre a quelle geografiche, sono labili. I valdostani parlano francese, i sudtirolesi tedesco, inglobiamo centomila sloveni fra Cividale e Trieste. E oltre confine 350.000 svizzeri ticinesi conservano la madrelingua italiana dopo la separazione del 1515. Sapevate che l’attuale frontiera di Ventimiglia fu decisa da un prefetto napoleonico nel 1808? O che la sventurata Gorizia, record mondiale, ha cambiato padrone sette volte in trent’anni, dal 1916 al 1947?
Questo libro traccia mappe geografiche, ma anche mentali. E svela qualche segreto: De Gaulle, per esempio, nel 1945 voleva annettere l’intera Val d’Aosta. Contro di lui, incredibilmente, si allearono partigiani e fascisti italiani. Insomma, innumerevoli sono le vicissitudini dei nostri confini: dal Frejus alla val d’Ossola, dalla Valtellina al Brennero, da Cortina al Carso. Fra storia, geografia, cultura, politica. E perfino qualche suggerimento turistico ed enogastronomico.

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