Neri Pozza Editore | Giorgio Ferrari
 
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Giorgio Ferrari

Giorgio Ferrari, inviato speciale ed editorialista, è stato per un trentennio corrispondente diplomatico e di guerra per varie testate prima di approdare ad Avvenire, dove dal 1994 a oggi ha coperto le principali vicende internazionali, dall’Iraq al Libano, all’Egitto, alla Libia, dalle elezioni presidenziali americane alla lunga stagione del terrorismo islamico. Fra le sue pubblicazioni, il reportage Cuba senza Castro (2007), sul crepuscolo del castrismo, Ombre Rosse (2010), sull’affaire Rosenberg e lo spionaggio atomico, e I muri che ci separano (2019), sulla nascita e la caduta del Muro di Berlino. È inoltre autore de Le Cinque Giornate di Radetzky e Gli ultimi giorni di Radetzky e della rievocazione storica della nascita del Don Giovanni di Mozart (La sera della prima).

I LIBRI

Uccidete il re buono

Giorgio Ferrari

Monza, domenica 29 luglio 1900, ore 20.30. La gente si accalca attorno al campo sportivo, dove si sta svolgendo un torneo a squadre. Tutti attendono il re, che sarà presente al momento della premiazione. Nessuno immagina che l’orologio della Storia stia scandendo implacabile i minuti. Umberto I ha appena finito di cenare e prende posto sulla carrozza reale. Il protocollo vorrebbe che fosse coperta, ma il re ha preteso di viaggiare senza la capote. Il caldo torrido lo ha costretto a rinunciare anche alla maglia d’acciaio che porta abitualmente sotto il gilet.
Alla stessa ora, seduto al Caffè Romano di via Carlo Alberto, c’è un uomo con un revolver in tasca che ha trascorso nervosamente il pomeriggio tra un gelato e l’altro. Si chiama Gaetano Bresci, è un anarchico, ed è venuto da lontano. Anche lui sta aspettando il re.
La cerimonia è terminata. Il re si alza in piedi. C’è ressa attorno a lui. L’aiutante di campo gli fa strada, la scorta che lo accompagna scruta senza troppo convincimento i volti di chi si assiepa attorno al sovrano. Bresci estrae il revolver dalla tasca della giacca e fa fuoco tre volte. Tutti i colpi vanno a segno.
«Non ho ucciso un re, ho ucciso un’idea», dirà l’anarchico. Per l’Italia uscita dalle guerre risorgimentali è la fine dell’innocenza, come per l’Europa lo sarà, quattordici anni dopo, l’uccisione di un altro futuro sovrano a Sarajevo. Dietro a quel gesto, ci sono trent’anni “sbagliati” del nuovo regno: gli scandali, le mortificate ambizioni coloniali, i socialisti e i cattolici, la mancata riforma agraria. E quelle maledette cannonate fatte sparare dal generale Fiorenzo Bava Beccaris contro i milanesi che chiedevano pane. Per l’Italia è l’inizio del secolo breve e maledetto. 

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