Neri Pozza Editore | Ha Jin
 
  • Condividi :

Ha Jin

Ha Jin ha lasciato la Cina nel 1985 per andare a vivere negli Stati Uniti. Professore di inglese alla Emory University di Atlanta, ha pubblicato due libri di poesie, raccolte di racconti: Mica facile trovare un ammazzatigri (Neri Pozza 2002), Ocean of Words (Premio PEN/Hemingway 1997), Under the Red Flag (Premio Flannery O'Connor 1996), e i romanzi In the Pond, L'attesa (Neri Pozza 2000, «National Book Award 1999» e «PEN/Faulkner Award 2000»), Pazzia (Neri Pozza 2003), War trash (Neri Pozza 2006, finalista del «Pulitzer Prize 2005», Libro dell'anno 2005 del «New York Times»).

I LIBRI

Una vita libera

Ha Jin
Dopo mesi di duro lavoro come cuoco al Caffè Giada a Boston, Nan Wu ha comprato finalmente il suo ristorante. Certo, non è nel New England ma in Georgia, lo stato in cui i razzisti del Ku Klux Klan marciano ancora alla luce del sole e il clima non è molto dissimile da quello cinese, con estati troppo asciutte e inverni senza neve. Non sembra poi particolarmente elegante con la sua sala da pranzo con sei tavoli e otto séparé di similpelle marrone, le pareti quasi coperte di murali che raffigurano cavalli al galoppo, al pascolo, rampanti o intenti a giocare con le code sollevate. Probabilmente non è nemmeno cosí redditizio, come sostiene invece il taiwanese che glielo ha venduto, un vecchio con gli arti rinsecchiti e la schiena curva.
Pingping, però, la moglie di Nan, non sta nella pelle all’idea di possedere un ristorante e avere magari anche una casa tutta sua, dove allevare in pace il piccolo Taotao, appena giunto dalla Cina.
Se fosse semplicemente un cuoco, Nan farebbe forse anche lui salti di gioia. Ritrovarsi in America durante i fatti di Tiananmen, decidere di rimanervi e diventare di lí a poco proprietario di un’impresa non è certo cosa da poco per un immigrato cinese. Nan Wu, però, non è un immigrato come gli altri. È un poeta che possiede tremila volumi che nessuna libreria pubblica americana può accogliere, dato che vanno dall’opera omnia di Anna Achmatova in russo alla Politica fra le nazioni di Hans Morgenthau, ed è un uomo che ha lasciato una parte non piccola del suo cuore in Cina, tra le braccia della spietata e seducente Beina.
Può un uomo simile accontentarsi del benessere americano e rinunciare ai sogni, all’idea di una vita dedicata all’arte e alla poesia?
Primo romanzo ambientato negli Stati Uniti di Ha Jin, Una vita libera conferma lo straordinario talento dello scrittore cino-americano nel penetrare negli angoli piú nascosti della vita quotidiana, dove i sogni muoiono o risorgono all’improvviso travolgendo tutto e tutti.

War trash

Ha Jin

In questa notte del 1951, nel campo di detenzione americano dell’isola di Koje, in Corea, il cielo è color indaco e le stelle così fitte che sembrano toccarsi. Yu Yuan, giovane ufficiale dell’Esercito di Liberazione cinese, si è appena svegliato nella sua piccola e malconcia tenda, nella sezione del campo in cui gli americani hanno sistemato i prigionieri «comunisti» della guerra di Corea. Giusto il tempo di aprire gli occhi, e Yu Yuan ha visto con orrore due parole inglesi tatuate sulla sua pancia, proprio sotto l’ombelico: «FUCK COMMUNISM». Senza dubbio, un regalo dei prigionieri che soggiornano nei tendoni con strutture di ferro e se ne vanno in giro ostentando l’emblema con il sole: gli ufficiali che hanno prestato servizio nell’esercito di Chiang Kai-shek e che, sebbene indossino la stessa divisa degli altri prigionieri, con le medesime lettere «PW» sulle maniche o sui taschini, spadroneggiano nel campo.
Yu Yuan non è comunista, vuole semplicemente tornarsene in Cina da Tao Julan, la sua fidanzata, ma per i nazionalisti chiunque non voglia ricongiungersi a Taiwan è uno sporco traditore o un comunista.
Nell’arte di infliggere dolore, gli americani non scherzano sull’isola di Koje, ti picchiano, ti rompono le costole, ti spaccano la faccia e ti lasciano, com’è accaduto al commissario Pei, in una pozza di acqua putrida per notti intere. Solo i prigionieri nazionalisti cinesi sono capaci, però, di estrema raffinatezza nelle torture. Solo loro traggono autentico piacere dall’infliggere dolore agli altri. Ti spezzano le caviglie, ti obbligano a inginocchiarti su lattine aperte e taglienti; ti sfregiano il corpo con un coltello e poi ti mettono del sale sulle ferite; ti mettono a testa in giù dentro una tinozza vuota e ti solleticano le piante dei piedi con dei pennelli; ti legano a una panca e ti riempiono lo stomaco di acqua mista a polvere di peperoncino; ti spogliano e ti mettono dentro un barile con dei cocci di bottiglie di birra… Insomma, non mancano certo di inventiva…
Yu Yuan è partito per una battaglia che non capiva e, quando è stato fatto prigioniero, ha pensato che la guerra fosse finita. Ma nel campo, la guerra non è affatto finita, è diventata anzi ancora più sottile e terribile, una guerra in cui la sorveglianza e l’umiliazione sono spietate e in cui è difficile persino distinguere chi sia realmente il nemico. È diventata, insomma, una war trash, dove lo spettacolo della cancellazione della coscienza e della riduzione dell’esistenza umana a semplice, triviale sopravvivenza è la regola quotidiana…
Descrivendo magnificamente gli istinti umani chiamati in causa in un campo di prigionia americano durante la guerra coreana, Ha Jin ci offre con War trash uno straordinario romanzo dagli echi dostoevskijani e dalla bruciante attualità.

Pazzia

Ha Jin

L’ospedale si trova nel centro di Shanning, e a Jian Wan occorrono più di venti minuti per arrivarci in bicicletta. Non è ancora estate ma l’aria è soffocante, impregnata degli odori di grasso bruciato e di rafano stufato. File di panni stesi – lenzuola, camicette, pigiami, salviette, canotte, tute – sbattono languidi sui terrazzini dei condomini lungo la via. Jian Wan si sta recando all’Ospedale Centrale per andare a trovare il signor Yang, ricoverato nel reparto di terapia intensiva dopo l’ictus che l’ha colpito nei primi giorni di primavera. Jian studia letteratura classica all’università di Pechino, e il signor Yang è il suo professore oltre che il padre di Meimei, la sua bella e ambiziosa fidanzata.
Mentre passa accanto a un cantiere, un altoparlante fissato a un palo del telefono trasmette una partita di calcio. Con la sua voce flebile, il cronista sembra mezzo addormentato, proprio come gli operai che riposano all’interno della costruzione ingabbiata da un ponteggio di bambù. Oltre un enorme mucchio di sabbia, spicca un’insegna gialla con su scritto a caratteri rossi e cubitali: PUNTATE IN ALTO, METTETECELA TUTTA.
Jian Wan sente il dorso della camicia impregnato di sudore. È qualche tempo ormai che avverte una specie di sconcerto, uno smarrimento indefinibile, come se le cose fossero tutte, improvvisamente, fuori posto.
Il professor Yang, col naso lucido di sudore e una vena che gli pulsa sul collo, non parla più di letteratura ma soltanto di cervelli pronti a esplodere come pentole a pressione troppo piene; i colleghi all’università sembrano sempre più preda di strategie meschine, sotterfugi miseri, maldicenze; ovunque regna l’indifferenza o un sordido, spietato risentimento…
Con una scrittura tagliente e affilata come una lama e quel «delicato equilibrio tra vicende umane e politiche» (Library Journal) che solo i grandi narratori hanno, Ha Jin ci offre con Pazzia un ritratto unico e incomparabile della Cina della tragedia di Tienanmen: un paese in cui l’antico conflitto tra legge e individuo, integrità e pragmatismo, lealtà e tradimento ha lasciato il posto al sentimento della sconfitta morale e alla nostalgia della dignità perduta .

Newsletter

Resta aggiornato sulle novità e non perderti neanche un'anticipazione

Compila di seguito il campo inserendo la tua mail personale per ricevere la nostra newsletter