Quattro chiacchiere con Eugenio Murrali

Qualche curiosità sull’autore di Marguerite è stata qui, omaggio appassionato di un narratore esordiente a Marguerite Yourcenar

Leggendo Marguerite è stata qui un dato emerge spontaneamente: la passione dell’autore per Marguerite Yourcenar. Ci racconti com’è cominciata.

Ho in mente un momento preciso.
Nel luglio 2001 mi trovavo a Talence, una cittadina vicino a Bordeaux. L’estate era la stagione delle letture intense e io in quei giorni ero molto solo, felice, senza dirmelo, che il tempo fosse tutto mio. In valigia, tra altri libri, avevo messo Memorie di Adriano di Marguerite Yourcenar. Nel salone chiaro della casa in cui ero ospite, dalle tende color panna filtrava la luce fresca dell’Aquitania e io mi perdevo subito in quel “Mio caro Marco”, l’incipit della lettera indirizzata dall’imperatore Adriano a Marco Aurelio.
Mi colpiva quella scrittura che sapeva essere altissima, ma in fondo anche corporea. Ripensavo a lungo a frasi come questa: “Mangiare un frutto significa far entrare in noi una cosa viva, bella, come noi nutrita e favorita dalla terra; significa consumare un sacrificio nel quale preferiamo noi stessi alla materia inanimata”.
Poco dopo la prof di francese, allora per tutti Madame Brunì, mi regalò un libro di Sandra Petrignani, La scrittrice abita qui, dove si parla anche di Yourcenar. Scoprii così la vita coraggiosa e libera di quella donna che avevo imparato ad amare già attraverso le pagine delle Memorie.

Un secondo dato riguarda l’originalità della costruzione narrativa, per cui la personalità della scrittrice emerge attraverso un coro di voci che prendono parola pagina dopo pagina. Come ha scelto le figure attraverso le quali raccontare Marguerite e come ha affrontato lo studio preliminare alla scrittura?

Alcune figure erano imprescindibili: il padre Michel René, la compagna di una vita, Grace Frick, l’ultimo, travagliato amore, Jerry Wilson. Altre mi hanno permesso di illuminare anni meno noti della vita di Marguerite. Penso alla studentessa del College americano in cui Yourcenar ha insegnato per dieci anni, quando, lasciata l’Europa oppressa dalla Seconda guerra mondiale, si era ritrovata, con poco in mano, a doversi guadagnare la vita. L’infanzia è il momento più abitato di voci, che a poco a poco si diradano, perché la vita stessa di Marguerite Yourcenar si fa più solitaria.
Ho passato molte ora a leggere e rileggere le lettere disponibili, Il labirinto del mondo, la trilogia “autobiografica”, le biografie, le interviste e i libri-dialogo. Su alcuni personaggi c’era molto materiale, su altri pochissimo. Ho cercato di trasformare dettagli, gesti, azioni, parole in personalità, con una lingua basata su minime variazioni, evitando sia l’esercizio di stile, sia la caratterizzazione macchiettistica.
I capitoli affidati a un io narrante legano insieme e armonizzano le voci del “coro”.

Nel romanzo vengono citati diversi lavori di Yourcenar, in particolare Fuochi e L’opera al nero. Si sente particolarmente legato a questi testi?

Sì, a entrambi. Fuochi, come racconto, è stato per me un “libro-bussola”, quasi una cura dell’anima in alcuni momenti. È un libro breve, nel quale Yourcenar concentra una forza stilistica unica. Si esprime con una prosa lirica intensissima, rielabora figure del mito, Fedra, Clitennestra, Achille, ma non solo, e alterna brevi pensieri a pagine inebrianti. Alcune frasi mi accompagnano da anni: “Correnti di ricordi persistono attraverso l’abbrutimento notturno, mi trascinano verso una specie di lago Asfaltide. Impossibile sprofondare in quell’acqua satura di sale, amara come la secrezione delle palpebre. Fluttuo come la mummia nel suo bitume, nell’apprensione di un risveglio che tutt’al più sarà sopravvivenza. Il flusso, poi il riflusso del sonno mi capovolgono mio malgrado su questa spiaggia di batista. A ogni istante le ginocchia mi cozzano contro il ricordo di te”.
L’opera al nero è il romanzo che Yourcenar stessa preferiva tra i suoi. Rileggendolo in questi anni, ho imparato ad amare molto l’umanità di Zenone, che l’autrice considerava come un fratello. Questo alchimista-medico-filosofo del Cinquecento, sempre in odore di eresia, è un dolce inno alla libertà di pensiero, al coraggio dell’anticonformismo, che non di rado si pagano cari. Per immergermi nelle atmosfere delle Fiandre di Zenone sono stato a Bruges, a Gand: una meraviglia.

Regalatole da una professoressa dopo l’esame di maturità, I trentatré nomi di Dio è stato uno dei primi libri di Yourcenar che ha letto. Quale titolo suggerirebbe a chi si approccia per la prima volta all’autrice?

Alcune persone mi dicono di aver provato ad avvicinarsi a Marguerite Yourcenar iniziando da Memorie di Adriano, ma di aver presto desistito. Sconsiglierei di partire da quel capolavoro, perché è come sposarsi al primo appuntamento. A chi ami un libro soprattutto per il suo stile direi di partire da Fuochi o Alexis, per chi voglia perdersi in una storia avvincente consiglierei L’opera al nero, a chi preferisca i racconti suggerirei le bellissime Novelle orientali.

I volumi
Eugenio Murrali

Marguerite è stata qui

Marguerite è stata qui è l’omaggio appassionato di un narratore esordiente a una scrittrice vertiginosa e amatissima, alla prima donna ammessa all’Académie française, che ha fatto rivivere con parole immortali l’Imperatore Adriano, l’alchimista Zenone dell’Opera al nero e Alexis, Sophie, Nathanaël.
2023, pp. 192, € 17,00
Altre edizioni
  • E-book
    2023, pp. , € 9,99
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