Quattro chiacchiere con Denise Pardo

L’autrice di La casa sul Nilo risponde ad alcune domande sulla sua infanzia, sul trasferimento a Roma e sulla «magica alchimia» del Cairo

Oltre a essere un eccezionale memoir, La casa sul Nilo è la testimonianza di una realtà che oggi sembra un’utopia, laddove le diverse culture convivevano all’insegna della curiosità e del rispetto reciproco. Cosa significa crescere in un ambiente di questo tipo?

Mi ha insegnato la libertà e la sua importanza, non la libertà di fare ma quella di essere e condividere. Era stato semplice esserlo al Cairo dove la mescolanza aveva trovato una sua armonia, è stato più difficile provarla in un'Italia omogenea, conformista e sospettosa.
L'obiettivo del mio libro, l'obiettivo primario che poi si è trasformato in un romanzo, era quello di raccontare un luogo dove tutti i diversi potevano sentirsi uguali traendo dalle reciproche diversità un arricchimento, un complemento di ogni genere, letterario, linguistico, ideale, culturale e persino culinario.
Era una città che aveva come unico intento sedurti e se era il caso corromperti popolata da una società cosmopolita e affascinante - italiani, greci francesi, inglesi, armeni, russi, turchi - di donne meravigliose, massoni indiani, imam, rabbini e spie, un mondo afrodisiaco di sabbia e marmo, di fango e luce, di intrighi e rivoluzione.
Un méli-mélo diceva mia madre Fanny, il groviglio entusiasmante, la sicurezza di essere sfacciatamente se stessi senza nessuna paura.

L’Italia, vecchia e nuova, quanto le appare chiusa al confronto? C’è speranza per un futuro più tollerante e multiculturale?

Quando arrivammo a Roma, città del Papa e del Vaticano segnata dal credo e dal simbolismo il paradosso fu che noi diventammo esotici, strani, non binari fuori dalle righe dell'ortodossia di estrazione e provenienza. Creature di un altro pianeta.
Lasciare l'Egitto in modo così traumatico ha segnato la fine della mia età dell'innocenza, non potevo più essere felice come lo ero al Cairo, ero oppressa da un'ombra scura di cui nessuno mi aveva spiegato il significato e la ragione.
Avevo perduto tutto, la mia casa, le amiche, la scuola, la mano calda di mio padre che mi accompagnava lungo il Nilo in direzione del Cafè Groppi dove bevevo il mio succo di mango e papà era salutato con rispetto.
Il mango? chiedevano le compagne di classe a Roma quando raccontavo le passeggiate sulla Corniche. Cos'è? Alla fine rinunciavo. Loro non sapevano nulla di quella vita, erano gentili e accudenti, certamente incuriosite ma io ero desolata. Evitavo di citare la mia vita egiziana e dopo qualche anno mi soprendevo a domandarmi se era stata un sogno.
Oggi la sitazione è cambiata, i viaggi, i media, la libera circolazione delle menti e dei testi ha aperto le porte alla conoscenza, non a tutte le coscienze ancora, stanno tornando tempi in cui razzismo e antisemitismo ritrovano la ragione di farsi sentire senza vergogna ma sono certa che un futuro multiculturale sia un destino ineluttabile che lo si voglia o no.

Molte tra le figure presenti nel romanzo hanno compiuto un percorso per giungere al Cairo, a partire dalla famiglia di sua madre in fuga dalle persecuzioni antisemite. C’era spazio per queste storie? Che peso aveva il percorso individuale di ciascuno nella realtà che ricorda?

Città internazionali come il Cairo, Istanbul e Beirut erano composte soprattutto da persone e famiglie dalle storie lontane e complicate, mai ordinarie. Nel migliore dei casi erano vite intrecciate da matrimoni, incroci, meticci di passaporti e di religioni, sangue più mescolato di un cocktail caraibico, c'era sempre una prozia di Smirne o di Salonicco. Ma spesso erano uomini e donne dal passato fatto di persecuzioni, pogrom, prigionie, rovesci di fortuna. Il Cairo accoglieva tutti senza distinzioni e rispetto ai dolori e alle privazioni lasciati dietro le spalle la vita prendeva i connotati di un'immaginaria casa di rifugio e di rinascita. Lo è stato per la mia famiglia e per un numero infinito di sopravvissuti. Riusciva ad annullare persino il senso di colpa di aver abbandonato terre amate e legami profondi. Non era l'Eden anche se non mancavano i serpenti. Ma ci si avvicinava molto. Mia madre la chiamava la magica alchimia, ho sempre amato questa sua definizione.

Con l’ascesa al potere di Nasser, in un primo momento restò viva l’illusione che ciascuno avrebbe comunque potuto mantenere il proprio spazio nella nuova realtà. Col senno di poi, anche in riferimento alla contemporaneità più attuale, quand’è che dobbiamo iniziare a temere per la nostra libertà? Quali segnali dovrebbero allarmarci?

Mio nonno Misha diceva che il vento delle tempeste e dell'odio comincia a soffiare sempre nello stesso modo. E nello stesso modo la cecità vela i nostri occhi, le nostre menti, la nostra prudenza.
Come racconto nel libro mio padre sembrava non voler capire, eppure era un uomo molto intelligente, attento e pratico, i suoi fratelli lo supplicavano di aprire gli occhi e comprendere che l'Egitto e il suo popolo pacifico, affettuoso, allegro, stavano cambiando.
Suo suocero Misha, fuggito da Odessa, dai pogrom e dai bolscevichi annusò subito l'odore della rabbia e dell'intolleranza e l'avvertì per tempo. Ma più che a Misha mio padre volle credere al suo grande amico Hafez, uno degli uomini più vicini a Nasser, pazzamente innamorato di Kate, l'amica inglese di mia madre.
Ancora adesso quando il vento delle civiltà ne mostra il naufragio si continuano a commettere gli stessi errori, come se la natura umana dovesse ogni volta tirare a sorte la sua sorte giocando senza senso una scommessa di morte. La verità di segnali inequivocabili, il sospetto, la censura, il controllo della parola, della socialità, della religione sono sempre gli stessi. Tutto si trasforma ma niente cambia gli uomini.

Scrivere di sé e della propria famiglia non è mai un’operazione neutra e spesso prende la forma di un’autoterapia. Il romanzo le è servito a rappacificarsi con il passato?

Non è stata un'autoterapia, ne avevo già fatte e faticate molte. È stato difficile descrivere i propri genitori, raccontarli non con la prospettiva della figlia ma della scrittrice, guardarne bene i difetti senza addolcirli o nasconderli, non farne delle icone e nemmeno delle divinità minori. Volevo che mio padre, mia madre e i miei nonni apparissero come erano stati.
Il libro è servito a rappacificarmi con la mia storia, con le mie radici, a volte pesanti da sopportare, comunque sempre da difendere e che raramente mi hanno fatta sentire davvero al sicuro. È stata una sorta di riappropriazione della mia identità, così diversificata da non essere riuscita a volte a circoscriverla per capirla a pieno. Beati coloro che hanno un'identità chiara e pulita nel senso di ben definita, ho sempre pensato, tentando di amalgamare nella mia mente tutti i pezzi di me diversi tra loro. Ora ne vado fiera.
Mi manca mia nonna Bobe che avrebbe detto «Non ti tormentare sulla tua identità meyn autsr (tesoro in yiddish), mi sembra il compito di Qualcun Altro. Piuttosto mettiti subito la Cold Cream sul viso. Vuoi coprirti di rughe?» Le avrei ricordato che era improbabile che mi succedesse avendo diciannove anni e ci saremmo messe a ridere.

Il Cairo era giallo, Roma mi sembrò bianca scrive in una delle prime pagine del romanzo. Lo strappo dovuto alla fuga dal Cairo si è più rimarginato? Roma le sembra ancora bianca?

Lo strappo si rimargina, ma la cicatrice non si scolora è sempre pronta a fare male di nuovo, è una sentinella, lo strappo diventa genetica.
Roma è diventata la mia città non ha colori se non quello dell'affetto e della vita che ho costruito. Sono tornata al Cairo da grande per un viaggio di lavoro e ne sono stata di nuovo colpita al cuore, per anni mi sono preoccupata di dover dire di esserci nata non sopportando gli sguardi di stupore e a volte il pensiero che sentivo aleggiare: non è una di noi. Non avevo capito quanto ero stata fortunata nonostante tutto.
No, Roma non mi sembra più bianca, ha la sua luce come il Cairo.

I volumi
Denise Pardo

La casa sul Nilo

È un tempo lungo quello che Denise Pardo racconta in questo romanzo. Un tempo affascinante, cosmopolita, tollerante, ricco di stimoli. Un tempo di amicizie e di comprensione. Al centro de La casa sul Nilo, una famiglia di ebrei sefarditi arrivati...
2022, pp. 288, € 9,99
Altre edizioni
  • Bloom
    2022, pp. 288, € 18,00
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