Tre storie straordinarie

Le vicende di tre esploratori italiani, tratte da Viaggiatori straordinari di Marco Valle.

Marco Valle in Viaggiatori straordinari propone una galleria di esistenze estreme in cui ritroviamo un importante pezzo di memoria italiana. In versione ridotta, motivo per il quale occorre considerare quelle che seguono più come pillole che come estratti dal libro, ne ripercorriamo tre.

Ardito Desio, esploratore e geologo, ambientalista ante litteram

Di Ardito Desio, Marco Valle ebbe modo di ascoltare una diretta testimonianza. «Pensavo di trovare un nonnetto da liquidare con quattro domande, invece scoprii un personaggio inatteso e fascinoso», scrive l’autore di Viaggiatori straordinari.
Deserti, montagne, ghiacci, vette, sabbia, freddo e caldo: il tutto esperito inseguendo uno scopo preciso, ovvero quello di riconciliarsi con il Creato, fermo restando il proposito di non sovrapporsi alla Natura.
In anticipo sui tempi, Ardito Desio fu tra le altre cose un vigoroso ambientalista.
La sua avventura iniziò con la Grande Guerra. Partito come volontario all’insaputa della famiglia, nel 1916 venne nominato sottotenente del corpo degli alpini e strinse amicizia con Italo Balbo, anche lui giovane ufficiale. Questo incontro si rivelò fondamentale. L’amico dei tempi della guerra, infatti, divenne una delle personalità più influenti dell’Italia mussoliniana e affidò a Desio una serie di lavori che lo portarono a compiere straordinarie scoperte.
Laureatosi a pieni voti in Scienze naturali, prese inizialmente servizio come assistente all’Istituto di Geologia di Firenze, poi a Pavia e infine a Milano. Ma la vita sedentaria non faceva per lui.
Quando Balbo lo invitò a Tripoli, Desio assunse il compito di creare il Museo libico di Storia Naturale e di dirigere le indagini geologico-minerarie. Successivamente, nel luglio 1936, Desio partecipò a un segretissimo raid, organizzato sempre dal suo amico Italo, lungo i contestati confini meridionali. Si evince dalla Ricognizione aerea dei confini occidentali e meridionali della Libia che si trattò di un’esplorazione politicamente delicata e scientificamente impegnativa. Come ricostruito dagli autori, la missione consentì a Desio numerose osservazioni, custodite in un memoriale riservato (stampato in pochissime copie numerate) e presentato a Mussolini.
Il dinamico friulano continuò a lavorare sulla Libia scoprendo giacimenti di magnesio e potassio e, nell’oasi di Marada, la presenza di idrocarburi da cui furono estratti nel 1938 i primi litri di petrolio, tra cui un bottiglione che il professore mostrò a Valle nel loro incontro milanese.
In seguito alla conquista del K2, negli anni il professore continuò a programmare e guidare spedizioni in Pakistan, Afghanistan, Birmania e Filippine. Nel dopoguerra, questa volta invitato dal governo libico, tornò più volte nel Sahara per continuare i suoi studi del sottosuolo affiancando, come consulente, alcune compagnie petrolifere statunitensi (e riservatamente l’Eni di Enrico Mattei). In seguito a nuove, molteplici esplorazioni, le vicende belliche lo costrinsero infine a tornare alla vita accademica. Ardito Desio operò nell’Istituto di Geologia da lui fondato nel 1929 e di cui restò direttore sino al 1972, quando andò in pensione per limiti d’età.
Ardito Desio si spense a centoquattro anni il 12 dicembre 2001. La sua eredità spirituale è stata raccolta dall’associazione Ardito Desio, che ha come obiettivo principale quello di «diffondere quello spirito d’avventura che, associato all’esigenza di contribuire alla ricerca, ha guidato il professore in tutta la sua vita», rivolgendosi a tutti coloro «che trovano soddisfazione nel vedere gli scarponi consumati e sporchi di fango, mentre si perdono tra le nuvole dei propri pensieri scientifici».

Giovanni Battista Belzoni, il padre dell’egittologia moderna

Il padovano Giovanni Battista Belzoni, un personaggio eclettico dalla vita romanzesca, è stato definito da Marco Zatterin come il padre dell’egittologia moderna.
Sin da giovanissimo rivelò un carattere inquieto e incline all’avventura, ma la vera svolta giunse con l’incarico del recupero a Tebe del colossale busto di Memnone – in realtà la raffigurazione di Ramses II, il potente faraone che regnò per più di settant’anni in Egitto – e il suo trasporto in Inghilterra. Un incarico complicato, che però non spaventò Belzoni, il quale raccontò l’impresa in un’intervista rilasciata nel 1823 alla stampa inglese: «Era opinione di quelli che avevano visto il colosso l’essere quasi impossibile il rimuoverlo. Incontrai diverse difficoltà per mancanza di macchine. Con corde di foglie di palma, gli arabi non accostumati a tali lavori e tutti gli ostacoli che mi posero gli agenti francesi, pure vi assicuro che la perseveranza fu abbastanza per superare tutto. Alla fine mi riuscì di trasportarlo fino al Nilo, colà lo imbarcai, ed ora, con infinito piacere, sta collocato nel Museo Britannico».
Nel giugno 1817, Belzoni raggiunse Abu Simbel, il complesso templare costruito da Ramses II e da lui dedicato ad Amon-Ra e alla dea Hathor. Il tempio era stato casualmente scoperto nel 1813 da Burckhardt e Belzoni lo aveva visitato frettolosamente nel 1815, riuscendo a penetrarvi soltanto due anni dopo. L’esploratore scoprì, nella Valle dei Re, l’entrata del magnifico sepolcro di Seti I, da allora la «Tomba di Belzoni». Il padovano si calò «in tunnel lunghi dai due ai trecento metri, dove magari trovi un posto comodo da sedere ma non posto per riposare. Circondato da cadaveri, da mucchi di mummie spezzate, polverose, puzzolenti, osservai che la sabbia fra mezzo scompariva cadendo all’esterno. Dopo un lavoro di due ore ci imbattemmo in un’entrata attraverso la quale potemmo penetrare. Il 17 di ottobre fu un giorno fortunato, forse il più fortunato della mia vita».
Nel 1818, Giovanni tornò al Cairo e qui svelò l’ingresso segreto della piramide di Chefren, la seconda per grandezza nella piana di Giza e sino allora ritenuta inviolabile.
Dopo un lungo oblio, nel 2019 la città di Padova ha ricordato l’esploratore con una grande mostra significativamente intitolata "L’Egitto di Belzoni. Un gigante nella terra delle piramidi". Nell’introduzione del catalogo, Marco Zatterin scrive come, a distanza di duecento anni, «Giovanni colpisce chiunque abbia dentro il cuore un pezzo di Indiana Jones. Belzoni usò metodi rozzi, ma propose una visione di ampio respiro e un metodo scientifico inedito. Era il più grande saccheggiatore di tutti, come disse un presidente dell’Associazione archeologica d’America. Uno degli uomini più illustri d’Europa, ha risposto Charles Dickens, un esempio incoraggiante per chi non ha solo una mente lucida per le idee, ma anche un cuore per realizzarle. Belzoni rese l’ordinario straordinario e viceversa, così la sua vita non può essere raccontata come fosse un’esistenza qualunque. Occorre entrare in una dimensione differente».

Ippolito Desideri, il gesuita che aprì un dialogo con l’Oriente

Nato nel 1684 a Pistoia, Ippolito Desideri entrò appena sedicenne nella Compagnia di Gesù, dove si distinse negli studi e, soprattutto, nell’apprendimento delle lingue orientali, presentandosi come candidato perfetto per completare il progetto gesuitico d’evangelizzazione dell’Asia intera.
La sua prima missione fu nel lontanissimo Tibet, un mondo remoto, enigmatico e appena sfiorato dagli europei. Per raggiungere la sua remotissima destinazione, dovette intraprendere un viaggio lunghissimo scandito da un’infinità di tappe.
Una volta arrivato a destinazione, Ippolito fu ricevuto dal re Lhabzang Khan (dal 1705, dopo aver detronizzato il VI Dalai Lama, nuovo padrone del Paese) al quale espose con assoluta sincerità lo scopo della sua missione: propagare il Vangelo e convertire gli abitanti del Tetto del Mondo al cattolicesimo. Il sovrano, incuriosito, invitò il gesuita ad approfondire le sue conoscenze sul buddhismo e sulla cultura del posto. Dopo faticosissimi studi, il missionario riuscì a impadronirsi dell’idioma locale: il risultato fu un libro in versi tibetani, L’aurora indica il sorgere del sole che dissipa le ultime tenebre, scritto in forma dialogica fra «il padre cristiano che spiega la religione pura e vera e l’uomo dotto che cerca la pura verità» e presentato al re che, pur ammirato dallo sforzo di Desideri, non si convertì mai al credo evangelico.
Il missionario compì in quegli anni numerosi viaggi nel Tibet sud-orientale, nel bacino dello Tsangpo e del Subansiri. Primo europeo in terrae incognitae, il toscano visitò le regioni di Kongpo, Nang e Loro e si avvicinò all’attuale confine con l’India dove, nel versante meridionale himalayano, vivevano gli lopa, coriacee popolazioni aborigene temute persino dai tibetani. Desideri non ne ebbe timore e cercò di apprendere la loro lingua e studiare le loro usanze. L’infaticabile e curiosissimo religioso continuò ad annotare nei suoi taccuini ogni particolare: un vero tesoro di informazioni scientifiche e geografiche che «per la sua profondità e diligenza resiste all’urto dei secoli e al perfezionarsi dell’indagine», parole di Giuseppe Tucci, il più grande tibetologo italiano del Novecento, alle quali si aggiunge il messaggio dell’attuale Dalai Lama, Tenzin Gyatso: «Sebbene Desideri avesse raggiunto la nostra terra come missionario, e quindi fosse intenzionato a convertire i tibetani al Cristianesimo, quel suo immergersi nella cultura tibetana produsse uno straordinario primo abbozzo di dialogo interreligioso. Il gesuita studiò a fondo la filosofia e la pratica del buddhismo in un’epoca in cui il concetto stesso di dialogo interreligioso era praticamente inconcepibile. Ecco perché lo ritengo un autentico pioniere in tale campo».

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