Le voci dell’amicizia nel nuovo romanzo di Elizabeth Day

Confessioni di un’amica di Elizabeth Day esplora i mille volti dell’amicizia, un sentimento spesso trascurato, tanto complesso quanto sfaccettato

Nel suo nuovo libro, Confessioni di un’amica, Elizabeth Day celebra e indaga un sentimento troppo spesso trascurato, quello dell’amicizia.
In questo testo, tra la riflessione e il memoir, la scrittrice e giornalista britannica si domanda se le dinamiche proprie della relazione amicale possano accostarsi a quelle della relazione romantica, e se sì in quali occasioni e modalità.
Day si chiede, ad esempio: tra amici ci si lascia? Cosa succede quando si cambia e non si ha più voglia di frequentare i legami di una vita? E ancora: gli amici possono essere una seconda famiglia?
Sulla scia di questi interrogativi, ciascun capitolo inizia con una voce dell’amicizia. Un pensiero sul tema espresso da un variegato ventaglio di figure, lontane per età, vita ed esperienze, che sono state intervistate dall'autrice.
Ne anticipiamo qualcuna.

SARA

Sara Gulamali, venticinque anni, artista e co-fondatrice del collettivo artistico Muslim Sisterhood.

Mia madre morì quando avevo quindici anni e in quel periodo le amicizie mi fornirono un sostegno materno, per così dire, perché c’erano cose di cui non volevo parlare con la mia famiglia. Furono un’àncora: se avevo dei problemi a casa o legati alla pubertà le mie amiche si trasformavano in un gruppo molto protettivo. All’epoca per me l’amicizia aveva quel significato. Poi mi sono ritrovata all’università, a esplorare quegli ambienti, e in qualità di donna di colore musulmana in un ambiente decisamente bianco, il collettivo Muslim Sisterhood è diventato una sorellanza a tutti gli effetti. Era più di un’amicizia, era un luogo in cui parlare di fede o di problemi… Senza le mie sorelle non sarei riuscita a superare tanti momenti difficili. Dato che da ragazzina non ho avuto amici musulmani, ho dovuto creare una comunità di persone che capisce davvero quello che sto vivendo. Se un mio parente stava male, per esempio, potevo chiedere alle altre se avevano voglia di pregare per lui: un gesto di grande profondità che non avrei potuto ottenere da nessun altro. Mio padre ripeteva spesso che «il sangue non è acqua», ma non sono mai stata d’accordo. Perché, per quanto mi riguarda, le mie amicizie sono in gran parte diventate la mia famiglia, e per me non ci sono differenze. È chiaro che gli amici vanno e vengono mentre i parenti restano per sempre al nostro fianco, però sono proprio gli amici a capire ogni aspetto della nostra vita, a non avere preconcetti su chi dovremmo essere. Con loro possiamo essere noi stessi e avere la certezza di essere accettati.

RAY

Ray Winder, sessantotto anni, presidente del North Walsham Men’s Shed, nel Norfolk settentrionale, un progetto comunitario con lo scopo di avvicinare individui e collettività.

Gli uomini – specialmente quelli che vivono da soli, dopo aver perso il partner – hanno la tendenza a finire in una routine: si svegliano al mattino, svolgono i compiti casalinghi inevitabili (sempre che ne abbiano voglia, non per tutti è così) e poi si ritrovano a fissare il muro, in preda alla solitudine. E, senza nemmeno rendersene conto, si armano di telecomando, accendono la tv e ci si piazzano davanti. Qualche ora dopo capiscono di aver sprecato la giornata perché non hanno visto anima viva. Il Men’s Shed dà loro l’opportunità di dire: «Posso andare lì, coltivare nuove amicizie, parlare con qualcuno». Negli anni, varie ricerche hanno dimostrato che voi donne uscite di casa, vedete le amiche e parlate dei vostri problemi, senza grosse difficoltà! Amo spesso ripetere che noi uomini, purtroppo, siamo convinti di essere James Bond, di poter fare qualsiasi cosa… tranne nei momenti di crisi.
Lo scopo dell’amicizia è avere qualcuno di fidato, con cui si ha voglia di parlare e si può discutere dei propri problemi, soprattutto nei frangenti più difficili, e viceversa. Più parliamo dei nostri problemi, più il loro peso diminuisce, e farlo con un amico ci aiuta tantissimo. Un mio caro amico che vive a Stevenage è venuto a trovarmi, per caso, proprio quando mi è stato diagnosticato un tumore alla prostata, ed è stato fantastico averlo a fianco e avere il suo sostegno. Sarebbe dovuto tornare a casa quello stesso giorno, ma ha subito chiamato la moglie, che l’ha raggiunto. Si sono fermati una settimana in più per starmi vicini. Ecco cos’è l’amicizia.

Il tumore di Ray è attualmente in fase di remissione.

DANIELLE

Danielle Bayard Jackson, trentacinque anni, friendship coach.

Ricordo un caso specifico: due migliori amiche che si conoscevano da anni e che stavano passando un periodo problematico. Durante la call abbiamo scoperto che una voleva portare avanti il rapporto e l’altra no. È stata molto dura e i nodi sono venuti al pettine solo alla fine della sessione, quando una è sbottata e ha detto: «Non so se voglio continuare così». Ripeto, è stata davvero dura vedere l’altra amica ricevere la notizia. A quanto pareva, sembrava che la prima fosse «cresciuta» più della seconda, che aveva prenotato la seduta sperando che le aiutasse a superare i malintesi e a riavvicinarsi… ma poi è emerso che la prima non voleva saperne. Le sue parole mi hanno dato l’impressione che avesse fatto molti passi avanti: aveva una nuova relazione sentimentale, una nuova carriera, una nuova concezione di divertimento… La seconda ha ripetuto più volte: «Ti ricordi, facevamo questo e quello, e adesso non più» e: «Un tempo mi chiamavi tutti i giorni, ora non ci sentiamo quasi più, hai dei nuovi amici»… È stato doloroso assistere a quello scambio, vedere che una di loro rimpiangeva il passato mentre l’altra alla fine ha risposto: «Mi dispiace, ma non ce la faccio più. Ormai sono una persona diversa». Mi ha spezzato il cuore, però per lei è stato liberatorio: era chiaro che si sentiva davvero in colpa ad ammetterlo, ma pure sollevata di poterlo finalmente dire.
Se dovessi indicare quali sono i cinque principali problemi di amicizia che le donne mi sottopongono, uno sarebbe: essere cambiate rispetto alle abitudini che si avevano con l’altra persona, trovarsi in una fase diversa della vita, aver fatto dei passi avanti… tanto da non ritrovarsi più in quel rapporto. Ecco perché ricordo spesso che dalle ricerche nell’ambito emerge che, ogni sette anni, rinnoviamo metà delle nostre amicizie e che quindi, in una certa misura, dobbiamo aspettarci che qualche rapporto finirà perché siamo proprio noi a cambiare.
È una sorta di potatura naturale, che può essere positiva.

WILKIE

Wilkie Bobin, dieci anni, studente di prima media.

Credo che avere degli amici sia importante e che senza di loro la vita sarebbe difficile. Tipo, hai voglia di patatine ma non ti va di andare a prenderle, e non sai a chi chiedere il favore… Se invece hai un amico, puoi andarci con quella persona. E poi, se sei davvero depresso, gli amici ti possono consolare e tirare su di morale.
Sono molto amico di mio fratello e di mia sorella, ma so che loro ci saranno sempre. Non possono scappare da un giorno all’altro (e anche in quel caso scapperei con loro), mentre gli amici possono trasferirsi o smettere di trovarmi simpatico ecc., e quindi con loro bisogna impegnarsi di più. Per me un amico è una persona che ho voglia di vedere, che mi invita a casa sua e che io invito a casa mia. Avere un amico è diverso che essere amichevole, perché si può essere amichevoli anche con qualcuno per cui non si prova simpatia, ma non si può essere amici di qualcuno che non ci sta simpatico.
A me le persone piacciono. A scuola ci sono cinquantasei studenti del mio anno, e sono amico di quindici o venti di loro. Al di fuori della scuola ho più o meno dieci amici. I miei genitori hanno un sacco di amici, quindi sono un po’ obbligato a essere amico dei loro figli. E ho circa venti amici adulti. Mi piace mantenere i contatti con gli altri perché, se non lo faccio, li perdo di vista. Preferisco parlare con loro di persona o su Facetime. I miei amici hanno punti deboli e punti di forza. So chi chiamare se mi sento giù oppure quando sono pieno di energia e ho voglia di chiacchierare. Non ho un solo migliore amico perché spesso dire queste cose fa sentire esclusi gli altri. Ho cinque migliori amici, più dieci «amici medi» che frequentano una classe diversa e che quindi vedo solo all’intervallo o nel pomeriggio. Un sacco di gente è gelosa, ma io no e penso di essere unico in questo. Non mi importa se qualcuno smette di passare il tempo con me. Credo che i maschi e le femmine prendano diversamente le amicizie. Non voglio essere sessista, però i maschi, quando litigano, si danno uno spintone e urlano: «Sei stato tu!», «No, sei stato tu!», «No, tu!», finché uno dei due dice: «Sì, okay, sono stato io». L’altro risponde: «Te l’avevo detto» e fanno pace. Le femmine della mia scuola passano quasi tutto l’intervallo e il pranzo a parlare dei problemi che hanno fra amiche, quando basterebbe scusarsi a vicenda e chiudere la questione.
Le cinque qualità fondamentali che cerco negli amici sono: gentilezza; saper accettare se non gioco con loro, quindi essere rilassati; non essere troppo testardi ed essere curiosi verso le cose nuove; essere interessanti, perché essere amici di una persona noiosa sarebbe noioso; aver voglia di fare tante cose. Punti extra a chi dimostra rispetto e ha un buon senso dell’umorismo.

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