Neri Pozza Editore | I Colibrì
 

I Colibrì

Le altre vie della contemporaneità

I mille colori dei saggi

In primo piano

Così ricostruimmo l'Italia

Alfio Caruso

All’inizio del giugno 1945, dopo un mese di pace in Italia, i mezzi di trasporto ferroviario, rispetto all’anteguerra, sono a un sesto, gli autocarri a meno della metà, la flotta mercantile a un decimo. Servono sette ore per andare da Roma a Napoli, trentasei da Torino a Roma su un unico treno giornaliero, trentatré da Milano.
Per il trimestre estivo, gli approvvigionamenti di carbone sono valutati a un decimo del fabbisogno, pure lo zucchero è a un decimo, la carne a un quarto. Il Nord della Penisola è attraversato da una scia di odio sanguinario; i partiti politici si sbranano sul futuro assetto statuale, monarchia o repubblica; l’indipendentismo minaccia la Sicilia; Tito ha allungato le mani su Trieste e il Friuli Venezia Giulia.
Eppure in quindici anni l’Italia stupirà il mondo con una rinascita che non ha precedenti.
Ad accompagnare i sogni arriva subito la schedina, prima con il «12», poi con il «13». Il Grande Torino, Coppi, Bartali ridanno un minimo di orgoglio a un Paese umiliato dal fascismo e annichilito dalla guerra persa. La scuola, il diploma, la laurea diventano il traguardo di moltissime famiglie convinte che il «pezzo di carta» consentirà ai figli un domani migliore. Scandali, imbrogli, misfatti rimangono spesso sotto il pelo dell’acqua e in ogni caso non infrangono l’ottimismo di fondo. La guerra fredda, lo scontro fra le grandi ideologie scavano baratri incolmabili, tuttavia permane una solidarietà di fondo tra le diverse anime della Nazione. Sia a destra, sia a sinistra in diverse occasioni l’interesse di bottega viene sacrificato davanti all’interesse generale.
Capo del governo per sette anni, l’asburgico De Gasperi tiene a freno i grandi nemici della sinistra, Togliatti e Nenni, e quelli dell’oltranzismo cattolico rappresentati da Luigi Gedda, il pupillo di Pio xii. Dalle ceneri dell’agip il monopolista a fin di bene Mattei costruisce l’eni e lo usa per rompere il predominio petrolifero delle sette sorelle. Dall’inventiva di Enzo Ferrari e di Enrico Piaggio nascono due gioielli invidiati dal mondo. Gli italiani sostituiscono la Vespa alla bici in attesa di salire prima sulla Seicento, poi sulla Cinquecento. La nascente televisione regala una lingua al Paese, lo racconta e lo fa conoscere ai tanti, che mai si sono mossi dal borgo natio. Il cinema italiano conosce il suo periodo più fecondo contrassegnato dagli oscar a De Sica e a Fellini, dai trionfi di Rossellini al festival di Cannes.
È la grande stagione della ricostruzione, un periodo della nostra storia in cui le accese divisioni sociali e politiche si accompagnano al comune desiderio di rinascita di una Nazione.

Questa vita

Martin Hägglund

Finitezza, libertà e socialismo sono i concetti attorno a cui ruota la riflessione contenuta in questo libro che, come ha scritto il New Yorker, è una di quelle rare opere dalla cui lettura si esce «con una visione più chiara delle cose», a prescindere dal fatto che si condividano o no le sue tesi.
Finitezza, libertà e socialismo sono anche i termini attraverso i quali Questa vita articola la critica e cerca di mostrare l’infondatezza delle «fedi» che sembrano caratterizzare il nostro tempo: il ritorno del sentimento religioso, il concetto della libertà come autodeterminazione e indipendenza dell’individuo, la concezione economica del liberismo.
Ribadire il concetto di finitezza significa innanzi tutto, per Hägglund, affermare risolutamente l’impensabilità di ogni prospettiva religiosa. La fede in una vita eterna, che è alla base di ogni argomentazione religiosa, presuppone infatti un’esistenza che non ha mai termine, che non si arresta mai. Ma un’esistenza così fatta non ha bisogno di essere sostenuta, non necessita, cioè, di alcuna attività, di alcuna cura, di alcun pensiero. L’esistenza alimenta il pensiero e ha senso soltanto in quanto è un’esistenza esposta al pericolo di finire ed è, perciò, qualcosa di cui occorre prendersi cura perché sia, perché continui ad essere.
«Essere finiti – suona un passo di quest’opera – significa innanzitutto due cose: che si dipende dagli altri e si vive in relazione alla morte. Sono finito perché non posso provvedere alla mia vita da solo e perché morirò».
Da questo punto di vista, anche l’ideologia dell’autodeterminazione assoluta, la religione della libertà come indipendenza dell’individuo, non ha alcun fondamento per Hägglund. Ci prendiamo cura della nostra esistenza, e agiamo nella forma più alta di questa cura, il pensiero, perché la nostra è un’esistenza fragile, intrisa di temporalità, delimitata dalla sua finitezza e dal rapporto con gli altri, innanzitutto dal mondo storico e dal passato da cui scaturisce.
Passando da Agostino a Hegel, da Marx a Heidegger, da Dante a Proust, da Keynes a Hayek, Hägglund mostra come non la liberazione dalla dipendenza sociale e dal tempo sia la posta in gioco nell’autentica libertà, ma al contrario la liberazione del proprio tempo e della propria esistenza sociale. Liberazione che rende necessario, oggi più che mai, ripensare la prospettiva del socialismo democratico in cui siano i bisogni di «questa vita», il valore della nostra esistenza qui ed ora, e non l’accumulazione infinita di capitale, al centro dell’attività umana.

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