I Colibrì

Le altre vie della contemporaneità

I mille colori dei saggi

In primo piano

Vietnam. Una tragedia epica

Max Hastings

La guerra del Vietnam costituisce senza dubbio il conflitto che, dopo la fine della Seconda guerra mondiale, ha esercitato la maggiore influenza sulla cultura del proprio tempo e su quella degli anni successivi. A quasi mezzo secolo di distanza, sono ancora vive nella memoria collettiva le immagini che ne fanno una guerra-simbolo del secondo Novecento: la foto, ad esempio, del capo della polizia di Saigon che spara a un prigioniero vietcong durante l’offensiva del Tet nel 1968; o quella della bambina che urla, correndo nuda in preda alla sofferenza dopo essere rimasta vittima di un attacco con il napalm nel 1972; o la foto della scala sulla quale, la sera del 29 aprile 1975, alla vigilia della caduta di Saigon, i fuggiaschi salgono verso un elicottero, come se stessero ascendendo al Calvario.
Attraverso tali immagini si è radicata, in Occidente, la percezione dell’umiliazione subita in quel conflitto dagli Stati Uniti, la nazione più potente del pianeta, e del contrasto fra l’arte bellica di una superpotenza, che metteva in campo una tecnologia diabolica simbolizzata dal bombardiere b-52, e quella di contadini che indossavano il cappello a cono di paglia o il casco coloniale, e che per spostarsi si affidavano ai sandali e alle biciclette.
La guerra durò tre decenni, costò fra i due e i tre milioni di vite e, negli Stati Uniti, determinò la rovina di un presidente e la caduta di un altro. Ha prodotto, inoltre, una sterminata letteratura, oltre a numerosi film, canzoni e così via. In nessuna opera, tuttavia, è stata indagata come in questo monumentale libro.
Max Hastings ricostruisce la sua vicenda politica e strategica con un rigoroso ordine cronologico, mostrando l’imperizia dell’amministrazione americana nella conduzione del conflitto – dapprima con mille esitazioni, nel timore di una reazione degli alleati russi e cinesi del Vietnam del Nord, poi con una risolutezza spropositata che, con l’operazione Rolling Thunder, il bombardamento forzato, ebbe il solo effetto di rafforzare il supporto popolare al regime vietcong «generando un entusiasmo patriottico e nazionalista».
Come in tutti i libri dello storico inglese, il volume mostra anche come «si viveva la guerra», come la vivevano «i contadini del delta del Mekong, i piloti degli Huey venuti da Peoria, i grunts di Sioux Falls, i consulenti della difesa aerea di Leningrado, i ferrovieri cinesi» e, persino, «le entraîneuse di Saigon».

L'attentato

Manfred Schneider

«L’attentato è il demone delle utopie liberali»: così suona un’affermazione di questo libro che avanza una suggestiva interpretazione della «ragione paranoica» che guida gesti e pensieri degli attentatori nell’epoca delle democrazie liberali.
L’entrata in scena della figura dell’attentatore ha di certo una storia millenaria. Quello che può essere considerato l’archetipo di ogni attentato politico, l’assassinio di Gaio Giulio Cesare, risale al 44 a.C. È tuttavia noto che il numero degli attentati nel mondo occidentale è cresciuto da quando gli Stati d’Europa e d’America si sono sottoposti alle leggi, alle limitazioni e agli obblighi di trasparenza della democrazia e della divisione dei poteri.
Più Stato e governo si mostrano, nella modernità, trasparenti, più il sospetto che tutto ciò che accade non sia altro che teatro, gioco di maschere, sapiente inganno, segue il potere come un’ombra.
Interrogando questo apparente paradosso, Schneider propone in queste pagine la sua affascinante tesi: nell’epoca della modernità, la «ragione paranoica» dell’attentatore svela la patologia stessa della politica. Abbandonata alla contingenza e alla casualità delle sue disposizioni, la politica esibisce, come contraltare, quella che Kant definiva una «forza immaginativa che lavora sul falso». Nella figura dell’attentatore questa forza immaginativa, o «ragione paranoica», risponde alla crescente complessità del mondo politico moderno con monotone spiegazioni riferite sempre a una sola causa: accusa gli ebrei, il capitale, il padrone, la stampa, i maschi, i massoni, il sesso, i comunisti, l’Occidente, i geni, il cervello, il male. In quella dello Stato liberale, che vorrebbe essere il regno del razionale, del regolativo, del calcolabile, del normativo e si ritrova, invece, ad avere costantemente a che fare col casuale, il contingente, l’imprevedibile, la «ragione paranoica» alimenta legioni di pianificatori, aruspici e servizi segreti che osservano i multiformi nemici del potere o, se mancano, li inventano: partiti rivoluzionari, gruppi radicali, terroristi con motivazioni politiche o religiose, Stati nemici. Una gigantesca attività, che costituisce il sistema corrispondente, la controparte, del terribile sospetto che leva il sonno all’attentatore.
Dai tanti imperatori romani periti di morte violenta, all’assassinio di John F. Kennedy fino all’attacco alle Twin Towers, Schneider elabora la sua «critica della ragione paranoica» dell’attentatore attraverso una suggestiva ricostruzione che coniuga abilmente indagine filosofico-politica, storia delle idee e psichiatria.

Ricerca Avanzata

Newsletter

Resta aggiornato sulle novità e non perderti neanche un'anticipazione

Compila di seguito il campo inserendo la tua mail personale per ricevere la nostra newsletter