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La Quarta Prosa

La critica della modernità nelle opere di grandi pensatori, dei cabalisti, dei trattatisti, medievali

In primo piano

Luoghi etruschi

David Herbert Lawrence

Nell’aprile del 1927, D.H. Lawrence, che abitava con la sua compagna Frieda Weekley a villa Mirenda a Scandicci, intraprende con l’amico Earl Brewster un appassionato pellegrinaggio nei luoghi etruschi. Partendo da una visita al museo di Villa Giulia a Roma, i due amici raggiungono Cerveteri, Tarquinia, Vulci e Volterra. Il resoconto di questo viaggio rimasto incompiuto (Lawrence si proponeva di visitare anche Chiusi, Cortona, Civita Castellana, Norchia, Vetulonia, Bieda – l’attuale Blera) fu pubblicato un anno dopo la sua morte, nel 1932. Il libro, snobbato dagli etruscologi e poco letto in Italia, è ben altro che un libro di viaggio e contiene, forse più dei romanzi, l’espressione più viva e articolata della sua visione del mondo. Nelle pitture delle tombe di Tarquinia, nelle necropoli tagliate nella roccia, nelle pareti scolpite di peperino che precipitano a picco su un corso d’acqua, il suo sguardo non cercava soltanto opere d’arte o testimonianze di una grande cultura dimenticata. Lawrence – così lo descrive Rebecca West – viaggiava «in una sorta di estatica agonia», cercando quella «visione apocalittica dell’umanità» che era la sola cosa che gli interessasse. In questione in questo libro straordinario non è, come si continua stancamente a ripetere, l’esaltazione del sesso e della sensualità da parte di un malato ormai impotente: Luoghi etruschi è in verità un visionario messaggio politico, in cui ogni parola è rivolta contro quella «forza distruttrice dell’anima» che Lawrence descrive nell’Apocalisse pubblicata l’anno stesso delle sua morte: «Lo stato cristiano moderno è una forza distruttrice dell’anima, perché è formato di frammenti che non hanno un’interezza organica, ma solo un insieme collettivo… Una democrazia non può non risultare oscena, perchè composta di miriadi di frammenti disuniti, ognuno dei quali pretende di assumere per sè una falsa interezza, una falsa individualità. g.a.

Venezia. Nascita di una città

Sergio Bettini

Che cosa fa di Venezia Venezia? Qual è l’intenzione artistica, la forma che concede a Domenico Theotocopuli di Candia o ad Antonio Vassilachis di Milo, Giorgione di Castelfranco, Tiziano di Pieve di Cadore di sentirsi perfettamente veneziani e di parlare artisticamente in veneziano? 
Ritenuto unanimemente il capolavoro di Sergio Bettini, Venezia. Nascita di una città, che qui ripresentiamo in una nuova edizione con un ricco apparato iconografico, costituisce certamente un unicum nella cultura italiana, oltre che il compendio dell’opera di uno studioso che appare oggi come uno dei più originali pensatori del nostro Novecento. Mostrando come Venezia obbedisca attraverso i secoli a un suo Kunstwollen, a una sua propria intenzione artistica, Bettini illumina la città lagunare come una sola, coerente e viva opera d’arte. La nascita, e il divenire storico di Venezia, la sua struttura urbana, le architetture tutte risolte in facciata, le superfici lucenti dei mosaici e le ombre ribattute delle polifore rispondono a una forma che contesta gli ordini della geometria e le costruzioni della prospettiva, sovverte le gerarchie della statica, ignora le rigide simmetrie e si tiene in bilico, quale ostinato miracolo, tra le superfici illimitate dell’acqua e del cielo. Tutto, spiega Bettini, a Venezia è luce e ritmo, o meglio «tempo», dimensione incomparabile in cui questa forma attesta nei secoli la sua esistenza. E Venezia davvero esiste soltanto se non viene da noi «contemplata» – né ridotta, come accade, a lugubre museo, spettacolo miserabile, vile cartolina – ma propriamente vissuta.

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