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La Quarta Prosa

La critica della modernità nelle opere di grandi pensatori, dei cabalisti, dei trattatisti, medievali

In primo piano

Fuga dal carcere

Gianfranco de Bosio

Nel 1944 Verona è allo stremo delle forze: sfigurata dai bombardamenti e occupata dai tedeschi, dopo la liberazione di Mussolini per mano dei nazisti è diventata una delle capitali della Repubblica Sociale Italiana.
Vi è però un’altra Verona, nascosta agli occhi dei più, in cui si muovono, con cautela, coloro che, animati da spirito di libertà e patriottismo, tentano di opporsi al violento potere dei suoi occupanti. È in questo clima che avviene uno degli episodi più noti e celebrati della storia della Resistenza veronese: l’evasione dal carcere degli Scalzi di Giovanni Roveda, figura centrale del sindacalismo italiano e bandiera dell’antifascismo.
Testimone diretto della rocambolesca fuga di Giovanni Roveda, Gianfranco De Bosio rievoca, in questo libro lucido e appassionato, non solo l’azione di salvataggio condotta dai sei intrepidi gappisti che il 17 luglio 1944 entrarono nel carcere scaligero, prelevarono Roveda ed ebbero un duro e sanguinoso scontro armato con le guardie carcerarie. Ma anche i mesi precedenti all’evasione, quando, appena ventenne, venne inviato a Verona dal Partito d’Azione veneto con l’incarico di ricostituire il Comitato di liberazione veronese, i cui membri erano stati arrestati e inviati nei campi di concentramento.
Mostrando cosa significa servire il proprio Paese e lottare fino all’estremo sacrificio, se necessario, per l’affermazione dei principi di democrazia e libertà, Gianfranco de Bosio ha scritto un libro imprescindibile nella difesa della memoria della Resistenza e di chi, in un’Italia piegata dal fascismo, combatté per la libertà.

Il dio sensibile

Emanuele Dattilo

«Che cos’è il panteismo? Una nozione oscura e vaga, che afferma la contraddittoria unità di dio e del mondo e che ci è nota essenzialmente attraverso l’implacabile critica dei teologi, o qualcosa che dobbiamo ancora pensare nella sua verità? Il grande merito di questo “saggio sul panteismo” è di formulare da capo con sobrietà e chiarezza le condizioni che lo rendono pensabile. Una lettura attenta e, insieme, serrata delle sue folgoranti apparizioni nella storia del pensiero, da Davide di Dinant a Giordano Bruno, da Avicebron a Spinoza, da Scoto Eriugena a Campanella mostra che il panteismo non è una dottrina su Dio, ma il tentativo di pensare l’identità di mente e materia; non è una tesi sull’identità fra un Dio ubiquo e senza luogo e i luoghi del mondo: è, piuttosto, il tentativo di pensare l’aver luogo di ogni cosa in Dio e, insieme, il farsi sensibile di Dio in ogni cosa. Il panteismo è, allora, la revoca di tutti i dualismi (sensibile/intelligibile, materia/forma, essere/pensiero, soggetto/oggetto, causa/effetto, ma anche: sacro/profano, bene/ male) su cui la cultura occidentale ha fondato la sua inaudita potenza e, insieme – com’è oggi più che mai evidente – il suo rovinoso fallimento. In questo senso il panteismo non è una filosofia: è la filosofia, insieme prima e ultima, una sorta di filo rosso che traversa tutta la trama del pensiero e non può esserne tolto senza che tutto il tessuto – il testo – si laceri. E il lettore che avrà seguito l’acrobatica, puntigliosa argomentazione di Dattilo vedrà alla fine apparire limpidamente davanti al suo sguardo quel dio sensibile, che non è altro che la vita – unica, amorosa e incandescente – della mente e della materia». Giorgio Agamben

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