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Biografia e memoir

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Caffè e sigarette

Ferdinand von Schirach

Caffè e sigarette è l’opera di Ferdinand von Schirach accolta, al suo apparire in Germania, da un grande favore di pubblico e di critica e salutata come uno dei migliori libri di autofiction della narrativa tedesca contemporanea. Una definizione che coglie in parte una indiscussa verità, quella per la quale Schirach parla,in questo libro, di sé e della propria vita con gli strumenti propri della fiction, ma che non traduce pienamente l’ambizione letteraria che alimenta queste pagine.
Schirach rifugge dalla presunzione dell’autorappresentazione, ben conscio dell’inafferrabilità del Sé, persino della sua inattendibilità, se separato dalle circostanze, dagli eventi, dalle situazioni e dalle vite altrui che lo determinano come tale.
Tratta dunque della propria esistenza laconicamente, per via indiretta e per interposta persona, come si suole dire. Ripercorre rapidamente gli odori e i colori della propria infanzia, la tragedia della morte del padre, vissuta a quindici anni, la presenza sempre incombente, come un macigno ineliminabile, del fantasma del nonno Baldur, i fumatori incalliti che sullo schermo e nella vita reale hanno acceso la sua immaginazione – da Jean-Paul Belmondo, che in À bout de souffle muore sul boulevard parigino con la sigaretta in bocca, a Helmut Schmidt, che si faceva ovunque beffe del divieto di fumo –, gli incontri rivelatori dell’insensata finitezza della vita, come quello con l’anziana e ricca signora che non riesce a perdonare il suo amante, colpevole, ai suoi occhi, di essere morto per una ridicola puntura di vespa durante un picnic.
Scene, personaggi ed eventi suggestivi, attraverso i quali traspare il personaggio Ferdinand von Schirach e, soprattutto, si rivela la sua pacata malinconia, quella struggente consapevolezza della fragilità dell’esistenza umana e dei miti crudeli che tentano di rimuoverla e che traversano da cima a fondo la storia tedesca. «Amare sé stessi è chiedere troppo» suona un passo di queste pagine dedicato a Imre Kertész, scampato ad Auschwitz da adolescente, ed elegantissimo negli ultimi anni della sua vita. «Ma la forma deve essere preservata, è la nostra ultima fermata». Impossibile amarsi se si è visto l’orrore di cui sono capaci gli esseri umani. Resta, però, sempre lo stile, la forma in cui si rifugia la nobiltà della vita.

Nulla è nero

Claire Berest

Tutto è allegria, tutto è politica. Tutto abbatte i pudori e i tabù alle serate mondane di Tina Modotti.
Frida l’ha conosciuta quando, liberatasi del busto ortopedico in cui, dopo l’Incidente, era racchiusa come una crisalide, ha cominciato a bazzicare la sede del PCM, il partito comunista messicano. Con il suo naso italiano, il suo petto scultoreo, il ritmo ciarliero del suo eloquio staccato, Tina ha aperto subito una breccia nel suo cuore.
A una serata particolarmente festosa della fotografa italiana, dove si beve, si sbraita, si canta, e si ride più del solito, Frida vede per la prima volta Diego Rivera, el gran pintor del Messico, l’artista che, con Orozco e Siqueiros, ha portato la pittura fuori dai salotti borghesi, ha ritrovato la vocazione del colore e della smisuratezza, ha dipinto meravigliosi affreschi in cui uomini e donne si ergono, fieri, a tre metri di altezza.
È un pachiderma o, meglio, una piovra dai tentacoli ammalianti, un uomo elefantesco dall’agilità contro natura, un ammasso di carne rosea che suscita, tuttavia, un sapore immediato e irresistibile di proibito. È, soprattutto,una figura irresistibile per Frida, che non esita, nei giornisuccessivi, a presentarsi alsuo cospetto da sola, senza soggezione. Lei, lameticcia di Coyoacán che ha vent’anni di meno, la colonnaspezzata, le gambe arrugginite, al cospetto del grande pittore.
La passione esplode immediata. Frida non ha timore a concedersi a quell’uomo, un gigantesco totem che ha dieci vite di vantaggio su di lei. Gli racconta della sua esistenza, del tragico Incidente dello schianto dell’autobus e del suo corpo. Gli mostra le sue opere. Diego comprende subito che una forza inusitata anima quella piccola meticcia di Coyoacán, un’ostinazione a vivere e ad amare al di là di ogni capriccio del destino.
Nulla è nero è un romanzo che narra la storia d’amore tra due figure iconiche del Novecento. È dunque il racconto di una tumultuosa, turbolenta passione e, insieme, di un secolo di furori, speranze, ideali e disillusioni. Un secolo in cui l’intensità della vita valeva più della vita stessa.

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